di Lorenzo Robin Frosini e Fabio Ciancone
ll tour del Teatro degli Orrori e il Festival di Letteratura Working Class di GKN sono due tra le manifestazioni di un rinnovato spirito di rappresentazione di classe.
C’è un coro che viene cantato spesso in piazza l’8 marzo, recita: “Siamo il grido altissimo e feroce/ di tutte quelle donne che più non hanno voce”. Se compito della politica in democrazia è, da sempre, dare voce alle fasce di popolazione di cui si fanno gli interessi, l’arte, storicamente, ha avuto aspirazioni e pretese universali. Nei paradigmi dell’arte contemporanea, però, si è fissata l’idea che anche l’opera è il riflesso di chi la fa, delle sue condizioni materiali e della sua visione del mondo.
Negli ultimi anni, al netto di numerose chiusure di spazi culturali e sociali, sgomberi di beni immobili che erano stati liberati dal deserto che avanza, operazioni di speculazioni chirurgiche volte a minare l’esistenza di luoghi liberamente accessibili, la piana fiorentina ha registrato un notevole incremento di consapevolezza working class. Ed è inevitabile il riferimento alla storia del Collettivo di Fabbrica GKN e alle pratiche di convergenza che sono nate in seno a quest’esperienza di resistenza operaia; la necessità di toccare narrazioni che permettano di abbracciare momenti di riflessione, approfondimento ed emancipazione da parte di chi è derubato del proprio tempo in cambio di un’inadeguata busta paga (spacciata per necessaria al fine di garantirsi una sopravvivenza dignitosa) è un’urgenza. Ammesso di essere coscienti di non voler soccombere alle dinamiche capitalistiche e neoliberiste che pervadono la nostra società.
Si terrà a Campi Bisanzio dal 4 al 6 aprile la terza edizione del Festival di Letteratura Working Class, organizzato da Collettivo di Fabbrica GKN, S.O.M.S. Insorgiamo, Alegre e Arci Firenze e diretto da Alberto Prunetti. Il tema di questa edizione è Prospettive: «contro il realismo capitalista che ci schiaccia su un presente che non passa mai e puzza di guerra, inquinamento, fascismo e sfruttamento, coniugheremo i verbi al futuro, perché noi saremo tutto», recita il comunicato di lancio del festival. Per il terzo anno consecutivo davanti ai cancelli della fabbrica autor3, poet3, lavorator3, studios3 discuteranno di scenari e prospettive dell’arte creata e immaginata dalla classe lavoratrice.
L’arte working class non è solo letteratura, ma anche musica, teatro, arti figurative. Il ritorno del Teatro degli Orrori sui palchi dopo dieci anni di assenza dalla scena ha un retrogusto decisamente working class. O per lo meno ad esserlo è la parabola di chi, da frizzante adolescente, ha vissuto l’esplosione della band intorno al 2010 e oggi, nel gorgo di ben altri tempi (decisamente più bui), ne ha potuto apprezzare la rifioritura.

Crediti fotografici Teatro degli Orrori: Davide Esposito
Produrre cultura working class significa proprio questo: attraverso l’esplorazione di diversi linguaggi artistici si ricordano, raccontano, immaginano e condividono accadimenti capaci di alimentare la fiammella della resistenza, dell’opposizione alle disumane logiche del potere che ossidano l’esistente cancellandone i momenti umanamente più significativi. Per esempio, incidere un brano come Genova, tratto dall’ultimo disco della band – Il Teatro degli Orrori (La Tempesta, 2015) – significa esattamente combattere le sottoculture fascistoidi, violente e prevaricatrici presenti tra le fila delle forze dell’ordine.
Durante il recente concerto del 25 febbraio 2025 al Teatro Cartiere Carrara di Firenze è stata suonata Lavorare stanca, un pezzo abrasivo e strumentalmente violento che permette a Pierpaolo Capovilla di gridare con tutta l’indignazione che ha in corpo «Lavorare stanca, lavorare uccide / Lo sanno tutti che in Finmeccanica i soldi veri li fanno con le armi / E noi qui, ad amare i nostri bambini / Ma che senso ha». Il brano, presente nell’album omonimo del 2015, è sempre attuale. E la sua attualità non è il miracoloso frutto di una sorta di preveggenza del Teatro degli Orrori; piuttosto, è un (a)normale meccanismo che caratterizza i governi delle nazioni di questo mondo.
A distanza di dieci anni cosa è cambiato, dunque? Niente. La guerra e la repressione delle minoranze sono sempre i punti cardinali che orientano le mire politiche internazionali; quel che è cambiato, però, riguarda la dissoluzione delle pratiche di conservazione e diffusione della memoria di quei momenti (involontariamente) iconici che rappresentano questo dannato spirito del tempo. E senza il Teatro degli Orrori, in assenza di una più ampia produzione culturale working class, l’arte perde l’occasione di diventare uno dei più creativi strumenti d’opposizione all’egemonia del nulla. Non si fraintenda il senso di questa creatività: produrre opere working class non significa leggere la realtà in preda ad un costante e provante stato di disperazione. Come scriveva Pierpaolo Pasolini nella sua poesia Una luce «è tremendo, e dolce: che non c’è mai / disperazione senza un po’ di speranza»; e, in fondo, l’arte working class serve a rammentarsi che non si può dire di stare annegando nella disperazione se non si nutre almeno un filo di speranza.