Tra le strade del quartiere S. Ambrogio, Samuele Alfani, regista e artista fiorentino, mi accoglie in uno spazio cantiere dove già si respira il nuovo. Ascoltando le sue parole nelle stanze ancora vuote, si materializzano figure in movimento e colori. Uno studio-galleria d’arte aprirà a febbraio e l’eco della sua voce promette di unirsi presto a tante altre. La seconda mano di pittura è già sulle pareti, sulle scarpe e sui riccioli di Samuele, che con le sue mani sta dando forma ad uno spazio per l’arte condiviso. Ospiterà artisti, ma soprattutto menti libere e coraggiose come l’arte.
Samuele sei regista, hai studiato fotografia, recitazione e da pochi anni ti dedichi alla pittura. In quale arte sublimi al meglio l’espressione di te?
Direi nel cinema, soprattutto al livello tecnico. È spontaneo per me osservare le linee e pensare come avrei usato la macchina da presa, chi avrei fatto entrare in scena e come. La prima cosa a cui penso è sempre cosa succede all’interno del frame. La pittura invece è stata per me la rivoluzione, una scoperta recente che ho compiuto da solo e che sto apprendendo. Dipingere doma la mia irrequietudine, è per me l’èureka che conferma quello che ho sempre pensato… l’arte è la mia strada.
Hai studiato teatro in Spagna, dove hai vissuto per dieci anni. Quale insegnamento personale ti ha lasciato la recitazione?
Nella vita non sono mai riuscito ad indossare maschere e non amo vederle sugli altri.
Il teatro mi ha permesso di essere più tollerante, a dosare le sensazioni verso chi invece nella vita sceglie di vestirsene. Ho frequentato la scuola Col-legi de Teatre de Barcelona dove ho appreso Il metodo Lecoq, in cui si indossa una maschera di legno neutra e ti esprimi solo attraverso l’utilizzo del corpo continuo, senza l’uso della parola.
Con il metodo Stanislavskij invece, dovevamo spogliarci dei nostri abiti sfidando la vergogna, in questo modo ci si sveste del proprio Io per entrare nel personaggio. Ho sempre avuto pochissimi filtri e con la recitazione ho imparato a riflettere di più e a non farmi prendere dalla foga. È stata una sorta di nuova disciplina, più divertente e comprensibile.
Il teatro mi ha anche insegnato il set da regista, un aspetto affascinante a qualsiasi livello venga sviluppato, perché crea una dimensione spazio-tempo molto forte, in sinergia con la troupe.
Quali registi cinematografici influenzano i tuoi quadri?
Sicuramente David Linch per il mistero, ma anche il cinema francese con Jean-Luc Godard, per esempio nel capolavoro con Belmondo “Fino all’ultimo respiro” e “Il Disprezzo”, così come François Truffaut. Amo tanto anche il cinema polacco e la sua profondità.
Cosa sarà questo luogo?
Uno studio-galleria d’arte. Si chiamerà “La Bagasseria”, in catalano significa Casa di prostituzione. Vuole essere un porto di mare aperto a tutti. È anche il nome di un mio quadro molto grande dipinto in una cantina. Una donna seduta su una poltrona pavone bianca che all’inizio non riuscivo a rendere al meglio ma che poi, come guidato da un’energia diversa, è apparsa sulla tela.
Cosa vorresti che diventasse La Bagasseria?
Mi piace molto l’idea di vedere nascere dei movimenti artistici e culturali come succedeva agli inizi del ‘900, vorrei che questo luogo divenisse il covo di qualcosa di profondo. Firenze, per l’arte contemporanea, è ancora indietro e serve un’azione diversa. Della mia città soffro un po’ la ghettizzazione, la chiusura al nuovo. Ho sempre lottato contro quella realtà e vorrei riuscire a rompere questo schema, aprendo ad altre visioni.
Mi piacerebbe che La Bagasseria diventasse un polo che accolga. Uno spazio di promiscuità artistica.
Credit fotografici Gaia Carnesi
La Bagasseria.
Via dell’Agnolo 25/r Firenze
https://www.instagram.com/samuele_alfani/
