Cantautore torinese attivo dal 2011, Bianco ha costruito negli anni un percorso riconoscibile per delicatezza, cura artigianale del suono e una capacità rara di trasformare la fragilità in racconto. Dopo collaborazioni importanti – da Niccolò Fabi a Levante, passando per Max Gazzè, Ex-Otago e Margherita Vicario – oggi torna con Camaleonte (Garrincha), un progetto discografico essenziale e profondamente intimo, nato dal desiderio di togliere più che aggiungere, di riportare la musica al suo gesto più vero. Il 18 aprile sarà protagonista alla Sala Vanni per Musicus Concentus, accompagnato da Roberto Angelini e Andrea Pesce: un trio che ogni sera reinventa lo spettacolo intrecciando chitarre, wurlitzer, voci e nastri manipolati in tempo reale. Un’occasione perfetta per incontrare un artista che continua a mutare forma senza perdere autenticità.

 

Il titolo Camaleonte porta con sé l’idea di cambiamento, ma anche di mimetismo e protezione. Nel pezzo omonimo, la frase che più mi colpisce è Non avere tatto, ma volersi bene/Per salvarsi forse basta solo questo seme. Ci parli un po’ di questo brano e del significato che gli dai all’interno del disco?

Il brano parla di amicizia e di una fase della vita in cui accadono cose che, mentre le vivi, magari non consideri così importanti, ma che poi si rivelano fondamentali per costruire identità e personalità. Il disco si intitola Camaleonte perché, quando il titolo è emerso per la canzone, mi è piaciuto subito: il camaleonte è un animale con caratteristiche molto forti, capace di adattarsi all’ambiente e alle circostanze senza perdere la propria natura. Ha una visione a 360 gradi, pochissimi predatori… insomma, mi è simpatico e a volte sento di assomigliargli.

Hai scelto di registrare con un approccio analogico, lavorando con strumenti fisici, nastri, manipolazioni in tempo reale. Cosa ti permette questo metodo che il digitale non ti dà? E c’è stato un momento in studio in cui l’imperfezione analogica ha generato qualcosa che non avresti potuto programmare?

L’analogico ha pro e contro, ma in questa fase del mio percorso è stato come una manna dal cielo. Tira fuori caratteristiche dei musicisti che il digitale non mette in evidenza: il rapporto con la macchina e con il nastro è molto più diretto, e la possibilità di editare o post-produrre è praticamente nulla. Questo crea una tensione diversa rispetto alle registrazioni tipiche di oggi. Abbiamo usato un Tascam, lo stesso strumento che i cantautori dei primi anni ’90 usavano per i provini: è portatile e ha solo quattro tracce. Significa che non puoi registrare strumenti infiniti come nel digitale, devi scegliere. In una canzone hai voce, chitarra, pianoforte… e resta pochissimo spazio per il resto. Questo porta a un’essenzialità e a un minimalismo che, in questo momento, mi interessano molto.

 

Nei tuoi testi spesso convivono immagini molto intime e frasi più sospese, quasi da diario trattenuto. Penso a brani in cui lasci intravedere un’emozione senza mai dichiararla del tutto. Quando scrivi, come decidi cosa resta implicito e cosa invece merita di essere detto apertamente?

Per Camaleonte la scrittura è stata molto veloce: volevo fermare ogni momento come fosse una fotografia, uno scatto. Sentivo che stava accadendo qualcosa da ricordare. Ho riaperto l’album dei ricordi di un passato lontano, un passato privo di dolore, che ti fa stare bene quando ci pensi. È stata una scrittura istintiva. Di solito, invece, tendo a tornare più volte sui testi, a lavorarci a lungo, a lasciarli sedimentare e chiuderli solo all’ultimo prima di cantarli. Questa volta, insieme a Roberto e Fish, che sono gli altri due produttori del disco, abbiamo deciso di fermarli così com’erano, senza darci la possibilità di modificarli rispetto all’istinto.

 

Come producer hai lavorato dentro universi sonori diversi, aiutando altri artisti a trovare una forma, ma all’attivo hai anche molte collaborazioni. C’è un’esperienza specifica che ti ha insegnato qualcosa che poi hai portato in Camaleonte?

Una collaborazione duratura è sicuramente quella con Niccolò Fabi: quest’anno sono dieci anni che lavoriamo insieme, dal vivo e in alcuni casi anche in studio. È la persona e il musicista da cui ho imparato di più. Stando tanto insieme ho percepito la possibilità di uno scambio reale, e questa è una cosa che mi porto dentro nei miei dischi e nel mio percorso.

 

Il cantautorato italiano oggi è un territorio molto ampio: convive la scrittura più classica, la ricerca elettronica, l’ibridazione con l’indie-pop. Come leggi questo momento e dove senti di collocarti, o di non collocarti affatto, dentro questo panorama?

Trovo che ci sia stato un periodo, verso il 2015 e gli anni successivi, in cui, a partire dall’ottimo lavoro di artisti come Calcutta, si è venuta a creare una scena in cui il valore creativo è andato sempre un po’ calando. Temo che in quegli anni ci si sia molto uniformati, lasciando poco spazio all’originalità: per ogni progetto valido ne nascevano altri tre che sembravano solo delle copie del primo… Ad ogni modo, dopo anni in cui il cantautorato è stato confuso con il trend del cosiddetto Itpop, penso che oggi stiano nascendo – o si stiano affermando – progetti molto validi e anche interessanti. Tra i nomi che seguo ci sono Emma Nolde, Giorgio Poi, Gaia Banfi. Mi piace molto anche Dente: più passa il tempo, più fa cose belle.

Il concerto alla Sala Vanni si annuncia come un’esperienza intima, costruita insieme a Roberto Angelini e Andrea Pesce. Che tipo di atmosfera vuoi creare dal vivo e cosa può aspettarsi il pubblico da questa tappa fiorentina?

Faremo un concerto “camaleontico”, nel senso che è uno show che si adatta molto al luogo in cui viene eseguito e ogni sera è diverso. Suoneremo i brani del nuovo disco ma anche alcuni pezzi più conosciuti del mio repertorio, in una versione in trio: minimal, ma molto ricca di emozioni.

 

In un panorama musicale che spesso punta alla quantità, Camaleonte sceglie la via opposta: pochi elementi, idee chiare, nessun artificio superfluo. Il live alla Sala Vanni sarà l’occasione per vedere questo approccio tradursi in pratica, con un trio che lavora in modo essenziale ma preciso, adattando lo spettacolo allo spazio e al pubblico. Chi parteciperà troverà un concerto costruito con cura, dove ogni scelta – dagli arrangiamenti alla resa sonora – è pensata per valorizzare le canzoni senza sovrastrutture. Un appuntamento interessante per chi vuole ascoltare da vicino un artista che sta ridefinendo il proprio linguaggio con rigore e coerenza.