Da quasi mezzo secolo il Festival delle Colline rappresenta uno degli appuntamenti più originali e longevi del panorama musicale italiano. Nato nel 1979, ha costruito la propria identità intrecciando ricerca artistica, sperimentazione e attenzione ai luoghi, portando sui palchi della provincia toscana nomi che hanno segnato la storia della musica internazionale e dando spazio, al tempo stesso, a nuove voci e progetti capaci di anticipare i tempi. La 47ª edizione conferma questa vocazione, proponendo un cartellone che attraversa generi, generazioni e linguaggi, mantenendo saldo il rapporto tra musica, territorio e cultura.
Ne abbiamo parlato con Gianni Bianchi, direttore artistico del Festival delle Colline, che racconta il peso e il privilegio di raccogliere un’eredità così importante, il lavoro di ricerca che accompagna la costruzione del programma, le sfide organizzative di un festival indipendente e il significato di continuare a investire in una proposta culturale accessibile e di qualità, capace di trasformare luoghi storici in esperienze d’ascolto uniche.
“Il Festival delle Colline taglia il traguardo della 47ª edizione, un primato di continuità raro in Italia che dal 1979 ha visto passare nomi come Robert Fripp o i Sonic Youth. Quale peso ha, per un direttore artistico, gestire un’eredità così importante cercando di mantenere il festival ‘fresco’ e fedele al suo spirito per certi aspetti di ricerca e di educazione all’ascolto?
È un peso enorme, soprattutto perché prima di essere stato direttore artistico del Festival sono stato spettatore fin da adolescente. Il Festival delle Colline è, per questo territorio, qualcosa di simbolico dal punto di vista musicale, negli ultimi 40 anni. Seguendolo fin da ragazzino è stato per me fondamentale, che appunto mi ha educato all’ascolto. Ma è pesante anche perché coloro che mi hanno preceduto sono stati degli ottimi direttori artistici come Mario Bufano e Silvia Bacci. Ciò che contraddistingue di più Il Festival delle Colline rispetto ad altri Festival è il lavoro di ricerca, che dura tutto l’anno. Osserviamo quello che ci circonda, artisticamente ma anche nella società, che ci dà sempre tante indicazioni. Anche in passato abbiamo sempre tenuto a parlare di questioni importanti, dall’aver ospitato Mimmo Lucano all’aver affrontato le tematiche LGBTQA+, una serie di temi e stimoli che esclude la ricezione passiva delle proposte delle agenzie. Cerchiamo noi stessi collegamenti, collaborazioni multidisciplinari, proposte che ci sembrano ben incarnare lo spirito del festival. Ed è soprattutto in questo modo che cerchiamo di mantenerlo “fresco”. Privilegiamo, oltre a chi ha una carriera consolidata, anche i progetti di nicchia e più all’avanguardia. Senza trascurare la rilettura attualizzata di musiche del passato che ci sembrano rappresentative. Anche la trasversalità anagrafica è un elemento importante, dai bambini ai meno giovani, per fortuna il pubblico si è fidelizzato e attraversa le generazioni.
Il programma del 2026 spazia dalla psichedelia folk di Krano (fresco di David di Donatello) al pop vintage di Lumiero, fino alle riletture battistiane dei Lato B (puoi parlare anche un po’ nello specifico di questo super gruppo). Come è stato costruito il programma e in che modo la scelta degli artisti viene influenzata dalle location specifiche, come la millenaria Rocca di Carmignano al tramonto o la Chiesa di Santa Cristina in Pilli, e quanto il luogo stesso contribuisce a ‘riscrivere’ la performance musicale?
Il programma 2026 è stato fatto in fretta. Anche per colpa di difficoltà legate a questioni procedurali con l’Amministrazione. Tuttavia, pur nella difficoltà, è sempre una grande soddisfazione riuscire a portare a casa una lizza di nomi e proposte all’altezza. Resta un programma di cui siamo felici. Ci siamo affidati ad artisti e collettivi che conoscevamo, come sempre accompagnando a questo il lavoro di ricerca. Lo stesso Krano, che ha avuto un certo successo grazie all’aver scritto la colonna sonora del fortunato film “Le città di pianura” era stato contattato prima che fosse premiato con il David di Donatello. Il Lato B, progetto che vede protagonisti musicisti del calibro di Leo Pari, Gianluca De Rubertis (già negli Studio Davoli e Il Genio), Dario Ciffo (conosciuto per Afterhours e Lombroso) e Lino Gitto (al fianco di Dellera e Green Like July).rappresenta un po’ il lavoro che facciamo nel coinvolgere un pubblico ampio che allarghi a più gusti e attitudini possibile. Battisti per noi era perfetto per fare da collante. Ci interessava che fosse arrangiato da amici musicisti di spessore che vengono da percorsi diversi da quelli del cantautorato classico italiano. Tutti musicisti eccezionali. Posso dire che è stato un concerto bellissimo (martedì 14 luglio), personalizzato dagli interpreti ma senza stravolgere i pezzi originali. E qui entra però in campo anche la location. In questo caso la Piazza di Poggio a Caiano, una location storica, importante anche dal punto di vista turistico. La Rocca di Carmignano “debutterà stasera”, con Gnut e D’Alessandro. Seguirà dj set di musiche popolari molto interessanti provenienti dal Brasile. Insomma le location non solo sono contesti, ma parte importante del festival. Nonostante la fatica siamo ripagati dalla soddisfazione.
Organizzare un festival di alta qualità al di fuori dei grandi circuiti metropolitani richiede una visione coraggiosa, specialmente quando si sceglie di mantenere prezzi ultra-popolari e una dimensione intima. Quali sono le principali difficoltà logistiche e produttive oggi in un territorio ‘di provincia’ e quale risposta riceve da un pubblico che, nonostante i cambiamenti del mercato discografico, continua ad affollare i vostri palchi?
Sì. Richiede una visione coraggiosa da condividere con lo staff e l’amministrazione (che non sempre è in linea con lo spirito culturale e musicale, dipende dai periodi). Il Festival dipende dai contributi pubblici, inutile girarci intorno. Personalmente credo che sia necessario finanziare con soldi pubblici la cultura. I bilglietti sostengono solo una parte delle spese, essendo una caratteristica del festival mantenere gratis o molto bassi i prezzi dei concerti per favorire l’accesso maggiore del pubblico (i 2 concerti a pagamento costano 10 euro, meno che andare al cinema a vedere un blockbuster). Il venir meno di supporto o la messa a bando del festival da parte di alcune amministrazioni certo ci penalizza in questo senso. Poi ci sono altri problemi che altri festival e altri professionisti della musica dal vivo e degli eventi stanno affrontando, come quelli legati alle normative per la sicurezza, che comporta costi ingenti. E chi non ha alle spalle un’organizzazione solida difficilmente può affrontarli. Costi soprattutto tecnici e normativi, dalla certificazione degli impianti, alla posizione degli estintori, alla predisposizione dei piani di emergenza, ecc., che spesso poco influiscono sulla sicurezza effettiva per chi viene al festival. Questione, questa, su cui poniamo sempre il massimo dell’attenzione. Lo stesso vale per la SIAE. Non so in quali altri settori sia richiesto tutto questo zelo, il che mi fa pensare che forse ci sia un disegno preciso per penalizzare il settore culturale in questo paese.
Come sta andando questa edizione? Sei soddisfatto?
Di questa edizione sono soddisfatto fin qui tantissimo, abbiamo fatto due concerti, quello de L’Albero e quello dei Lato B e devo dire che anche dal pubblico sono stati entrambi apprezzati. Numericamente il pubblico era un po’ in flessione, ma sappiamo anche quanto sia difficile portare fuori il pubblico dalle rotte e dai circuiti più tradizionalmente conosciuti, come ad esempio quelli delle piattaforme streaming. Speso che anche stasera ci sia un buon afflusso di pubblico, anche perché la Rocca merità di per sé una presenza.

