La Brigata Basaglia si attiva per tutelare il diritto alla salute mentale. Il punto su ciò che è cambiato a distanza di un anno dalla nostra ultima conversazione e su ciò che resta ancora da costruire.
Brigata Basaglia nasce nel 2020 per offrire supporto psicologico e sociale gratuito a chi non riesce ad accedere ai servizi di salute mentale. Ispirata al pensiero di Franco Basaglia, lavora a partire dall’idea che il benessere non sia solo una questione clinica, ma riguardi anche le condizioni sociali, economiche e relazionali delle persone. A distanza di un anno dalla nostra ultima intervista (n. 138, aprile 2025), torniamo a incontrare la sezione fiorentina. A rispondere alle domande è Rocco Canosa, psichiatra e psicoterapeuta e volontario della Brigata.
Dall’avvio dello sportello, quali cambiamenti avete osservato nelle richieste e nel vostro modo di lavorare?
«All’inizio volevamo raggiungere soprattutto persone escluse dai servizi pubblici, come migranti senza documenti o senza dimora. In parte è ancora così, ma oggi arrivano anche persone che, pur non rientrando in queste categorie, non possono permettersi il privato o non trovano risposte adeguate nel pubblico. Si tratta spesso di situazioni di disagio legate a condizioni economiche e sociali difficili. Il nostro lavoro si è quindi ampliato, ma resta centrale la rivendicazione di un rafforzamento dei servizi pubblici e una stretta collaborazione, non una sostituzione».
Quali sono oggi le principali difficoltà nel garantire un servizio gratuito e accessibile?
«Non siamo pagati, ma non ci definiamo semplicemente volontari. Cerchiamo di costruire un rapporto diverso, basato sul mutualismo: l’utente non è un destinatario passivo, ma parte attiva di un percorso. È un processo di empowerment che si allontana da una logica caritatevole. Siamo un collettivo e non un’associazione, anche per evitare dinamiche gerarchiche con le istituzioni. Questa scelta però comporta dei limiti: ad esempio non possiamo accedere a bandi e finanziamenti del terzo settore, e questo rende più complesso sostenere e ampliare le attività».
Nel vostro lavoro insistete sul ruolo della comunità oltre la dimensione clinica: avete esempi concreti?
«Aver scelto una casa del popolo (Le Panche, a Careggi, ndr) come luogo di lavoro è già significativo: qui esiste una rete sociale fatta di iniziative culturali e momenti di aggregazione, in cui le persone possono sentirsi parte di qualcosa. Questo permette di uscire da una visione puramente clinica e di restituire protagonismo agli utenti. I risultati si vedono anche nelle relazioni costruite: con i servizi pubblici, con altre realtà come lo sportello GKN o il progetto di accoglienza di Casa Caciolle o con i centri antiviolenza. Un tema importante è quello della “deprescrizione” degli psicofarmaci: sempre più persone si rivolgono a noi per essere accompagnate in un percorso di riduzione, spesso dopo anni di uso prolungato senza adeguato supporto psicologico. Il nostro approccio, anche grazie al lavoro in affiancamento o in équipe, permette di cogliere aspetti che altrimenti resterebbero invisibili, come questioni legali, economiche o familiari. Le richieste sono in aumento, al punto che abbiamo liste d’attesa e stiamo pensando di aprire un secondo pomeriggio il giovedì. In questo senso, lanciamo anche un appello: servirebbe la disponibilità di uno psichiatra che voglia mettere generosamente a disposizione il proprio tempo. Il lavoro che stiamo costruendo è ancora in divenire, ma dimostra che un approccio comunitario alla salute mentale non solo è possibile, ma necessario. Il sogno di Basaglia era che la clinica potesse divenire un laboratorio per nuove forme di relazioni sociali, diceva: “la qualità delle prestazioni erogate in un servizio è in stretta correlazione con la concezione che dell’uomo si ha in quel servizio”».
