di Michelle Davis

 

Sulla copertina grigia si stagliano due linee incrociate: un divieto, un invito, un punto di incontro. Nato dal dialogo tra la poetessa Sofia Galli e il fotografo Marco Gualtieri, X (Maschietto Editore) dichiara fin dal titolo la propria natura chiastica. Immagini e parole si alternano tra inglese e italiano, colore e monocromia, in un costante gioco di rimandi tra contesti culturali. Sfogliarne le pagine significa accettare le sue mappature sinestetiche, il senso di smarrimento, la solitudine speranzosa ma schiacciante di ciò che resta intraducibile. Sta al lettore decidere dove risieda il tesoro, disegnando con la propria immaginazione quella proverbiale croce a inchiostro rosso, sotto la quale si cela una ricchezza di significati tutta da scoprire. Ne abbiamo parlato con gli autori in vista della prima mostra dedicata al progetto che inaugura Giovedì 9 Aprile  Corridoio Fiorentino, la galleria di DIVA, divisione di digital imaging e arti visive di AUF – The American University of Florence, in via Ricasoli 21.

“Chiasmo” deriva dal greco chiasmós, una disposizione a forma di “X”, un ponte tra significati. Era chiaro fin dall’inizio che volevate generare un incontro fatto di tensione, e non qualcosa di “innocuo”? Qual è stato il processo dietro la costruzione di “X”, uscito lo scorso 26 febbraio per Maschietto Editore?

Marco: Il punto di partenza sono state le immagini. Avevo queste due scatoline “geolocalizzate” di stampe, alcune risalenti a diversi anni fa. Cercavano una casa. Avevo provato a metterle insieme per una pubblicazione, convinto che quelle foto avessero bisogno di parole, ma in anni di tentativi ero riuscito a scrivere forse cinque frasi. Ho capito che dovevo aprirmi a una collaborazione… quando ho incontrato Sofia e ho scoperto che scriveva poesie, le ho portato le foto. Dopo due settimane è arrivato un plico: mi aspettavo due poesie, è arrivato un mondo.

Sofia: Quando Marco mi ha dato quelle scatoline, mi hanno comunicato moltissimo. La struttura di X è nata in modo organico e spontaneo. Una scatola conteneva foto scattate negli Stati Uniti, l’altra in Italia. Ho iniziato a creare delle coppie, cercando sinergie non didascaliche. Da lì nascevano dei distici, che poi traducevo tra inglese e italiano, giocando con ciò che si perdeva o si guadagnava nel passaggio linguistico. Inizialmente la X era solo la disposizione diagonale di immagini e testi sul foglio; poi, da struttura incorporea, X è diventato il vero e proprio protagonista della storia.

Componenti geografiche e linguistiche giocano un ruolo chiave in una continua (ri)mediazione di spazi e tempi. Quanto conta lo smarrimento nella ricerca di un senso condiviso?

Marco: Non lavoro mai con un progetto chiuso in mente quando scatto paesaggi; cerco di evitare ogni forma di costrizione. L’approccio che ho avuto negli Stati Uniti l’ho preservato in Italia: il parallelismo, l’elemento comune tra questi due mondi è il mio modo di vedere. Non mi adatto all’ambiente, cerco una familiarità che si fa analisi di luce e composizione. La cosa straordinaria è che pur non essendo mai fisicamente presente nelle foto, mi sono ritrovato completamente nelle poesie di Sofia e nella figura di X, nonostante all’epoca non ci conoscessimo ancora bene.

 

Si tocca un’esperienza umana quasi universale. Penso alla sezione del libro dove i volti, creati da frammenti di ritratti diversi, danno vita a persone inesistenti ma a primo sguardo reali. È un modo per dire che questo libro tocca tutti e nessuno?

Sofia: La tensione tra presenza e assenza è un tema che cercavo di discernere già nella scrittura. Nelle foto di Marco c’è un’assenza corporea di umani, ma la loro presenza permea gli spazi: poltrone abbandonate che sembrano un teatro per un dialogo. X è l’uomo totale, il “chiunque e nessuno” di pirandelliana memoria. Nelle parole non gli fornisco mai fattezze o genere, approfittando della neutralità della lingua inglese per poi rifrasare in italiano. Vogliamo aprire una nuova finestra su un interrogativo che l’umanità si pone dall’inizio dei tempi.

La relazione tra fotografia e poesia vanta precedenti illustri, da Whitman e Weston a Mulas e Montale. Cosa anima questo confronto e quali sono gli ingredienti per tale sinergia?

Marco: Mi piacerebbe che l’operazione risultasse “completamente sbagliata”: dove 1+1 diventa 3. Si deve creare un ponte con una sostanza propria, dove entra in gioco l’esperienza di chi guarda e legge. La foto non deve essere una didascalia o un’illustrazione. Ho sempre pensato ai miei paesaggi come scenografie dove lo spettacolo è appena finito o sta per cominciare; l’ingresso di X ha confermato questa mia sensazione, creando uno spazio per l’immaginazione.

Sofia: Come diceva Montale in Satura: «Eppure non mi dà riposo / sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa». L’arte può nascere nell’individualità o nell’unione. Whitman diceva di contenere moltitudini; noi abbiamo la volontà di non ridurci a una cosa sola. La poesia rivela il segreto del mondo che la fotografia smaschera catturando l’attimo. Poste l’una di fronte all’altra, queste forme gettano luce sulla profondità che si cela negli istanti più quieti.

Anche il celebre fotografo statunitense Alec Soth vede poesia e fotografia come anime simili per via della “costrizione” della cornice. Sofia, tu definisci questo lavoro un Artbook non canonico…

Sofia: Non desidera appartenere a un genere. Ci sono immagini, poesia, prosa, persino una sceneggiatura. X è un narratore inattendibile, radicato nella finzione e nella mancanza di confini. Con Maschietto Editore l’abbiamo definito un Artbook proprio per questa sua natura multiforme. Sofia: In Poesia 14 Montale diceva «Tu sola sapevi che il moto non è diverso dalla stasi, che il vuoto è il pieno e il sereno è la più diffusa delle nubi».

Marco: Introduce un senso di sospensione. Il viaggio qui è interiore; riflettiamo su come, anche stando fermi, siamo in grado di muovere universi. Abbiamo usato le foto come portali.

Marco, per te è stata anche un’occasione per scoperchiare i tuoi archivi. Com’è stato rimetterci mano?

Marco: È un processo continuo, sto già rimettendo in discussione le scelte! Inizialmente c’erano solo paesaggi, poi sono entrate foto personali, ad esempio le sequenze di un rullino 35mm dove per sbaglio ho sovrapposto scatti fatti mentre mi stavo trasferendo negli USA e le vacanze in Sardegna. Immagini che non avrebbero mai avuto senso se non fosse nato questo progetto votato all’ambiguità della percezione. Sarebbero rimaste nel cassetto; la parola ha creato nuove aperture. Mi piace l’idea di riguardare le immagini tra dieci anni e trovarci nuove bussole di senso.

Si parla di “analogico” per la foto ma potremmo considerare analogica anche la componente testuale?

Sofia: La scrittura richiede tempo. Oggi si pensa che la poesia debba essere veloce, legata spesso a una fruizione social, ma è ogni parola nella poesia va soppesata con la stessa cura di uno scatto analogico.

Marco: Scatto in analogico perché amo il rapporto con il tempo, ma alla fine quello che conta veramente è l’immagine. Ansel Adams diceva che la foto è lo “spartito”, può essere interpretata in molti modi. Questo è vero soprattutto per la stampa da negativo: la pellicola è viva, cambia a seconda della scansione, della carta, degli interventi fisici. Il digitale, invece, resta uguale a se stesso, quasi come se non esistesse veramente.

Il libro segna la rinascita della storica Maschietto Editore. Com’è nata questa collaborazione?

Marco: Grazie a un passaparola di un collega, Riccardo Bartalucci, che collabora con Maschietto. Hanno un approccio da editori d’altri tempi: partecipi, aperti al dialogo e con un grande spirito mecenate. Si prendono lo stesso rischio degli autori.

Sofia: Io e Andrea Francioni condividiamo la passione per i formati tattili. Quando abbiamo insistito sulla rilegatura a mano, hanno accolto la sfida con grande disponibilità. È una delle ragioni per cui X ha questa identità fisica così forte con filo a vista e una foto inserto diversa per ogni copia.

Il 9 Aprile inaugura la prima mostra presso Corridoio Fiorentino, AUF – The American University of Florence, in via Ricasoli 21. Come si rende “leggibile” un concept così complesso in un allestimento?

Marco: Ci saranno le foto incorniciate ma il libro sarà presente; vogliamo mantenere un riferimento continuo con il progetto editoriale, che resta il cuore dell’opera.

Sofia: È giusto che in galleria ci sia una predominanza visiva, ma chi vorrà “leggere” lo spazio troverà il tempo per sfogliare il libro. È stimolante avere un approccio mutevole a seconda che ci si trovi in un luogo dedicato alla fotografia o alla letteratura.

 

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