Dal 22 al 24 maggio, i Dialoghi di antropologia del contemporaneo affrontano la XVII edizione. Marco Aime, anima scientifica dei Dialoghi di Pistoia, racconta sedici anni di antropologia pubblica e una XVII edizione che interroga i confini del corpo nell’epoca dell’intelligenza artificiale

A Pistoia quest’anno si parla di corpi e Marco Aime si è fatto intervistare per Lungarno con quella disponibilità priva di pose che ti aspetti da chi ha trascorso mesi sul campo in Benin e anni a spiegare l’antropologia a grandi platee. Professore ordinario a Genova, africanista, scrittore, e da sedici anni anima scientifica dei Dialoghi di Pistoia: il festival di Antropologia del contemporaneo che apre i battenti il 22 maggio nella città pistoiese, torna con un tema che è quasi una domanda medica prima ancora che filosofica. «Corpi in divenire»: dove finisce il corpo, cosa lo modifica, chi decide.

Aime interviene sabato 23, in piazza del Duomo, con una conferenza che si intitola The dark side of the skin. Il riferimento ai Pink Floyd è voluto, ma non è un gioco: la pelle come confine, come superficie su cui si proiettano paure che non passano mai del tutto.

Gli chiedo se il razzismo di oggi abbia qualcosa di davvero nuovo rispetto a quello che ha studiato e scritto nei suoi libri, Classificare, separare, escludere del 2020 e Contro il razzismo del 2016, o se stiamo semplicemente assistendo all’ennesima replica di un copione antico.

«Sono fenomeni che si ripetono nel principio, nella base, la discriminazione sulla base del colore della pelle o di altri elementi. Allo stesso tempo queste manifestazioni si ripresentano con vesti nuove, versioni nuove che possono essere discriminatorie come le altre ma assumono una modalità diversa. Pensiamo all’uso dei social nell’insulto razzista, al linguaggio, all’utilizzo di certe parole anche nelle retoriche politiche pubbliche che nascondono comunque un pensiero razzista».

Non è un’analisi rassicurante. La struttura è la stessa, la velocità di diffusione è diversa. E quando la velocità cambia, cambia anche la capacità di normalizzare

L’intelligenza artificiale e la fatica del pensiero

Il tema del corpo porta inevitabilmente all’intelligenza artificiale, e qui Aime fa una distinzione che vale la pena fermarsi ad ascoltare. La chirurgia estetica, i tatuaggi, le modificazioni fisiche: sono pratiche antiche, cambiano gli strumenti non la logica. L’IA è un’altra faccenda.

«Fino adesso la tecnologia aveva quasi sempre sopperito le nostre carenze fisiche. Con l’intelligenza artificiale invece andiamo a toccare il pensiero, che è quello che ha sempre caratterizzato forse il genere umano. E questo non a caso ci spaventa, ci preoccupa, ci affascina allo stesso tempo».

C’è chi sostiene che sia semplicemente un’estensione della vecchia logica, ovvero la tecnologia come alleviamento della fatica, stavolta intellettuale anziché fisica. Aime non è in disaccordo, ma aggiunge una riserva che è più politica che filosofica:

«Il rischio grosso è che questa intelligenza artificiale nelle mani di pochi non sia compatibile con la democrazia. Tutto viene controllato da questa tecnologia, e questa tecnologia è gestita da poche persone: questo è un pericolo davvero grave per tutti.»

Detto senza enfasi. Quasi sottovoce, il che lo rende più efficace.

La parola più abusata: «Identità»

Vent’anni che Aime ci lavora, vent’anni che la parola si logora nel dibattito pubblico fino a non voler dire quasi più nulla, o a voler dire tutto e il contrario di tutto a seconda di chi la usa. Gli chiedo come si fa a lavorare su un concetto che il dibattito politico ha saturato.

La sua risposta è disarmante nella sua semplicità: «Ne abbiamo molte, di identità: plurime. Abbiamo l’identità nazionale, etnica, ma abbiamo allo stesso tempo un’identità religiosa, un’identità di fede calcistica. Se vado a un concerto, in quel momento avrò la mia identità di fan dei musicisti che andrò a sentire. Non va ridotta a un elemento solo. E in più è un qualcosa che cambia continuamente, non è un dato ascritto come se fosse genetico, ma si costruisce sempre nella relazione con gli altri».

L’identità come processo, dunque, non un contenuto fisso da difendere ma qualcosa che si ridefinisce ogni volta che si incontra qualcun altro. È un’idea che Aime porta avanti almeno dai tempi della sua tesi di dottorato, quando studiava i mercati del Benin settentrionale come spazi non solo economici ma di negoziazione culturale e politica. Trent’anni dopo, l’intuizione tiene.

Prima di arrivare all’Università di Genova, Aime ha lavorato dieci anni alla Pirelli di Settimo Torinese. Gli chiedo se quell’esperienza abbia lasciato qualcosa nel metodo dell’antropologo.

«L’esperienza fatta in fabbrica è comunque stata utile e formativa per capire delle realtà e dei modelli organizzativi. E devo dire che l’aver fatto quell’esperienza è stato utile anche per leggere il mondo accademico con un’ottica diversa».

Non si dilunga, passa oltre quasi subito, e forse è già una risposta.

Come scrittore, Aime ha vinto il Premio Chatwin e il Premio Albatros con Taxi Brousse, racconti nati dal terreno africano. Il confine tra il saggio e la narrativa nella sua opera è sempre stato permeabile, e non per scelta programmatica:

«Anche nei testi scientifici è permesso molto di raccontare, forse è anche per questo che ho scelto l’antropologia. Il linguaggio narrativo concede molta più libertà anche alle emozioni e alle esperienze personali, non richiede una certa oggettività. Si possono veicolare attraverso quel linguaggio altre cose che non avrebbero senso con un linguaggio più scientifico.»

Nel 2019 ha pubblicato Gina. Diario di un addio, un libro sul lutto per la compagna scomparsa. È il libro apparentemente più lontano dai suoi studi, e insieme forse il più antropologico: nessuna disciplina come questa è abituata a guardare la morte in faccia, a smontarne i riti, a capire come ogni cultura elabora la perdita. Gli domando se viverlo abbia cambiato il modo in cui studia il lutto degli altri.

«Viverlo è diverso che studiarlo. Ci si mette alla prova e ci si rende conto che ognuno elabora il lutto in base ai suoi riferimenti culturali e alla relazione che aveva con le persone. È stato un unicum, e forse anche un modo per convivere con la sofferenza di vedere una persona cara via via spegnersi».

I Dialoghi di Pistoia sono nati nel 2010 con una scommessa che all’epoca sembrava un po’ azzardata: fare dell’antropologia un festival popolare, con platee di non addetti ai lavori, in una città di provincia. Aime è stato lì dal primo giorno. Com’è cambiata, in questo tempo, la funzione pubblica della disciplina?

«L’antropologia sempre di più è entrata nell’analisi di tematiche più vicine a noi. In passato si occupava di popoli lontani e basta; adesso, attraverso lo studio di altre culture, si occupa di tematiche molto più vicine alla nostra realtà, al nostro vivere quotidiano. E per fare questo ha anche dovuto modificare il proprio linguaggio, renderlo accessibile.»

Il programma di quest’anno lo dimostra: oltre ad Aime, ci sono Vittorio Gallese con le neuroscienze del corpo nell’era digitale, Jeffrey Schnapp sui confini tra umano e robot, Davide Sisto sull’immortalità e l’intelligenza artificiale. Non è un festival interdisciplinare per moda, dice lui, ma per necessità:

«Non può essere un solo sguardo, una sola direzione a farci comprendere la complessità. Dobbiamo guardarla da tanti punti. E questa complessità può solo nascere dall’incontro con attori di altre discipline che portano innovazioni.»

Prima di salutarci, gli pongo una domanda sulla sua esperienza in Africa. Trent’anni di campo, un continente che cambia a una velocità di cui qui si parla poco. Come si tiene lo sguardo aggiornato?

«Quelle che a noi possono sembrare delle contraddizioni, l’immagine di un ragazzo seduto su un gradino polveroso di una strada sterrata vicino alle capanne, con un laptop in mano, che magari sta creando un’app che poi venderà a mezzo mondo, ecco, queste convivono. Realtà diversissime convivono.»

Il programma completo è su dialoghidipistoia.it.