di Arianna Camellato
C’ero una volta io, il muro di via degli Alfani, ma non è un nome vero.
Gli altri muri vecchi di Firenze invece, un nome ce l’hanno, hanno targhe e guide turistiche che si fermano sotto e li indicano col dito. Nulla che mi riguardi. Io, sono del ‘64 e per un muro fiorentino è come esser nato questa mattina. Nel progetto dell’architetto che mi ha disegnato, dovevo essere alto il doppio, ma la Commissione Edilizia decise di dimezzarmi ancor prima che nascessi. Questa cosa di esser nato come un’idea ridimensionata mi ha segnato, in tutta lunghezza. Forse è per questo che ho sempre teso le orecchie verso l’alto, alle finestre del Dipartimento di lettere e filosofia che proteggo dal traffico della strada, sognando di riprendermi i metri sottratti.
Da quelle finestre, soprattutto quando in estate restano aperte, scendono fiumi di lezioni. Storia dell’arte, filologia, interi semestri di letteratura provenzale, e io lì sotto, a imparare senza che nessuno mi abbia iscritto. Gli studenti, quando fa caldo, si siedono alla mia ombra a ripassare, io ascolto e dentro di me, tra pietre e malta, ripeto e ripeto. Se avessi potuto scegliere, avrei fatto il professore, invece faccio il muro: un mestiere onesto ma silenzioso.
Dall’altra parte sulla strada, invece, è tutto un correre: macchine e motorini che sfrecciano o suonano nervosi fermi dietro il camion dell’immondizia, gente che percorre i marciapiedi come se non avessero un verso, qualcuno di alticcio la sera che mi si appoggia per non cadere. A molti è capitato di passare la notte sulla panca di via di cui dispongo. Da anni faccio da parete, da schienale, da riparo dal vento: tutte cose utili, lo riconosco.
Negli anni, in tanti si sono fermati a scrivere su di me. All’inizio mi offendevo, ma poi ho imparato a distinguere. Scritte tirate giù in fretta, ci sta, ognuno ha i suoi motivi. Firme e disegni più raffinati, che mi trovavo addosso quando finiva il solletico di pennello sottile o il brivido fresco della bomboletta. Ho avuto tante belle poesie attaccate con colle casalinghe, che iniziavano a scollarsi con la prima pioggia ma intanto le avevo lette. E poi, quanti manifesti di cortei, quelli sì che mi facevano sentire un pezzo di città!
Poi però, il furgone del Comune, gli operai e quel pennellone imbevuto di giallo orrendo che passa sopra tutto, mai con grazia, mai due volte con la stessa tonalità. In men che non si dica mi ritrovo a chiazze, come uno che si alza male dopo una notte insonne. A me piace avere cura del mio aspetto, sapete. Invece per anni sono stato tutto assieme giallo-stanco, giallo-pratico, giallo-ufficio-comunale. Poi lui.
È arrivato una sera tardi con questa fissa dei pesci e qualche colore. Il primo l’ha disegnato piccino in un angolo, poi è tornato la sera dopo e quella dopo ancora. Pesce dopo pesce. Senza fretta, nessun colpaccio: io, mi sono sentito abitato. Sono passate settimane, mesi. Ogni tanto qualcuno si fermava a guardarmi, altri hanno aggiunto i loro pesci e ne sono comparsi di molto raffinati, di tondi, incerti o sbilenchi, anche diverse firme e tentacoli.
Adesso sono pieno, da un capo all’altro: sono un banco di pesci. Sarà forse suggestione (in effetti si dice che i muri siano creature impressionabili) ma per la prima volta nella vita, quest’estate mi sto sentendo un mare. La gente che passa è diventata corrente, una marea, e il caldo in arrivo mi sembra meno cocente, come se i pesci mi stessero tenendo fresco da dentro.
In tutti questi anni, sul mio intonaco, di cose belle ne sono passate tante. Disegni veri, poesie, manifesti che meritavano di restare… duravano settimane, a volte una notte, poi il pennellone giallo copriva tutto. Il problema non era la qualità di quelle cose, erano il tempo e le regole. Le cose belle, su un muro come me, non hanno mai avuto il tempo di restare e poi, non si può.
Il signore dei pesci invece ci è riuscito, non perché abbia chiesto il permesso o l’abbia fatto in modo rumoroso: tutto il contrario. Ha lavorato con calma, un pesce alla volta, ha concluso e poi hanno continuato in tanti. La cosa è cresciuta diventando del quartiere e di chi passa. Ora cancellarlo sarebbe un’ingiustizia. Non perché siano cambiate le regole, ma perché nel frattempo, mentre nessuno guardava, è cresciuto qualcosa che hanno condiviso in tanti. Mi sento di definirlo un affetto collettivo che il pennellone, da solo, fatica a cancellare.
Ho pensato che è così che si fanno durare le cose, provando e provando ai margini delle regole, che per fortuna lasciano sempre un po’ di spazio. Servono tanta pazienza e il tempo come alleato, sera dopo sera finché chi dovrebbe cancellare ci pensa per bene, perché a volte cancellare certe cose costa più che lasciarle andare.
In una città dove tutto cambia continuamente e i punti di riferimento si spostano, chiudono i negozi e aprono catene, dove anche chi ci vive da sempre ormai si disorienta, il fatto che su di me, sia rimasta una cosa fatta da tante mani e nessuno abbia ancora avuto il cuore di toglierla, mi pare la storia più importante che io abbia raccontato finora. Resto qui, a fare il mio mestiere, il muro. Ora però, quando un turista passa senza guardarmi, non mi offendo più. Pazienza, magari un giorno tornerà, con un pennarello o una canna da pesca. In via degli Alfani, prima o poi, qualcuno verrà a pescare. Ne sono certo.
Foto di Arianna Camellato


