di Arianna Camellato
Una stanza libera, qualcuno che non ha casa e un patto scritto: la coabitazione solidale funziona da vent’anni senza costruire nulla. Dal 2023 una legge la riconosce, ma i fondi continuano a seguire gli immobili.
Una donna anziana, una casa grande e una stanza in più. Arriva una persona senza casa e quella stanza diventa la sua camera da letto; non paga l’affitto, ma partecipa alle utenze. Nel mezzo, un’associazione che li mette in contatto e accompagna con un mediatore la definizione delle regole – aiuto reciproco, orari, cosa si condivide e cosa no – fino a sottoscrivere un comodato. È il patto di reciproca solidarietà che il servizio Abitare Solidale dell’associazione Auser Laboratorio Casa indica come tappa decisiva, e che dal 2008 ha promosso 423 coabitazioni.
«In questi anni abbiamo coinvolto più di 900 persone, partendo da Firenze e diffondendo l’esperienza anche a Bologna, Torino, nelle Marche e in Trentino. La formula si basa sulla relazione e la gratuità del mutuo aiuto e a differenza di molti servizi simili rivolti a target specifici, il nostro è aperto a tutti», racconta Gabriele Danesi, Presidente dell’APS.
In questo accordo la casa resta di chi ce l’ha: non si scambiano beni, si mette in comune il quotidiano. Che tipo di condivisione è? Abitare è la forma frequentativa di habere: avere continuamente, tenere. Dalla stessa radice viene habitus, l’insieme delle disposizioni fisiche e comportamentali acquisite nell’esperienza. Abitare insieme, alla scala domestica, condominiale o urbana, significa allora condividere abitudini e lasciarsi plasmare da quelle.
Il lessico importato dall’inglese mantiene entrambe le accezioni. Housing è il contenitore: il cohousing mette in comune spazi e servizi tra alloggi che restano privati. Living è la vita che vi si svolge: il coliving affitta stanze arredate con comunità compresa. Due parole prese in prestito quando in italiano la soluzione c’era già: coabitare, il termine che usa anche Auser. Una condivisione che richiede sforzi e che i modelli d’importazione raccontano come scontata.
Dal 2023 c’è una legge: la riforma delle politiche per gli anziani riconosce per la prima volta il senior cohousing e la coabitazione intergenerazionale, e indica una strada di riuso del patrimonio costruito. Nasce da due emergenze che si incrociano: la solitudine di chi invecchia e il costo della casa sempre più elevato.
Il problema è che la norma, quando guarda la convivenza, vede soprattutto gli immobili. Il decreto che doveva fissare i requisiti del cohousing per anziani rinvia a norme scritte per la disabilità grave, e i fondi finanziano l’adattamento degli spazi, la domotica, la riconversione di strutture. Ma le esperienze che funzionano da vent’anni usano case che esistono già. Prendi in casa, a Milano dal 2004; lo stesso Abitare Solidale dal 2008; la coabitazione intergenerazionale del Comune di Padova. Da circa due anni molte di queste esperienze sono riunite nella rete nazionale Coabitare Solidale. Quello che le tiene in piedi non sta nei metri quadri: è la relazione, e la rete che la sostiene.
Una legge serviva, meglio prevenire la fragilità che rincorrerla. Prima o poi, però, bisognerà sostenere anche il lavoro di queste reti che non diventa mattone.
Crediti immagini: Arianna Camellato

