Il 27 giugno torna a Firenze la Street Parade, organizzata dalla rete di collettivi Wish Parade, in collaborazione con varie realtà. Torniamo a parlare di festa e aggregazione, mentre le istituzioni ballano tra illegalità e mainstream. 

Cosa c’entra la Street Parade con la techno, con i festival di elettronica e i club? Un bel niente! Prima di rivoltarvi, lasciatemi spiegare. Per prima cosa è necessario fare chiarezza su cosa sia la techno. Come ha scritto su Unmixed la giornalista e dj Fofi Tsesmeli, oggi si sintetizzano le numerose varietà di questo genere in un unico calderone indistinto. Sulla stessa scia si posiziona l’utilizzo smodato della parola “rave”, con cui si intendono in realtà i free party, nati alla fine degli anni ’80 come risposta all’industria dei club

crediti: Maikol Farris

Più di recente avrete letto articoli sul dj set di Charlotte de Witte a Genova con titoli come: «Rave nella piazza finanziato dal Comune». Niente di più sbagliato, eppure rendere gratuito e accessibile un evento techno all’interno di una piazza della città getta basi prolifiche su quello che possiamo fare in uno spazio pubblico. Al successo dell’evento si è accodata la sindaca di Firenze Sara Funaro, che ha dichiarato di voler invitare Moby, artista leggendario ma ben lontano dalle nuove generazioni, oltre che dalla techno, sempre che si voglia seguire questo filone. 

crediti: Maikol Farris

In entrambi i casi un dato è certo: pure l’underground è stato toccato dalla macchina capitalistica. Come ha scritto Vanni Santoni in un articolo per Rivista Studio, la techno è ormai una attrazione turistica. Tuttavia, aggiunge, «finché la techno continuerà a creare aggregazione, essa manterrà anche il suo potenziale controculturale». Basti pensare alla nascita della prima Street Parade, originariamente nata come Love Parade a Berlino Ovest nel 1989, una manifestazione pacifista condita da techno e acid house. Da lì nacque un movimento che attrasse sempre più persone in tutto il mondo. Tra le manifestazioni più celebri c’è la Street Parade di Zurigo, che si svolge ogni anno nella prima metà di agosto. Nel 2025 hanno partecipato circa 800.000 persone, numeri che si confrontano con quelli di festival come Monegros o Tomorrowland. A Zurigo, la Street Parade prevede la sfilata dei carri lungo il lago, ma anche palchi e un main stage in una delle grandi piazze della città, dove si esibiscono dj internazionali. La Street di Zurigo è ormai una manifestazione autorizzata e sostenuta dalla città stessa, pur mantenendo l’idea dell’invasione dello spazio pubblico. 

crediti: Maikol Farris

È proprio in virtù di questo tema che a Firenze la Street assume ancora una forte componente politica. In città l’organizzazione è autonoma e gestita dalla rete di collettivi Wish Parade, alla quale partecipano anche volontari e volontarie che supportano l’attività di riduzione del rischio. Per l’Italia, a maggior ragione dopo l’apertura delle autorità cittadine ad organizzare eventi techno gratuiti in spazi pubblici, è assurdo che resti in vigore l’articolo 633-bis, che condanna chi crea aggregazioni o partecipa ai rave party (che per fortuna continuano a svolgersi); per questo è ridicolo che i giornali scrivano di eventi techno autorizzati con il termine “rave”. L’idea chefree party is not a crime”, in cui rientra anche la Street Parade, continua in realtà ad essere legalmente minacciata.  

Genova e Zurigo, con le loro contraddizioni, dimostrano che la festa è tutt’altro che un crimine. La festa è aggregazione e cura, unisce generazioni e lingue, genera solidarietà e comunità. Come hanno scritto gli amici francesi: «Ballare è un atto di libertà, e difenderlo è un atto politico».