di Lorenzo Hofstetter

 

Il dimensionamento degli istituti scolastici voluto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito riguarderà anche due storici licei fiorentini. Ne abbiamo parlato con alcuni soggetti interessati.

A Firenze, certe notizie non restano mai semplici comunicati: diventano subito materia di discussione cittadina, rimbalzano tra corridoi scolastici, gruppi WhatsApp dei genitori, bar di quartiere. L’accorpamento tra il liceo Michelangiolo e il liceo Galileo, che diventerà operativo dal settembre 2026, è uno di quei casi. Due istituti storici, due tradizioni radicate, due comunità scolastiche che per decenni hanno camminato parallele – a volte con una punta di rivalità, come spesso accade tra scuole fiorentine – si ritroveranno sotto un’unica dirigenza. La notizia, anticipata nei mesi scorsi e confermata dalle delibere regionali, ha colto molti di sorpresa, nonostante il tema del dimensionamento scolastico fosse nell’aria da tempo. La cronaca cittadina ha raccontato il processo come un passaggio quasi inevitabile: numeri in calo, parametri ministeriali, scadenze da rispettare. La sindaca di Firenze, Sara Funaro, ha definito l’ultimo decreto «un’ulteriore riprova di come l’unico obiettivo sia far quadrare dei numeri, senza né visione né prospettiva». Ma dietro la formula tecnica dell’“accorpamento” si muovono persone, timori, aspettative.

Per capire cosa significhi davvero questa decisione, abbiamo raccolto due voci interne al Michelangiolo: quella del vicepreside, Ivan Casaglia, e quella di Bianca Bellocci, 17 anni, rappresentante d’istituto. Due prospettive diverse, che insieme restituiscono la complessità di un cambiamento che non è solo amministrativo. Il punto di partenza è il dimensionamento scolastico previsto dal PNRR. Una misura che punta a ridurre il numero delle autonomie scolastiche in un Paese dove la popolazione studentesca è in calo costante. «L’obiettivo dichiarato è ridurre il numero dei dirigenti, delle segreterie e delle unità amministrative», spiega Casaglia. Una logica di efficientamento che però si scontra con la distribuzione reale delle scuole sul territorio e con le competenze condivise tra Stato e Regioni. La Toscana, in particolare, ha contestato a lungo i criteri nazionali, arrivando a ricorsi al TAR e perfino alla Corte Costituzionale. Ma il quadro, alla fine, si è chiuso: anche gli istituti storici sono rientrati nei parametri. Il Michelangiolo oggi è “sotto soglia”, poco sotto i 600 studenti fissati come limite minimo. Una soglia che Casaglia definisce «veramente fittizia», ma sufficiente a far scattare il meccanismo. La Città Metropolitana aveva un margine di scelta: accorpamento o fusione. La fusione avrebbe creato un nuovo istituto, con un nuovo nome e una nuova dirigenza; l’accorpamento, invece, prevede che una scuola assorba l’altra. «C’è stata una fase in cui sembrava che non si volesse decidere», racconta Casaglia. «Poi si è ritenuto che non ci fossero i tempi per una fusione. In altre province è stato possibile, qui no. Ed è un risultato che amareggia un po’».

Se la voce del vicepreside restituisce la complessità amministrativa, quella degli studenti porta in primo piano le conseguenze quotidiane. Bianca Bellocci parla senza giri di parole: «Siamo profondamente preoccupati e contrari all’accorpamento forzato del nostro istituto». Le ragioni sono concrete: la perdita della dirigente, della DSGA e della segreteria, con il rischio di un’amministrazione più lenta e distante; la possibilità che alcuni docenti vengano spostati o che addirittura perdano il posto; la sensazione che l’identità del liceo venga diluita in un processo deciso altrove. Ma c’è anche una lettura politica più ampia: «È una scelta che nasce dalla volontà di risparmiare sull’istruzione per destinare risorse crescenti al riarmo e alla spesa militare. Io sento di vivere in uno Stato che sta rinunciando al proprio futuro».

Tra le due prospettive – quella istituzionale e quella studentesca – si apre uno spazio che è poi il vero terreno del dibattito: cosa significa, oggi, difendere l’identità di una scuola? Casaglia invita alla cautela: «Le scuole sono fatte dalle persone. L’identità cambia comunque: la scuola che c’è oggi non è quella di dieci anni fa». È un modo per ricordare che la storia di un istituto non si misura solo con un organigramma, ma con chi lo abita. Eppure, proprio perché le scuole sono comunità vive, l’accorpamento non può essere percepito come un semplice incastro di numeri. Per Firenze, città che ha sempre vissuto le sue scuole come microcosmi riconoscibili – a volte persino con una punta di campanilismo, quello che Giovanni Spadolini liquidava come “Firenzina” – la sfida sarà capire come trasformare una decisione calata dall’alto in un’occasione per ripensare cosa significa essere, oggi, un liceo storico. In questi mesi, tra assemblee, incontri e discussioni informali, è emersa una consapevolezza condivisa: al di là delle sigle e delle delibere, ciò che davvero farà la differenza sarà la capacità delle due comunità scolastiche di riconoscersi, ascoltarsi e immaginare un futuro comune senza rinunciare alle proprie radici. L’autunno 2026 porterà una nuova configurazione, ma anche una domanda aperta: come si costruisce un’identità comune senza perdere ciò che ha reso unici, per decenni, due dei licei più simbolici della città?

 

 

Foto: Nicola Michelassi