L’associazione ASIRI catalizza le forze e i legami culturali e nazionali della comunità peruviana a Firenze. Abbiamo intervistato la volontaria Anabely Canari.

La comunità peruviana occupa nel racconto della città di Firenze un ruolo che raramente ne rappresenta il carattere e le potenzialità. Quando succede, spesso è per ragioni sbagliate. C’è chi sta cercando di ricostruire il legame con le proprie radici e, allo stesso tempo, rivendicare protagonismo che sente di meritare, in una città che considera casa. Così nasce nel 2022 l’associazione ASIRI. Ne abbiamo parlato con Anabely Canari, una delle volontarie dell’associazione: «Volevamo costruire qualcosa partendo dalla nostra esperienza personale. Tutto parte dalle nostre esperienze di figli di migranti. Ci siamo chiesti di cosa avevamo bisogno e abbiamo provato a rispondere a quei bisogni. Così sono nati lo sportello informativo, i servizi di orientamento allo studio e al lavoro e le attività di accompagnamento scolastico per genitori e figli. Volevamo fare da ponte tra le generazioni».

Sono nate poi collaborazioni con diverse realtà del territorio, sportelli informativi, consulenze, proiezioni, eventi culturali e attività educative. Uno degli appuntamenti più significativi promossi da ASIRI si intitola Raíces y Resistencia

«Quando cresci fuori dal paese di origine e lo conosci solo di riflesso, devi affrontare una serie di pregiudizi e di limiti. Vivi spesso in contesti marginalizzati. Penso, ad esempio, alle abitazioni sovraffollate dovute al costo delle case. Tutto questo può condizionare la tua vita. A scuola si entra in una realtà diversa da quella vissuta dai propri genitori, ma anche lì non mancano stereotipi e discriminazioni. Ti senti un po’ persa e a volte cerchi di rinnegare le tue origini. Poi arriva il momento in cui senti il bisogno di capire e conoscere. Anche noi abbiamo vissuto questo percorso di allontanamento e riavvicinamento».

Anche questo è un atto di resistenza. 

«Ogni volta che raccontiamo la cultura dei nostri genitori e ci riappropriamo di uno spazio e di un ruolo, stiamo resistendo. Lo facciamo attraverso gli eventi, il doposcuola, i momenti di confronto. Vogliamo accorciare e facilitare questo percorso per le nuove generazioni e contribuire a decostruire lo stigma. Ci sentiamo coinvolti anche nelle lotte che attraversano il Perù. A volte, vivendo all’estero, ci si sente lontani da ciò che accade nel paese d’origine. Ma temi come la salvaguardia della foresta amazzonica, lo sfruttamento del lavoro e i diritti umani riguardano tutti. Possiamo essere un ponte tra queste realtà. Conoscere il proprio paese significa anche capire e sostenere queste battaglie».

Vi sentite identificati nei luoghi in cui tradizionalmente la vostra comunità viene associata?

«Le Cascine e altri luoghi di ritrovo sono vissuti soprattutto dalle persone della prima generazione. Ma quali altri spazi hanno le comunità migranti per incontrarsi liberamente senza essere continuamente ghettizzate? Vengono spesso raccontati in modo superficiale, ma qui si costruiscono reti di supporto, si condividono informazioni, si trova compagnia. C’è una dimensione positiva che spesso non viene vista».

Eppure la voglia di aprirsi alla città non manca. 

«La comunità peruviana ha tantissima voglia di far conoscere la propria cultura all’esterno. Lo vediamo con le scuole di ballo, con gli eventi, con le feste tradizionali che vengono riproposte anche qui, dall’altra parte dell’oceano. C’è il desiderio di raccontarsi sia ai non peruviani sia ai peruviani stessi. La comunità peruviana vuole partecipare, contribuire, sostenere iniziative. Cambiamo narrazione».