In occasione del 25 aprile, abbiamo intervistato il dott. Matteo Mazzoni, direttore dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea a Firenze. 

Tra i primi a livello nazionale, l’ISRT fiorentino fu fondato nel 1953 per volontà dei principali esponenti del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale allo scopo documentare l’esperienza resistenziale. Originariamente concepito come un luogo di conservazione, l’istituto mantiene oggi questa funzione principale, ampliandola allo studio e alla promozione della conoscenza, estesa anche al secondo Novecento, rivolgendosi sia agli specialisti che alla cittadinanza. Abbiamo intervistato il direttore Matteo Mazzoni.

Secondo lei quanto è importante la memoria storica, in questo caso anche molto vicina, e quali sono le modalità per custodirla e assimilarla nella prassi quotidiana?

«Mantenere ed alimentare la conoscenza storica è fondamentale, specialmente riguardo al fascismo e alla Resistenza, in un momento in cui le voci della memoria stanno scomparendo. Questo si può fare in due modi: da un lato, conservando i documenti e conducendo ricerche negli archivi curati e inventariati; dall’altro, diffondendo la conoscenza attraverso la didattica e la public history, raggiungendo così un pubblico più ampio. Negli ultimi anni, strumenti efficaci per il nostro istituto sono state le esposizioni tematiche allestite in sede, dove si mostrano frammenti di patrimonio, ed i percorsi trekking a Firenze, organizzati con un’associazione di guide turistiche, che coinvolgono molti partecipanti».

Cosa significa oggi parlare di resistenza e quali opposizioni ci sono, secondo lei, nel farlo? 

«Significa trasmettere consapevolezza e conoscenza di una pagina fondamentale della storia italiana e fiorentina. In Toscana l’esperienza resistenziale rappresenta il nucleo dell’identità repubblicana degli ultimi decenni: Firenze infatti si ridefinì nel 1944, così come la Regione, che scelse come simbolo il cavallo alato, emblema della Resistenza. Mi preoccupa l’uso che viene fatto oggi della Resistenza, spesso denigrante e semplificatorio, ignorando la sua pluralità di genere, di generazioni, di ideologie, di religioni, e delle diverse modalità di resistenza, armata, politica, civile, culturale, anche degli stranieri presenti in Italia. La Resistenza non deve essere strumentalizzata con paragoni superficiali sull’attualità, ma riconosciuta come un momento storico con caratteristiche e ragioni proprie». 

Qual è a suo avviso oggi il rapporto tra memoria della resistenza e costituzione? Crede che sia minacciato?

«Il rapporto è strutturale: non avremmo questa Costituzione se non ci fosse stata la Resistenza. Questo spiega l’anima antifascista della costituzione italiana, non solo perché scritta dai partiti Ciellenisti della liberazione, e perché vieta la riproduzione in qualsiasi forma del partito fascista, ma anche nei principi che enuncia e nell’attenta divisione dei poteri, in perfetto equilibrio tra di loro. Non si può in qualche modo riconoscersi nella Costituzione e nella Repubblica Italiana se non ci si riconosce nella Resistenza. Ad oggi preoccupano i molti tentativi di modifiche, non perché la Costituzione non debba essere riformata, ma non si può incidere sull’anima di una carta costituzionale. Questo aspetto è certamente preoccupante, perché tocca quell’identità della Repubblica che, così come è nata ottanta anni fa, rappresenta un patrimonio fondamentale. C’è preoccupazione, ma anche speranza, e la convinzione che la diffusione della conoscenza, accompagnata da uno spirito critico, possa favorire la consapevolezza della nostra carta costituzionale e dell’importanza di mantenere viva la sua struttura e la nostra democrazia».

 

Photo credits: Ilaria Bandinelli