Il mercato dell’arte a Firenze soffre di una visione ancora troppo ancorata al passato. Mentre la città risplende dei vecchi fasti, manca una visione che tuteli il tessuto dell’arte contemporanea.
L’arte si muove secondo una geografia complessa. Firenze, storicamente, attira talenti lontani che l’arricchiscono di un dialogo sociale e urbano. Oggi la città continua ad essere raccontata al passato, ma poco maneggia il seppur vivo presente. L’illuminato gallerista Lucio Amelio, negli anni Settanta, trasformò l’artista “forestiero” e il nuovo emergente in risorsa preziosa, sfidando i paradigmi locali e facendo dello scambio un gesto radicale. Joseph Beuys denunciava un sistema che tende a escludere, fatto di dinamiche istituzionali che riducono l’arte a oggetto, invece che a pratica viva.
Ma come sta oggi l’arte a Firenze? Lo abbiamo chiesto ad alcuni volti dell’arte contemporanea che vivono dall’interno il territorio. Parlare con un artista dello stato di salute dell’arte e di resistenza è come lasciare aperte le finestre di casa quando tira il vento…aspettati di sentire sbattere tante porte.

crediti Gaia Carnesi
Silvia Bellotti, critica d’arte e curatrice della Fondazione Il Bisonte fondata dalla scrittrice e partigiana Maria Luigia Guaita, ci parla di una visione curatoriale del tessuto culturale cittadino: «Firenze non è mai stata particolarmente permeabile al contemporaneo, tuttavia, negli ultimi anni, questa marginalità si è accentuata fino a tradursi in una rarefazione di spazi e possibilità. La chiusura di realtà fondamentali dedicate alla sperimentazione artistica, come BASE o Cartavetra e di gallerie quali Secci o VEDA, è sintomo di un tessuto culturale sfaldato. Al tempo stesso, il lavoro portato avanti dagli enti di formazione, ha prodotto una crescita di giovani artist*, curator* e collettivi che si affacciano sulla scena, generando uno scarto con la limitata disponibilità di spazi. Nel tentativo di individuare forme di resistenza, mi tornano alla mente le parole di Maria Luigia Guaita, per cui cultura e responsabilità civile coincidono. Chi opera all’interno di istituzioni sostenute da risorse pubbliche e private è oggi chiamato ad assumersi una responsabilità verso la collettività, che muove dalla dimensione curatoriale per estendersi a una funzione critica di attivazione di processi. A questi luoghi spetta il compito di creare nuove basi da cui questo tessuto possa proliferare, attraverso spazi di libertà e ricerca per gli artisti e dialogo con le comunità e realtà del territorio».

crediti Gaia Carnesi
La Scuola di Santa Rosa è un’alchimia che si ripete da anni nei caffè fiorentini, dove tutti i partecipanti tornano a casa con la punta delle dita colorate. Luigi Presicce e Francesco Lauretta raccontano la loro percezione, una condizione appassionata e amara. Dice Presicce: «Per qualche ragione che sembra lontana nel tempo, nel 2011 da Milano mi trasferì a Firenze. Mi aveva portato lì la vittoria del premio “Talenti emergenti” indetto dalla Strozzina. Era bella Firenze e avevo delle belle ragioni per viverci, non lavorative. In questi quindici anni, però, la città è molto cambiata, io mi sono sempre rifiutato di imparare i nomi delle strade, ma anche lei non ha fatto nessuno sforzo per farmi sentire qualcosa di più di un turista. Non ho mai avuto rapporti con la città che riguardassero il mio essere artista senza un vero riconoscimento, soprattutto economico, per il mio lavoro. Per circa due anni sono stato ospite a Le Murate, avevo una celletta su un ballatoio come studio, non veniva mai nessuno a trovarmi, poi negli anni ho capito che è una cosa tutta di qui non visitare gli studi. Oggi le uniche cose che mi tirano fuori dallo studio sono la Scuola di Santa Rosa, ogni martedì dal 2017 nei bar dell’Oltrarno e qualche altro piccolo evento che io, o altri esuli come me, mettono in piedi per dare senso a questo non accadere delle cose. Penso a realtà come La Tana delle Tigri, Interno Firenze, Polka Puttana, studio Silvana, Toast Project e, di recente apertura, Bagasseria, dove ho curato la mostra Bau Bau Baby. Resta Lo Schermo dell’Arte ad aprire qualche orizzonte sul mondo e poche esposizioni con produzioni milionarie a Palazzo Strozzi o al Museo Novecento. Non sto sputando nel piatto dove mangio perché qui ad essere mangiato sono io. Firenze è ferma al Rinascimento e tutti noi artisti siamo in transito come le migliaia di turisti che la invadono. Resto qui per vedere crescere il mio bambino e poi sparire per sempre».

crediti Gaia Carnesi
Aggiunge Lauretta: «L’arte contemporanea a Firenze è un ossimoro, ma meglio sarebbe definire il rapporto tra la città e gli artisti che vi abitano. Resistere a Firenze è deleterio. Resistere è spaventoso perché dimostra una disperazione e una lotta che un artista neanche dovrebbe porsi in un paese civile. Tutto quanto scorre in questa città ha il sapore del souvenir; inutile resistere qui. Per rigenerarsi è auspicabile che i protagonisti di adesso siano messi da parte da giovani, che però non hanno pazienza né la tendenza a immolarsi per una città che nulla offre loro. Da qui l’esodo. La Scuola di Santa Rosa non resiste, semplicemente esiste nonostante la miopia che la città serba per ogni iniziativa che gli artisti stessi si prodigano ad inventare e investire».
Sofia Bonacchi è co-fondatrice e direttrice di Street Levels Gallery, la prima galleria di arte urbana a Firenze. Nonostante la fragilità del sistema ci sono realtà espositive che costruiscono e resistono: «Tutte le grandi città hanno spazi per l’arte contemporanea e il suo pubblico. A Firenze non esiste un sistema culturale di questo tipo, ma siamo mercanti d’arte, deve esserci una commercializzazione affinché questo gioco stia in piedi. L’artigianato ha sbarrato le porte al contemporaneo e gli addetti ai lavori devono lasciare il territorio per attrarre veri collezionisti. Io però scelgo di rimanere a Firenze, perché Firenze è stata la chiave che ha permesso a Street Levels di aprire, dieci anni fa, in una convergenza tra artisti e curatori, nonostante la gentrificazione. La galleria sopravvive con orgoglio e resiste perché ha iniziato a spostarsi fuori città con il circuito fieristico. Abbiamo fondato questo spazio perché fosse un’isola felice per gli artisti. È stata una grande scommessa e a chi vuole entrare nel mondo culturale dico “prendetevi quello che vi spetta di diritto”».
in copertina: courtesy Street Levels Gallery
