Ci sono ritorni che hanno il sapore di un debutto. Alla Pergola, Luca Marinelli rientra in scena dopo tredici anni di assenza dal teatro come si rientra in una stanza che non si è mai davvero lasciata. Non da ospite illustre o da star cinematografica in visita, ma da attore che sceglie una materia rischiosa: l’universo di Italo Calvino. La scelta dell’adattamento non è caduta su di un testo teatrale né su un romanzo compatto, ma su Le Cosmicomiche, confluite nel 1965 in Tutte le cosmicomiche: racconti in cui scienza, ironia e vertigine metafisica si intrecciano in una lingua che sembra leggera e invece è di una precisione quasi matematica. Portarle in scena è un atto di coraggio o di incoscienza. Probabilmente entrambe le cose.

Quando il cosmo prende forma: luci, suoni e corpi nella materia viva dello spettacolo

Nel progetto ideato e diretto da Luca Marinelli, affiancato dalla co-regia di Danilo Capezzani e dall’aiuto regia di Giulia Bonghi, l’impianto visivo e sonoro non è un semplice apparato decorativo ma una vera drammaturgia parallela. Le scene e le luci di Nicolas Bovey costruiscono uno spazio mobile, mai realistico, fatto di profondità, ombre e tagli luminosi che suggeriscono vuoti cosmici e improvvise epifanie: il palco diventa un luogo mentale prima ancora che fisico. I costumi di Anna Missaglia, sospesi tra quotidiano e simbolico, accompagnano la metamorfosi dei personaggi senza irrigidirli in un’epoca definita, restituendo quell’atemporalità che è il cuore delle Cosmicomiche. Determinante è anche la partitura sonora: le musiche originali di Giorgio Poi attraversano lo spettacolo con discrezione ma con una forte identità, alternando atmosfere rarefatte a pulsazioni più marcate, mentre il lavoro sul suono di Hubert Westkemper scolpisce silenzi, respiri e riverberi che ampliano la percezione dello spazio. Attorno a Marinelli si muove un gruppo di eccezionali co-protagonisti – Valentina Bellè, Federico Brugnone, Alissa Jung, Fabian Jung, Gabriele Portoghese – che agisce come una costellazione compatta, rendendo concreta quella dimensione collettiva su cui si fonda l’intero spettacolo. La produzione di Società per Attori e Teatro della Toscana, in collaborazione con lo Spoleto Festival dei Due Mondi, sostiene così un allestimento coerente, dove luce, corpo e suono concorrono a tradurre in esperienza sensoriale la vertigine cosmica e insieme profondamente umana dello spettacolo.

Marinelli e il cast, ph. Anna Faragona

Q ovvero l’uomo che ha visto tutto e non ricorda più nulla

Al centro dello spettacolo c’è Q (nelle Cosmicomiche è Qfwfq), creatura metamorfica, testimone del Big Bang, della nascita delle galassie, delle trasformazioni della materia e dell’evoluzione della vita. Sulla scena diventa un uomo contemporaneo che ha dimenticato tutto. L’idea è semplice e potentissima: l’essere che ha attraversato miliardi di anni ora è raffigurato nell’ultimo piano dell’appartamento di in una città qualsiasi, durante la notte di Capodanno. Non è più un narratore onnisciente, ma un individuo fragile, immerso in un presente rumoroso e distratto. La cosmogonia si rovescia così in crisi identitaria. Il racconto dell’universo si restringe fino a coincidere con una domanda elementare e vertiginosa: chi sono, se non ricordo? Attorno a lui si muove una piccola comunità di presenze antichissime – compagni di viaggio fin dai tempi del “punto” in cui tutto era concentrato prima dell’esplosione – che cercano di risvegliarlo. Non c’è eroismo, ma cura, non c’è epica, ma relazione poiché la memoria del mondo non può essere custodita da un solo individuo.

Tradurre Calvino senza trasformarlo in monumento

Chi ama Calvino sa quanto sia difficile sottrarsi alla sua lingua: una scrittura descrittiva, analitica, capace di generare universi con pochi tratti netti. È una parola che crea movimento sulla pagina, ma non necessariamente nello spazio fisico. La drammaturgia sceglie di non addomesticare questa natura e quindi la parola resta centrale, quasi ostinatamente tale e i quadri scenici si susseguono per frammenti: episodi cosmici, relazioni, incomprensioni, distanze siderali che diventano metafore amorose. Non c’è progressione lineare quanto un andamento circolare, a spirale, come un universo in espansione. È qui che si avverte la frizione tra letteratura e teatro dal momento che non tutto diventa azione nè si traduce in gesto, ma la scelta appare del tutto consapevole. Più che cercare fluidità, lo spettacolo mette in scena il limite stesso dell’adattamento e in questo limite trova la sua onestà.

Un teatro delle meraviglie tra platea e cosmo

La scena è essenziale: luci e suoni disegnano atmosfere più che ambienti realistici. Gli attori scendono in platea, rompono la frontalità, trasformano lo spazio in un luogo poroso e attraversabile. A tratti il tono si fa volutamente scomposto, quasi circense: un imbonitore che invita all’applauso, una festa surreale sospesa tra fine del mondo e varietà post-apocalittico dietro la cui ironia si percepisce una malinconia sottile. Non è solo gioco meta-teatrale ma un “teatro delle meraviglie” che prova a far convivere scienza e incanto, pensiero e leggerezza. E tutto questo sotto gli stucchi dorati del teatro della Pergola in un cortocircuito affascinante tra cosmogonia e storia, tra espansione dell’universo e velluti settecenteschi.

Lo sguardo di Luca Marinelli: fragile, umano, necessario

Al di là della struttura, è la presenza di Marinelli a tenere insieme i frammenti. Il suo Q attraversa un arco sottile ma percepibile: dallo stupore alla consapevolezza, dall’amnesia esistenziale a una nuova lucidità. Non incarna un eroe cosmico né una caricatura buffa, ma un uomo che prova a ricordare. Nel suo sguardo si legge la malinconia di chi ha visto troppo e la vulnerabilità di chi teme di aver dimenticato l’essenziale. E forse è proprio questo a rendere lo spettacolo contemporaneo: Qfwfq, che ha attraversato ere cosmiche, è più spaesato di noi perché conoscere non basta e senza memoria, la conoscenza resta sterile.

Un esperimento imperfetto (e per questo vivo)

La cosmicomica vita di Q non è uno spettacolo accomodante con una narrazione compatta e un adattamento rassicurante. È frammentario, talvolta irregolare, ma animato da una coerenza profonda: restare fedele allo spirito di Calvino senza musealizzarlo. Per chi cerca una progressione drammatica tradizionale, può risultare spiazzante ma per chi accetta il patto – un teatro che si misura con la complessità senza semplificarla – l’esperienza è suggestiva, potente e trasformativa. Uscendo in via della Pergola, resta una sensazione precisa, quella che forse non abbiamo attraversato miliardi di anni come Q, ma condividiamo con lui la stessa urgenza, quella di ricordare.

 

in copertina: Luca Marinelli, ph. Anna Faragona