Una città che non c’è più, dove la febbre da plettro impazziva nei salotti e nelle piazze e fu silenziata per sempre dall’alluvione del 4 Novembre 1966
C’era un mandolino in casa di mio nonno che stava in piedi nell’angolo di una stanza e veniva tirato fuori dalla custodia quasi di nascosto, come le cose troppo care per essere dette ad alta voce. Lo imbracciava con un movimento rituale, le dita cercavano una melodia impressa nella memoria e saliva un suono dolce e tremulo. Poi lo rimetteva a posto e nessuno ne parlava più. Per anni ho pensato fosse una stranezza di famiglia, ma aprendo il libro di Francesco “Frank” Cusumano ho capito che quel gesto silenzioso era il residuo di un’intera epoca fiorentina, quella delle Pippolesi.
In fiorentino verace, pippolo significa plettro, per questo tutte le orchestre di mandolini, chitarre e mandole che accompagnavano le feste popolari della città dall’inizio del Novecento agli anni Sessanta venivano chiamate pippolesi. «Questa è una storia di Firenze che non era mai stata raccontata» dice Frank, «ed è una delle poche che accomuna l’elitario Circolo Regina Margherita, fondato nel 1881, dove ci si dilettava col mandolino sui repertori più raffinati, all’ambiente delle piazze, dove molti non sapevano leggere la musica e finito il lavoro impugnavano il pippolo per suonare a orecchio».
Come sia scoppiata quella moda resta un piccolo mistero, ma qualche circostanza fortunata possiamo ricostruirla. Anzitutto la presenza a Firenze del musicista milanese Achille Bianchi e poi quella del napoletano Carlo Munier, arrivati dalle due capitali italiane del mandolino, che ne diffusero il gusto in tutta la città. «Sembra che Munier, nipote del liutaio napoletano Vinaccia, abbia portato sulle rive dell’Arno un’enorme quantità di mandolini e se volevi lezione da lui, dovevi comprarti un Vinaccia, ecco perché a Firenze se ne trovano ancora tanti». La forza delle Pippolesi tuttavia non stava nella tecnica, ma nella loro funzione: «Suonavano nelle società di mutuo soccorso, nelle feste rionali, sui carri. Non servivano professionisti, era piuttosto un modo per stare insieme e sentirsi parte della comunità attraverso la musica». Concertini ambulanti animavano le Cascine per la Festa del Grillo e la Rificolona con la stessa vocazione delle bande di paese. La più antica di cui si ha memoria è quella di Serpiolle, fondata nel 1904, mentre l’ultima in ordine cronologico è quella di San Lorenzo, fondata attorno a un carro che si diceva andasse “a vino”. Ma erano molte di più, in Borgo Allegri, in San Lorenzo, a Settignano. Il repertorio non fu mai messo su carta, ma sempre tramandato a memoria di bocca in bocca: canzoni fiorentine, napoletane e perfino arie d’opera, che a fine Ottocento conoscevano tutti, contadini compresi.

La Vecchia Pippolese di Serpiolle
E le donne? «Nell’ultima pippolese, quella di San Lorenzo, spicca una fisarmonicista, la signora Maria Corti», dice il maestro. «Oggi ha novant’anni e l’ho intervistata più volte». Esistevano anche orchestre a plettro femminili, come si può vedere da una foto storica del libro di Cusumano, ma a parte qualche eccezione, fu un fenomeno prevalentemente maschile.
Qui arriva la parte della storia che mi ha fatto tornare in mente la custodia di mio nonno, perché l’inizio del silenzio ha una data precisa ed è il 4 Novembre 1966. L’ultimo maestro della pippolese di San Lorenzo è stato Otello Masi, tamburino del gruppo Musici del Calcio storico che custodiva in casa sua, in via dei Pilastri, tutti gli strumenti dell’orchestra. «Con l’alluvione si perse tutto», questa testimonianza si deve a Luciano Artusi, amico personale di Masi. «E lì finisce la storia, di mandolini nessun’altra traccia in città», l’Arno si portò via strumenti e orchestre insieme, mezzo secolo di oblio con una notte di fango.
Fino al 2015, quando grazie all’Associazione La Scena Muta, è rinata La Nuova Pippolese. Il decennale, festeggiato con un 45 giri celebrativo, è coinciso con i sessant’anni dall’alluvione, come un cerchio che si chiude. «La nostra orchestra è molto variegata, per estrazione e per età, ci sono idraulici, professori universitari e persino un console. Solo la musica può fare una magia simile, quasi un esperimento sociale prima ancora che musicale».
Per il repertorio, il maestro, cresciuto col folk elegante dei Martinicca Boison e l’imprinting di Riccardo Marasco, ascoltato fin da quando aveva tre anni, ha fatto una scelta netta: «Volevo riportare alla luce la tradizione popolare urbana fiorentina, con le canzoni d’autore da Spadaro a Parigi. Dal vivo il Trescone e L’amore è come l’ellera non mancano mai, perché la gente li chiede, ma nei dischi la rotta è questa». Cosa deve restare intatto di questa tradizione e cosa invece ha il diritto di cambiare? «Dobbiamo riviverla in maniera autentica, suonando ciò che ci appassiona senza tenerla sotto vetro».
Ecco, forse il mandolino di mio nonno aspettava solo qualcuno disposto a rimetterlo in piazza, come ha fatto la Nuova Pippolese, riportandone in voga lo spirito e l’energia collettiva.
