Lori Lako analizza «la condizione dell’umanità postmoderna» sia dal punto di vista comunitario sia da quello individuale, tramite ricordo e tecnologia. Emergono i temi di appartenenza, identità e fluidità.
Ciò che spinge l’artista Lori Lako (Pogradec, Albania 1991) ad analizzare il tema dell’appartenenza è l’idea che questo concetto sia «uno dei luoghi in cui la vita interiore e la dimensione politica si toccano in modo più netto». Il lavoro di Lako, infatti, osserva come la mediazione di immagini e dispositivi influenzi il nostro modo di guardare il mondo, modificando la nostra percezione di esso attraverso un filtro.
«L’appartenenza è anche una questione percettiva – spiega l’artista –, riguarda il modo in cui impariamo a guardare, a ricordare e a riconoscerci». Guardando, ad esempio, alle proteste odierne in Albania, Lako osserva tra le giovani generazioni una rottura che va oltre la politica, «quasi psichica» con una lunga eredità legata all’obbedienza. In un paese segnato dal trauma della dittatura, secondo l’artista, l’obbedienza è stata una postura interiorizzata. Anche per questo l’appartenenza deve restare uno spazio critico, perché ci sia sempre possibilità del dissenso.

La sua ricerca si costruisce attraverso una stratificazione della memoria, testimonianze da cui nascono collegamenti tra generazioni. Una delle opere che parla di questo legame è Librat e shtëpisë / The books of the house (2023), con cui mette in discussione il concetto di identità. «Per me l’identità non è mai una forma pura. È una costruzione stratificata di ricordi, residui, contraddizioni e trasmissioni anche inconsapevoli. Librat e shtëpisë / The books of the house mette in evidenza tale ambivalenza: quei volumi sono stati strumenti di propaganda, ma dopo la fine del regime sono diventati anche oggetti da espellere».
Tali libri hanno avuto un potere nelle vite delle persone che li hanno posseduti, ma contemporaneamente sono stati oggetto di rifiuto quando non sono risultati più necessari. Ed è proprio sotto questo aspetto che, secondo Lako, «l’identità incarna un conflitto». Oggetti quotidianamente accettati e normalizzati diventano un peso o fonte di imbarazzo, un’eredità scomoda che lascia una traccia.
Tale postura viene replicata sia nel laboratorio relazionale di TAB, Le parole sono importanti, sia nella mostra Rememory, attualmente allestita alla galleria ME Vannucci. Nel primo, Lako ha esplorato la parola “identitaria” dimostrando quanto sia importante il concetto di fluidità all’interno della sua pratica: «La fluidità è fondamentale, ma non come qualcosa di vago o conciliatorio: è una vera e propria pratica critica, il tentativo di sottrarre l’identità a fissazioni, rappresentazioni compatte e racconti che pretendono di stabilire cosa siamo». C’è una frattura, per l’artista, tra la narrazione statica del Made in Italy e la complessa realtà di un paese fatto di identità interstiziali. Questa crepa è stata testimoniata dagli oggetti portati dai partecipanti a rappresentare l’idea di identità italiana, rievocando sia il privilegio che il peso che portano con sé. «La fluidità è importante nel mio lavoro come difesa della complessità, abitare un’appartenenza senza smettere mai di interrogarla». Anche Rememory analizza la complessità attraverso una forma di fluidità: i kilim esposti rappresentano simboli delle identità nazionali fusi con chimere fantastiche.
Per Lako questi simboli «pretendono di apparire compatti e indiscutibili», dove, in realtà, la decostruzione è evidente e salvifica: le chimere vogliono sfuggire alle classificazioni, dimostrare l’innaturalità del simbolo nazionalista e dimostrano la capacità del mostruoso di mettere in discussione le strutture di potere.
