Da presidi religiosi e comunitari a frammenti quasi invisibili del paesaggio urbano: a Firenze i tabernacoli raccontano la trasformazione della città contemporanea e i tentativi di restituire loro una nuova presenza nello spazio pubblico.
A Firenze ce ne sono centinaia, sparsi in tutta la città e incastonati tra palazzi, angoli di strade e facciate che attraversiamo ogni giorno senza quasi farci caso. Parliamo dei tabernacoli. Se ne può incontrare uno andando al lavoro, passando davanti a una palestra o lungo la strada verso il pub dove usciamo ogni sabato sera. Alcuni sopravvivono nascosti tra insegne, fili elettrici e vetrine, altri continuano ancora oggi a custodire un lumino acceso o un mazzo di fiori freschi. Basta alzare lo sguardo per accorgersi che queste piccole nicchie fanno ancora parte del paesaggio quotidiano della città, anche se per la maggior parte del tempo sembrano confondersi con il rumore visivo dello spazio urbano contemporaneo.

Eppure, per secoli i tabernacoli non sono stati semplici elementi decorativi disseminati lungo le strade delle città italiane, ma veri e propri dispositivi urbani vivi, luoghi di culto quotidiano e punti di riferimento simbolici, attorno ai quali si costruivano relazioni di vicinato, piccoli rituali collettivi e forme diffuse di appartenenza. La loro presenza accompagnava la vita della città scandendo passaggi, incroci, feste e momenti di crisi. Col tempo, però, quella funzione si è progressivamente indebolita e la secolarizzazione, il turismo di massa e la trasformazione dei quartieri storici hanno svuotato molti tabernacoli della loro dimensione originaria. Le immagini sono rimaste sulle pareti, ma attorno a loro si sono dissolte le pratiche quotidiane, i piccoli rituali di quartiere e le relazioni che per secoli avevano dato senso a questi spazi. I tabernacoli rappresentano una forma particolare di vuoto urbano: spazi ancora presenti nel paesaggio cittadino ma privati della funzione sociale che li aveva resi vivi. La loro storia racconta qualcosa di più ampio sul destino di tanti piccoli spazi urbani contemporanei che sopravvivono dentro le città pur avendo perso il ruolo per cui erano nati. Come le cabine telefoniche o le vecchie edicole, anche i tabernacoli restano lì, sospesi tra memoria e invisibilità, con la differenza che continuano a conservare un significato religioso e identitario che rende difficile trasformarli in qualcos’altro senza perdere parte del loro senso originario.

Tra i tabernacoli fiorentini più “vivi” e riconoscibili in città c’è il cosiddetto Madonnone, che si trova tra via Aretina e via di San Salvi e continua ancora oggi a essere percepito come un piccolo punto di riferimento del quartiere. La grande immagine sacra, collocata lungo una strada molto frequentata, viene ancora curata e riconosciuta dai residenti, anche da chi non crede o non vive la religione in modo praticante. Lo stesso accade in alcune zone dell’Oltrarno, dove diversi tabernacoli mantengono una presenza concreta nella vita quotidiana grazie a lumini, fiori e piccoli gesti di attenzione lasciati dagli abitanti del quartiere. Si tratta spesso di forme residue di presidio comunitario, legate più all’idea di vicinato e di appartenenza che a quella di devozione, ma proprio per questo capaci di raccontare un rapporto ancora vivo tra città e spazio pubblico. Questo legame emerge con maggiore forza nei paesi più piccoli e nei borghi delle aree rurali, dove i tabernacoli continuano a essere mantenuti collettivamente e a essere riconosciuti come punti simbolici della comunità locale. In una città attraversata ogni giorno da flussi turistici continui come Firenze, invece, queste strutture tendono più facilmente a trasformarsi in uno sfondo invisibile del paesaggio storico, presenza familiare ma raramente davvero osservata.

Negli ultimi anni artisti e associazioni culturali hanno iniziato a interrogarsi su questa condizione sospesa e sulla possibilità di rileggere questi spazi in chiave contemporanea senza ridurli a semplici reliquie urbane. Il progetto Spazi Docili, promosso alcuni anni fa dal Comune di Firenze insieme ad artisti e curatori, ha lavorato proprio sulle nicchie urbane e sui tabernacoli come luoghi da riattivare attraverso interventi temporanei, luci e installazioni. In questa direzione si inseriscono anche le cosiddette madonne elettriche: reinterpretazioni contemporanee delle immagini votive tradizionali che usano neon, luce e linguaggi visivi pop per riportare attenzione su questi spazi.
Probabilmente i tabernacoli non torneranno a essere ciò che erano stati per secoli, ma continueranno a occupare un punto molto particolare nello spazio pubblico, troppo piccoli per imporsi davvero e troppo simbolici per sparire del tutto. Ed è proprio per questo che riescono ancora, a volte, a interrompere il ritmo distratto della città: basta un lumino acceso, un fiore lasciato da qualcuno o una luce contemporanea installata dentro una nicchia per ricordare che certi spazi continuano a sopravvivere perché producono ancora attenzione, memoria e presenza.
Foto di Francesco Rubino
