Christine von Borries ha lavorato come Pubblico Ministero a Alba, Prato, Palermo e lavora dal 2010 a Firenze. Le abbiamo fatto qualche domanda per capire meglio cosa siamo chiamati a votare per il Referendum Costituzionale sulla Giustizia del 22 e 23 marzo prossimi.
Riformare la giustizia è un tema centrale per questo governo. O almeno per una sua larga parte. Quanto lo è per tutto il paese?
Sarebbe certamente importante effettuare una vera riforma della giustizia. Il funzionamento del sistema giudiziario è una questione che riguarda tutto il paese e che meriterebbe interventi ampi e strutturali. Questa proposta, però, a mio avviso è più una modifica limitata che riguarda soprattutto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. È un intervento circoscritto che, per molti aspetti, si sarebbe potuto affrontare anche con strumenti diversi, come una legge ordinaria.
La riforma interviene su alcuni istituti fondamentali dell’ordinamento della magistratura. Prevede, tra le altre cose, la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e introduce anche un sistema di selezione tramite sorteggio per parte dei componenti. Si tratta quindi di modifiche che incidono sulla struttura stessa degli organi di autogoverno della magistratura
Quanto l’esito del referendum influisce sulla vita di tutti i giorni. E in particolare, dato il target del giornale, per le cittadine e i cittadini sotto i 40 anni. E se sì come?
Questa riforma interviene su sette articoli della Costituzione, cioè su norme che riguardano l’assetto fondamentale dello Stato.
L’idea alla base della riforma è quella di separare in modo più netto i ruoli della magistratura, ma questo rischia di indebolire alcuni meccanismi di equilibrio e di controllo interno. Ad esempio, viene prevista la creazione di un’Alta Corte disciplinare che dovrebbe occuparsi delle eventuali responsabilità dei magistrati, funzione che oggi è svolta dal Consiglio Superiore della Magistratura. Tuttavia non è ancora del tutto chiaro quale sarà nel dettaglio la composizione di questo nuovo organo e quale sarà il peso delle diverse componenti, in particolare quella politica, al suo interno.
Quando si affrontano casi complessi o socialmente molto esposti – penso, per fare un esempio, a decisioni difficili che riguardano minori o situazioni familiari complicate – un magistrato deve poter agire con piena autonomia e serenità nel rispetto della Costituzione. Eventuali cambiamenti nell’equilibrio tra i poteri possono rendere più difficile esercitare questo ruolo con la stessa indipendenza.
In che proporzione è legittimabile, per fini di semplificazione, strumentalizzare in qualche modo il sì e e il no? Quanto in quest’ultimo scampolo di campagna elettorale occorre invece parlare più approfonditamente del merito della riforma?
Proprio perché si tratta di una riforma costituzionale sarebbe importante discutere nel merito delle modifiche proposte. Negli ultimi mesi si è costituito anche un comitato per il “No” che riunisce numerosi rappresentanti della società civile, del mondo giuridico e accademico. L’obiettivo di molti incontri pubblici che si stanno organizzando è proprio quello di spiegare nel dettaglio cosa prevede la riforma.
In diversi contesti si stanno organizzando dibattiti tra sostenitori del “Sì” e del “No”, cercando di mantenere il confronto su un piano informativo e basato sui contenuti. Quello che spesso preoccupa è il tono di alcune parti della campagna, in cui la discussione sulla riforma viene accompagnata da attacchi molto duri nei confronti della magistratura o da slogan che semplificano molto questioni giuridiche complesse.
Per questo sarebbe utile riportare il confronto sui contenuti effettivi delle norme. I provvedimenti giudiziari, ad esempio, sono sempre motivati e fondati su ragionamenti giuridici articolati. Criticarli è legittimo, ma sarebbe importante farlo conoscendone davvero il contenuto e il contesto.
A 80 dal primo Referendum a suffragio universale in Italia, quello del 22 e 23 marzo tocca il testo fondamentale della Repubblica (e che proprio quel referendum mise in moto), modificandone 7 articoli. Come ne uscirebbe la Costituzione in caso di vittoria del sì?
Riflettendo su questa riforma ho cercato di approfondire anche il processo che portò alla nascita della nostra Costituzione. Uno degli obiettivi principali dei costituenti era creare un equilibrio molto chiaro tra i poteri dello Stato, in particolare tra il potere esecutivo e quello giudiziario. L’indipendenza della magistratura è stata pensata proprio come una garanzia per il funzionamento di uno Stato democratico.
Naturalmente anche i magistrati rispondono delle loro azioni: esistono già oggi procedimenti disciplinari e, nei casi più gravi, anche responsabilità penali. Tuttavia questi meccanismi sono inseriti in un sistema di garanzie che cerca di mantenere un equilibrio tra autonomia e controllo.
La riforma nasce anche da una critica all’“invadenza” della magistratura e introduce modifiche che cambiano significativamente alcuni equilibri previsti dal testo costituzionale. Uno degli aspetti più discussi riguarda il sistema di selezione dei componenti degli organi di autogoverno: è previsto anche un meccanismo di sorteggio tra un numero molto ampio di possibili candidati, che secondo alcuni rischia di ridurre il peso di criteri come esperienza, autorevolezza o competenza.
Inoltre la riforma prevede la creazione di nuovi organi di controllo. Oggi il sistema è centrato principalmente sul Consiglio Superiore della Magistratura; con la riforma gli organismi diventerebbero diversi, con costi e funzioni che dovrebbero essere definite con maggiore precisione. Restano ancora diversi aspetti da chiarire, ad esempio sulle modalità di composizione di questi organi e sulle possibilità di ricorso contro le loro decisioni.
Proprio per questo sarebbe importante che il dibattito pubblico si concentrasse sulle conseguenze istituzionali di queste modifiche e sul loro impatto nel lungo periodo sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
