Continua anche quest’anno la nostra fortunata media partnership con Fabbrica Europa che il 2 ottobre porterà nella cripta del Museo Marino Marini l’artista multidisciplinare Mai Mai Mai, location perfetta per presentare il suo ultimo lavoro uscito per Maple Death Records.
Karakoz è un disco splendido, ma immagino emotivamente e fisicamente devastante da registrare nel 2024 tra Ramallah e Betlemme. Quanto è stato difficile e come ti ha cambiato?
È stata un’esperienza che definirei stupenda, anche se questo termine va inteso nel suo significato più ampio, quello di “stupore”. È una sensazione che mi ha accompagnato continuamente, sia in positivo che in negativo, durante le sei settimane trascorse tra Ramallah e Betlemme, collaborando con persone che vivono quotidianamente sotto occupazione. È stata un’esperienza così intensa da portare a interrogarmi su molte cose: il significato stesso di fare musica e arte in un contesto del genere, durante un genocidio. Ti chiedi se abbia senso, quale senso possa avere, e allo stesso tempo capisci quanto sia urgente il bisogno di esprimersi e di non sottostare a un silenzio che vuole essere imposto, alla cancellazione di una memoria e di una cultura. Il rapporto con tutte le persone coinvolte è stato fondamentale: mi hanno guidato e accompagnato durante tutto questo percorso. Mi ha arricchito profondamente il dialogo continuo con loro, ma anche il semplice fatto di vedere con i miei occhi una realtà che, per quanto possiamo conoscerla o pensare di conoscere attraverso i media, non si comprende davvero finché non la si vive in prima persona.
È un viaggio che ho intrapreso perché da alcuni anni collaboro con musiciste e musicisti palestinesi che portano avanti un lavoro straordinario nella loro terra. Dopo esserci incontrati più volte in Italia e in Europa in giro per festival e concerti, è nato il desiderio di lavorare insieme ma questa volta andando io a trovarli, confrontandomi con quei suoni, quelle tradizioni e quel patrimonio culturale. È stato questo desiderio a portarmi ad approdare su quella sponda del nostro Mediterraneo.
Questa esperienza mi ha fatto capire con ancora più chiarezza l’importanza di usare la mia musica per raccontare qualcosa. In questo caso è inevitabilmente anche un gesto politico, pur senza ricorrere a testi esplicitamente politici. È una consapevolezza che in parte avevo già, ma che non mi era mai apparsa così evidente come dopo Karakoz.
Il Sud Italia dell’album Rimorso e il Medio Oriente di Karakoz, tra rituali e tradizione: ci sono analogie tra queste due sponde del Mediterraneo?
Appena arrivato lì mi sono sentito subito a casa. I suoni e i rumori, i colori, i volti, le architetture, i paesaggi, il cibo, gli odori: non ho mai avuto la sensazione di essere uno straniero in una terra lontana e sconosciuta. Le analogie tra le due sponde del Mediterraneo sono moltissime. Naturalmente non voglio sovrapporre realtà profondamente diverse: la storia e il presente della Palestina sono unici e non possono essere paragonati a quelli del Sud Italia. Però, se ci spostiamo sul piano culturale e sonoro, il legame è fortissimo.
È stato soprattutto il lavoro sulle percussioni a farmelo percepire con chiarezza. Essendo prima di tutto un batterista, mi sono sentito immediatamente a casa dentro quelle ritmiche. Allo stesso tempo è stato affascinante confrontarmi con strumenti come l’oud, il buzuq e lo yarghul, oppure con la tradizione dei canti funebri, che ho potuto esplorare grazie alla straordinaria ricerca di Maya Al Khaldi, ritrovandole vicine alle nostro prefiche o “chiancimorti”. In tutto questo non cercavo tanto delle somiglianze superficiali, quanto di capire come queste tradizioni dialoghino tra loro: è stato bellissimo scoprirne le differenze, ma ancora di più riconoscere un legame profondo.
Com’è stato aprire quello scrigno magico degli archivi del Popular Art Center di Ramallah?
È stato come attraversare un portale: un teletrasporto e un viaggio nel tempo allo stesso momento. Già solo vedere fisicamente quell’archivio, nato su supporti analogici tra audiocassette e VHS, è stato emozionante. Oggi stanno portando avanti un enorme lavoro di digitalizzazione, fondamentale non solo per rendere più semplice la consultazione del materiale, ma anche per garantirne la conservazione e proteggere una memoria culturale di valore inestimabile, che ovviamente è sotto continuo attacco e minaccia da parte dell’occupazione.
Sono un vero nerd degli archivi sonori e poter passare ore ad ascoltare quel materiale è stato incredibile. Ci sarei rimasto settimane. La loro disponibilità è stata fantastica: non solo mi hanno aperto le porte dell’archivio, ma mi hanno anche dato la possibilità di utilizzare alcune delle registrazioni nel disco, cosa tutt’altro che scontata.
Ho lavorato su quei suoni come faccio sempre con i materiali d’archivio: non li considero semplici campioni da manipolare, non li considero solo per il loro potenziale estetico e sonoro, ma tracce di vite, di luoghi e di memorie. Cerco di dare voce a questi spiriti, a questi fantasmi del passato, evocandoli. Per questo immagino la musica di Mai Mai Mai come un rituale, che cerca di riportare in vita questo passato che spesso vediamo lontano e ormai perso, fumoso, che scompare come un sogno appena ci svegliamo e apriamo gli occhi. Ma cerco di farlo mantenendo la forza e la profondità di questi spiriti.
Fin dal suo nome, Karakoz trasuda di significati e misticismi. Potresti spiegarci il suo concept?
Karakoz è innanzitutto il racconto di questa esperienza, ma lo sento come un lavoro profondamente corale. Dentro ci sono tutte le persone con cui ho collaborato: le musiciste e i musicisti (Maya AL Khaldi, Julmud, Osama Abu Ali, Alabaster dePlume…) con cui sono entrato in studio, le voci provenienti dall’archivio del Popular Art Center, i paesaggi sonori che ho registrato con il mio Zoom camminando tra Ramallah, Betlemme e gli altri luoghi attraversati durante la residenza.
Anche il vinile è stato pensato come parte integrante di questo racconto collettivo. È accompagnato da una serie di testi costruiti sotto forma di conversazioni con le persone coinvolte nel progetto (tra cui Ibrahim Owais e Yousef ed Elias Anastas, fondatori di Radio alHara e del Wonder Cabinet), oltre che da un testo di Micol Meghnagi, un’amica che era presente durante quelle settimane e che sapevo avrebbe saputo restituire quell’esperienza con uno sguardo personale e intenso. E, sempre parlando di punti di vista, nel disco troverete anche le fotografie fatte durante la residenza da Ilaria Doimo e Sofia Lambrou. Mi interessava che anche le immagini contribuissero a costruire questo racconto, offrendo il loro sguardo su quei luoghi e su quei momenti.
Volevo che fosse un disco completamente radicato nel luogo in cui è nato, ma senza ricorrere a riferimenti immediati o folkloristici. Ho cercato di assorbirne lo spirito, più che di rappresentarlo.
Anche nei miei lavori dedicati al Sud Italia c’è sempre una forte componente spirituale e rituale, e durante questo viaggio ho avuto la sensazione di incontrare gli spiriti di quella terra. Nella tradizione mistica del mondo arabo questi spiriti sono i jinn: è proprio uno di loro ad apparire sulla copertina del disco, quasi come una guida o un custode che introduce l’ascoltatore nel territorio sonoro di Karakoz.
Da lì è nata anche l’altra immagine che attraversa tutto il progetto: quella delle ombre. Ho immaginato ogni suono del disco come un’ombra che porta con sé una storia, passata, presente o persino immaginaria. Karakoz è il nome del tradizionale teatro delle ombre dell’Impero Ottomano, diffuso anche in Palestina, e mi è sembrata la metafora perfetta. Ho pensato il disco come una rappresentazione teatrale in cui sono proprio queste ombre sonore a salire sul palco e raccontare il viaggio.
Fabbrica Europa è un festival che da sempre punta tantissimo sulla contaminazione e la contemporaneità. Come stai portando dal vivo un album così denso e stratificato?
Il live è pensato come un rituale. È un’esperienza molto intensa e, per molti aspetti, diversa dal disco. Karakoz è stato costruito con un lungo lavoro di studio – grazie anche al contributo fondamentale di Filippo Brancadoro, che mi ha affiancato in questa fase delicata – ed è stato plasmato come un racconto che l’ascoltatore può attraversare nei propri tempi.
Dal vivo, invece, tutto diventa più fisico e immersivo. Il suono cerca di trasportare il pubblico in quei luoghi, dentro quei paesaggi e quelle atmosfere. Non è un concerto diviso in canzoni, ma un flusso continuo con una propria progressione e una propria drammaturgia. Per chi ha voglia di abbandonarsi all’ascolto, è un viaggio attraverso quei territori, accompagnato da quegli spiriti di cui parlavo prima.
A Fabbrica Europa anche il contesto avrà un ruolo importante. La location (la cripta del museo Marino Marini) contribuirà a rendere l’esperienza ancora più intensa, amplificando quella dimensione rituale e spirituale che attraversa tutto il progetto.
https://fabbricaeuropa.net/events/mai-mai-mai/
https://www.instagram.com/maimaimaikr/
in copertina: Mai Mai Mai sheeps by Ilaria Doimo
