Gruppo Nanou indaga il confine sottile tra visione e presenza, dove sguardo e mente umana vengono coinvolti e sfidati. La compagnia di danza contemporanea e arti performative di Ravenna porta in scena “redrum”. Una sintesi intensa e immersiva tra spazio, corpo e percezione ha animato gli spazi del Cango, Cantieri Goldonetta lo scorso aprile per proseguire la tournée in altre città d’Italia. L’atmosfera catalizzatrice si ispira a Shining, capolavoro cinematografico di Stanley Kubrick e rimanda alla speculare frase sulla porta che capovolge ogni illusione di normalità. Nell’installazione la scena diventa un set dove luci in movimento e musiche ipnotiche avvolgono lo spettatore in un vortice di riverberi, rendendolo parte attiva della performance.

foto: Zani Casadio
Istruzioni per l’uso
Lo spettatore si ritrova ad abitare la scena e il tempo. Libero di avvicinarsi ai performer per osservarli a una distanza ridotta, può muoversi lentamente da un capo all’altro della sala. I danzatori avanzano verso il pubblico, gli posizionano una poltrona accanto, sembrano cercare un confronto ma le loro azioni sono imprevedibili e la soggezione e il coinvolgimento incalzano. Spesso si incrocia il loro sguardo o se ne riesce a cogliere l’emozione. Il visitatore diventa così comparsa in uno scavalcamento scenico e quel luogo diventa inspiegabilmente familiare.
Marco Valerio Amico, coreografo e regista dello spettacolo insieme a Rhuena Bracci, ci svela di più di questa performance vibrante e magnetica.
Come è nata la suggestione e l’ispirazione a Redrum?
Il punto di partenza è un’idea di luogo prima che di narrazione. L’Overlook Hotel di King e di Kubrick — un posto che trattiene i suoi ospiti in un presente indefinito, sospeso tra lusso e spettralità — corrisponde a quello che volevamo costruire: un dispositivo performativo. L’immaginario di Shining ha funzionato come soglia d’accesso condivisa: un alfabeto di tensione spaziale che molte persone portano già con sé. La parola redrum — murder letto al contrario — dice qualcosa sul metodo: le stesse cose, lette in una direzione diversa, producono un senso diverso. Quello che ci interessava definire è un ambiente da abitare, più che una rappresentazione.

foto: Zani Casadio
I sei danzatori seguono una coreografia predefinita o hanno libertà?
Seguono partiture di movimento, strutture compositive che definiscono gesti, percorsi, geometrie spaziali con precisione. Dentro quelle partiture esistono variabili che dipendono dal contesto: la risposta del luogo, la densità e il comportamento del pubblico, la durata dell’installazione. Non è improvvisazione. È un sistema compositivo duttile che produce differenze reali tra una replica e l’altra, senza perdere la tenuta formale dell’insieme. Con questo processo e queste regole coreografiche si mantiene la vitalità di un ambiente che si rinnova continuamente e si valorizza l’evento dal vivo e la sua irripetibilità.
La performance è dunque anche cinema?
Dal cinema prendiamo un riferimento compositivo: un certo cinema che lavora su regia, fotografia, montaggio e suono come elementi in dialogo, senza gerarchie, per costruire forme capaci di uscire dai generi. Ci interessa quell’idea di composizione come architettura. Costruiamo “cinema dal vivo,” come spesso ci piace dire con leggerezza, perché ci spostiamo dalla sala cinematografica e dalla sua frontalità, dall’immobilità del punto di vista, dalle durate definite e compiute, per lasciare la libertà al pubblico di muoversi, di scegliere dove e per quanto stare nell’opera. Come in certo cinema d’autore, luci, musica, spazio partecipano alla costruzione dell’ambiente percettivo con la stessa autorevolezza drammaturgica dei performer. L’impronta cinematografica è la soglia d’accesso da cui costruire un’opera dal vivo.

foto: Zani Casadio
È possibile anticipare qualcosa del progetto Overlook Hotel?
Overlook Hotel è un ciclo di installazioni coreografiche autonome e interconnesse che si sta sviluppando e si svilupperà nei prossimi anni. redrum ha dichiarato il nostro rapporto con l’iconografia cinematografica. Il secondo capitolo, goldroom, mette l’accento sulla grammatica del sogno, sul montaggio coreografico come strumento per generare una scrittura che possa stimolare delle percezioni come nei sogni. Lo si potrà vedere in anteprima a BASE Milano il 23 maggio, in prima assoluta, dall’1 al 7 giugno a Ravenna Festival, in estate a Roma per il festival Fuori Programma e in autunno a Pesaro per il festival Hangart Fest. Ci sono infine le Camere, piccole derive per palcoscenico che stanno nascendo da questo percorso e che mettono a fuoco le peculiarità dei danzatori coinvolti. Quest’estate seguiteci.
