La ricerca di Roberto Ghezzi si fonda su un patto con la Natura: le Naturografie, esistono grazie a due entità coesistenti: tempo e ambiente. ARNO – Storie di riconciliazione tra Firenze e il suo fiume è l’esito di questa conversazione, in mostra al MAD e in varie sedi fiorentine dal 4 novembre.

 

A partire dal 29 giugno, presso l’ASD Canottieri Comunali Firenze, l’Arno ha ricevuto teleri di cotone per potersi raccontare. Un’azione radicale che cerca di mettere a fuoco una nuova dinamica del lavoro su tela, attraverso un tempo che non chiede velocità, ma attesa. Roberto Ghezzi, di formazione pittore e promotore di questa conversazione, afferma: «Un tessuto che sta un’ora [immerso nell’acqua] è vuoto, non ha memoria, perché il fiume non riesce a parlare in un’ora». 

È l’inizio di un lento colloquio tra artista, fiume e spettatore attraverso un tempo che è prolungato unilateralmente, per un umano. Il fiume vive al di sopra degli eventi. All’Arno, di cui quest’anno ricorrono i sessant’anni dall’alluvione, è stato chiesto di prendere la parola. Siamo consapevoli che tra le varie ricorrenze del mese non ci sarà posto per un suo ruolo attivo. Il fiume sarà oggetto di racconti, analisi, studi e rappresentazioni. 

Ghezzi decide di attuare una collaborazione diversa, attraverso una lingua ignota che incide di segni il supporto: «Tramite l’estrazione delle tele si vede il frutto del tempo, un racconto del fango. Dentro a quegli orizzonti c’è la memoria del fiume, qualcosa che sarebbe stato impossibile catturare con pittura o fotografia, che ha registrato e ascoltato il percorso della vita tra sedimenti, alghe e animali». Il fiume raccoglie, conserva, modifica, crea una narrazione inedita. Attualmente, infatti, la sua funzione principale lo confina a panorama da cartolina, oggetto di pulizia e depurazione, specialmente nelle grandi città. Spesso, il fiume è un malessere, un indicatore di catastrofi, tra inquinamento e calamità naturali. Valutazioni corrette. Il fiume racconta una storia di allontanamento quotidiano dell’essere umano, nonostante rimangano ancora alcuni che lo frequentano tra canottaggio, pesca e darsene organizzate sulle sue sponde. Manca, tuttavia, un accordo esplicito e più ampio, una presa di consapevolezza che del fiume non ci si ricorda solo quando emerge un’irregolarità, o quando la piena lo rende visivamente e sonoramente impossibile da ignorare. 

Per questo Ghezzi ha intitolato il suo progetto Storie di riconciliazione, «una riconciliazione metaforica che non riguarda solo l’alluvione: dove il fango ha creato distruzione, può creare anche bellezza. Parliamo, inoltre, di riconciliazione con l’aspetto quotidiano del fiume, [ad esempio] un padre che porta a pescare il figlio sulle sponde dell’Arno». In questo accordo l’artista è vero e proprio regista. Il movimento delle acque può parlare secondo le sue convenzioni, senza aspettare un evento sensazionale per farsi sentire. Suoni, odori, sedimenti sono mani, occhi e orecchie del corso d’acqua. Dal punto di vista della preparazione dei tessuti, Ghezzi ha modo di esprimersi quale pittore, in un gesto materialmente attuato dalle acque e dagli organismi del fiume. 

«All’inizio è stato un passo particolare – racconta l’artista – perché l’abbandono così radicale del gesto pittorico per un pittore è qualcosa di molto forte da vivere e gestire». Le tele di cotone sono posizionate in Arno durante i periodi più placidi, in primavera, quando le alghe iniziano a crescere e le trasformazioni sono più veloci. Il fiume è più incline a raccontarsi senza fretta, mostrando tutto il suo potenziale non solo attraverso le acque, ma tramite la vita aerea che si sviluppa al di fuori. Per Ghezzi, infatti, non è importante solo il racconto subacqueo, ma anche quello delle immediate vicinanze: «Lascio sempre parte della tela fuori – quando è totalmente sommersa vuol dire che c’è stata una piena; è metà fuori e metà dentro per intercettare anche l’aspetto aereo, dei cianobatteri e delle muffe al di sopra del livello delle acque». 

La traduzione di questa conversazione avviene sotto due aspetti: il primo è quello materiale dell’opera e il secondo è quello della ricerca scientifica che “traduce” in dati il materiale depositato. Se pensiamo di escludere la componente umana – al di là del contributo dell’artista, ci sbagliamo di grosso. L’essere umano, infatti, è costantemente presente e contamina la narrazione principalmente sotto forma di inquinamento: una parte di Storie di riconciliazione si svolge presso il CNR e le università, dove vari studi hanno evidenziato quanto ci sia di umano nell’Arno sotto forma di microplastiche diffuse. Una presenza pesante che è rilevabile sia a livello chimico che fisico. 

Quel senso di malessere che ci spinge ad allontanarci dal fiume non è altro che il nostro riflesso, che ci fa ribrezzo e che crediamo che non ci riguardi. La memoria del fiume è elastica e accogliente, forse anche trasformativa. Le acque accolgono ciò che cade al loro interno e restituiscono sulle tele microrganismi, plastiche e semi che, in alcuni casi, continuano il loro processo biologico fino a diventare veri e propri germogli. Il fiume non dimentica, né nasconde: conserva e trasforma aspettando di poter avere qualcuno con cui parlare.