L’Albero, progetto solista del cantautore e produttore Andrea Mastropietro, torna col recentissimo Cielo e Sfacelo, uscito lo scorso 27 marzo per Santeria. Si tratta di un album che mette a fuoco una tensione molto contemporanea: il bisogno di immaginare un altrove possibile e, allo stesso tempo, la difficoltà di abitare un presente che spesso appare in declino. Nove brani nati in presa diretta, costruiti su strutture spontanee, dove convivono slanci luminosi e zone d’ombra, pieni e vuoti, desiderio di fuga e ricerca di un orientamento. Il percorso di Mastropietro — già autore di Oltre quello che c’è (2016) e Solo al sole (2020), accolti con entusiasmo da critica e pubblico — si conferma personale e riconoscibile: una canzone italiana nutrita di ascolti internazionali, con rimandi che vanno dal Battisti più sperimentale alla psichedelia di Rocchi, dal primo Pino Daniele fino a Crosby e Veloso. Un mosaico di influenze che non sfocia mai nella nostalgia, ma in una scrittura per immagini, sfumature, istantanee.
In occasione del live al Glue Alternative Concept Space, in programma sabato 11 aprile, L’Albero porta sul palco un disco che parla di smarrimento, consapevolezza e possibilità: un invito a guardare le cose per quello che sono e, magari, a trovare un modo nuovo di attraversarle.
Il titolo “Cielo e Sfacelo” è già una dichiarazione di poetica. Quando hai capito che questa tensione — tra slancio e crollo — era il vero centro del disco?
Il titolo mi è venuto chissà come in mente. È un gioco di parole anche un po’ ironico. Non avevo ancora finito il disco e mi sembrava che riassumesse bene le tematiche che stavo cercando di affrontare nei testi, nella scrittura delle canzoni. Penso che sia un disco che sta in questa situazione intermedia tra il cielo — tutto ciò che riguarda la libertà, la creatività, l’immaginazione, il sogno — e questo desiderio irrinunciabile e inarrestabile che sento da sempre per qualcosa di più immenso, di più grande. Non solo infinito, ma anche indefinito. Perché non si sa bene, e non è troppo importante in questo disco sapere dove si sta andando o come sarà la cosa nuova, il mondo nuovo che stai preparando. Quello arriva dopo: prima arrivano le percezioni, le sensazioni che senti e che non realizzi ancora bene. E poi c’è la contrapposizione con questo mondo che io ho chiamato “cielo” e, dall’altra parte, lo “sfacelo”: una realtà che spesso, quasi sempre, per me è molto indigesta. Non mi trovo molto a mio agio con il mondo di oggi, come tanti credo — e spero di non essere il solo. Questa realtà tende proprio a soffocare e reprimere tutto ciò che è immateriale: tutto quello che non è calcolabile, che non genera profitto, che non è utile. Oggi mi sembra che tutto debba essere utile, anche quando ci metti l’arte in mezzo: in qualche modo deve essere utile, altrimenti non si vede quasi il perché, il fine, non si vede il senso di fare una cosa artistica, almeno in questo periodo. E quindi questa contrapposizione mi sembrava chiara: ognuno può chiamare queste due entità come vuole, e io le ho chiamate “cielo” e “sfacelo”. Difendiamo il disutile, dai. Anche perché, non so… soprattutto un’espressione artistica come la musica è veramente immateriale. Prescindendo dal supporto fisico — che ormai sembra quasi una cosa di altri tempi — la musica cos’è? È un mucchio di frequenze che si muovono nell’aria, onde che rimbalzano sulle pareti e che tu chiami suono, chiami musica. È qualcosa che sta nell’aria, non si vede, non si tocca. Forse è la forma di espressione artistica che più soffre nel mondo di oggi. Per le arti visive probabilmente c’è sempre un po’ più di spazio, in una società come questa dove c’è il trionfo dell’immagine e del video. Queste forme d’arte sul visivo riescono a sfondare nel mondo di oggi; la musica invece la trovo in grande sofferenza proprio per la sua immaterialità. È costretta a stare su piattaforme, dentro strutture che in realtà non sono fatte per lei.
Nel descrivere la genesi delle canzoni del tuo ultimo disco, hai parlato della necessità di “chiamare le cose con il loro nome”. Qual è stata la cosa più difficile da nominare mentre scrivevi?
Probabilmente proprio lo sfacelo! In realtà non so quanto sia stato difficile: penso che, come processo, non mi sia risultato particolarmente complicato, perché parlo di cose che sento e che mi riguardano davvero. Non lo faccio tanto per dire. Però, tutti i giorni, credo che queste due entità — cielo e sfacelo — siano molto contrapposte, distinte, ma anche completamente unite. Non penso che sia un disco né pessimista né ottimista, anche se naturalmente c’è sempre un desiderio che il cielo, in qualche modo, pesi un po’ di più nella vita di tutti, nella mia vita. C’è questo auspicio, forse. Se si vuole fare lo sforzo di guardare a qualcosa di più immateriale, spirituale o mistico — lo si chiami come si vuole — difficilmente lo si può fare in modo consapevole se non si prende atto dello sfacelo. E per prendere atto dello sfacelo bisogna che le cose siano dette per quelle che sono. Bisogna che il trionfo completo, oppressivo e dittatoriale del denaro e del profitto venga chiamato con il nome che ha, con quello che è, e non mascherato con duemila filtri e duemila maschere. Per esempio, in una canzone faccio riferimento anche alla mia passione che è calpestata: la musica, per me, in questo mondo è completamente svilita, come ti accennavo prima. Bisogna prenderne atto. Bisogna non far finta di niente. Per me “chiamare le cose con il loro nome” è questo. Credo che questo disco sia anche un continuo richiamo a prendere coscienza e consapevolezza di uno spirito critico che, secondo me, si sta un po’ perdendo. Almeno io vedo in giro che si perde questo spirito critico che ha accompagnato l’uomo per tanto tempo. Quindi attenzione a non prendere le cose così, semplicemente perché sono così: bisogna capire in che mondo vivo, se mi piace o non mi piace, se capisco le dinamiche che si muovono intorno a me, se capisco le dinamiche in cui sono dentro io. Quando mi stanno raccontando A e invece sotto c’è B, devo capirlo. Sono cose complesse, complicate. Però nella musica uno cerca di sintetizzarle nel modo più semplice possibile e di metterle in forma musicale.

Nel disco convivono influenze molto diverse: dagli anni ’70 italiani alla psichedelia, fino a certi ascolti internazionali più recenti. Come hai lavorato per far dialogare tutto questo senza perdere una tua identità precisa? E quali sono attualmente i tuoi modelli ispiratori?
Guarda, fin dall’inizio del mio progetto sono partito proprio da una cover di Lucio Battisti, di un pezzo nemmeno tra i più conosciuti o stra-suonati: Nel cuore e nell’anima. L’ho scelta non a caso: perché quello che mi piace fare è cercare di unire una mia formazione che viene principalmente dalla musica straniera con la passione che comunque ho per la canzone italiana, per la tradizione musicale italiana. Quindi non a caso avevo scelto quella cover per iniziare il mio progetto, quasi come una dichiarazione di intenti, come se fosse un manifesto. E questo cerco di farlo sempre, anche nei dischi precedenti, e l’ho fatto anche in questo. Credo che questa influenza degli anni ’70 — che forse è il decennio che mi affascina di più, insieme, in parte, ai ’60 — sia ancora più smaccata in questo disco, perché l’ho lavorato totalmente io: registrazione, tutto. L’ho registrato io, l’ho testato io, quindi probabilmente questa cosa è venuta ancora più fuori. E quindi sì, c’è Lucio Battisti, soprattutto per quanto riguarda non solo la scrittura delle canzoni, ma anche il rispetto della dinamica della musica: il rispetto dei silenzi, delle pause, delle ripartenze. Le canzoni di Battisti sono piene di queste cose. E io nel disco ho cercato di dare spazio sia al silenzio, al piano, al pianissimo, sia al fortissimo. Ci sono momenti molto più caotici e momenti invece che sembrano quasi scarni, quasi folk, quasi pastorali. E quindi tanta musica “umana”: umana nel senso di percussioni, chitarre acustiche, chitarre classiche. Ho ascoltato tanto Caetano Veloso degli anni ’70, anche i dischi che ha fatto quando era in esilio in Inghilterra — Transa su tutti, per esempio. Mi sono divertito infatti a suonare molto anche le percussioni in questo disco. Ho voluto mettere influenze un po’ più sudamericane rispetto agli altri dischi, dove magari la matrice anglosassone era molto forte. Qui ho cercato di metterci cose riferite al tropicalismo: percussioni, cose di questo tipo. Strumenti e sonorità molto umane. C’è pochissima elettronica, pochissimi sintetizzatori — li ho usati di più in passato. In questo disco ho voluto che fosse tutto più caldo e più umano possibile. Per questo ultimo progetto, ho cercato queste cose qui: tamburi, percussioni, cembali, tamburelli, mani, nacchere — che si possono sentire nel disco — e le voci, tante voci, tanti cori. Dovendo citare un mio punto riferimento contemporaneo, ti direi che apprezzo tutto quello che hanno fatto i Verdena e qualsiasi cosa stiano facendo ora i vari ex-componenti della band, presi singolarmente. Perché anche lì io sento la componente umana: sento l’errore, sento la “sprecisione”, sento il fai-da-te, sento sempre che è un disco fatto da loro. Sento tutte queste cose, per dire.
Il cantautorato italiano oggi è un territorio molto affollato e in trasformazione. I nomi interessanti non mancano (penso, fra tanti altri, ad Andrea Laszlo De Simone). Dove senti di collocarti all’interno di questo panorama, e cosa rivendichi come tuo spazio specifico?
Il trovare un proprio spazio, un proprio modo, il lottare per il proprio metodo, sono tutte tematiche presenti nel disco, tra l’altro. Non lo so… io devo dire che a volte mi sento anche un po’ solo. Non siamo in tanti, secondo me, ad avere una certa concezione della musica. Io ho pensato molto a Laszlo De Simone, sicuramente, anche se secondo me ci sono comunque delle differenze — piccole, però ci sono. Il suo, per esempio, è un approccio su cui non avrei niente da dire di negativo: il suo approccio alla musica è assolutamente serio. Ecco, forse quello che mi piace è quando vedo un artista che mette la sua serietà e il suo impegno al di là della riuscita commerciale del prodotto, al di là dei numeri. Vedo che c’è passione, vedo che c’è una voglia di fare, di dedicarsi veramente e interamente a quella cosa lì, alla musica. E allora sì, forse questo è il lato che mi interessa di più. E quindi mi collocherei tra quelli che cercano di fare questo. Purtroppo, molto spesso i musicisti sono tra i primi a dare poco valore alla musica. Non solo le case discografiche, o i manager, o i distributori: sono anche gli stessi musicisti, a volte, a non rispettare troppo il loro materiale.
Nel 2017 hai collaborato con Federico Fiumani registrando cori e seconde voci per L’Abisso. Com’è stato lavorare con una figura così centrale per il rock fiorentino, e come vedi oggi lo stato di salute della scena rock in città?
Collaborare con Federico è stato molto bello, perché è stato uno di quelli che ha creduto molto in me quando ho fatto il primo disco, Oltre quello che c’è, alla fine del 2016. È stato uno che mi ha fatto un sacco di promozione, è stato molto gentile nei miei confronti, e questo naturalmente non lo dimentico, non lo dimenticherò. E poi ero molto onorato, perché Federico — anche se si muove su un territorio musicale diverso dal mio, anche per questioni anagrafiche — lo reputo uno di quegli artisti che ha sempre fatto le cose seriamente. Ho il massimo rispetto. Quando mi ha chiamato per occuparmi delle seconde voci e dei cori del disco L’Abisso — che tra l’altro reputo uno dei migliori dischi dei Diaframma degli ultimi anni — è stato bellissimo. È stato tutto molto veloce, non c’è stato un problema, niente. Lui è stato molto professionale, molto gentile, mi ha lasciato carta bianca, non mi ha messo paletti. Se ci fosse stata una cosa che non lo convinceva, me lo avrebbe detto senza nessun problema, con il massimo della tranquillità. Mi sono sentito molto bene, non solo con lui ma anche con gli altri ragazzi che in quel momento erano nei Diaframma. È stato tutto molto accogliente da parte loro. Per me è un bellissimo ricordo, perché quando riascolto quel disco sento i miei cori, le seconde voci insieme alla voce di Federico — che è molto diversa da come uso la mia — però ecco, ho questo ricordo, e ne sono molto contento. E quando ho urlato un po’ di più, in questo disco, ho pensato a Federico Fiumani, devo dirlo. Quando ho le parti più urlate ho pensato a come urla lui nei suoi dischi, che secondo me è perfetto.
Per quanto riguarda Firenze, forse preferivo la scena musicale degli anni 2010-2016, o giù di lì. Io, che ora ho 42 anni, riconosco a quella scena un po’ più di vitalità. Probabilmente era anche il momento storico a essere diverso: Firenze era proprio una città diversa rispetto a ora. Per questo ho un po’ più di considerazione per quegli anni lì rispetto a quelli di oggi. Non che ora non ci sia niente, perché questa città — su cui sono molto critico anche nel disco, e una frecciatina gliel’ho tirata — è fatta anche di gente che ha passione per la musica e che in qualche modo cerca di resistere. Ed è apprezzabile questa cosa di Firenze, di noi fiorentini “musicali”: non ci fermiamo. Vorrei però che ci fosse un po’ più di supporto da parte delle istituzioni. Questo è un problema politico, molto spesso. Non è davvero colpa dei musicisti o di chi entra nella musica a Firenze: è che non è una città, in questo momento, artisticamente aiutata da chi potrebbe.
Portare queste canzoni dal vivo significa anche ridefinirle. Cosa dobbiamo aspettarci dal concerto al Glue, e come cambiano i brani quando li presenti dal vivo?
Al Glue saremo con la mia band: siamo in cinque in tutto. Poi farò anche un intermezzo breve acustico, da solo, chitarra e voce, però solo per un paio di pezzi. Quindi, diciamo, sostanzialmente sono con la band. Naturalmente cerco di confermare quelli che possono essere gli ingredienti principali delle canzoni. E poi la cosa che a me interessa e che mi piace portare sul palco è un po’ di più “la pancia” delle cose, delle canzoni. Le mie canzoni dal vivo acquistano proprio quella pancia che magari nel disco viene equilibrata da altri elementi. E tra l’altro è una cosa che, anche per il futuro, mi auguro di fare: mettercene un po’ di più anche in registrazione. Mi piace però questa cosa che dal vivo poi viene fuori, rispetto al disco. È come se il disco fosse la forma più ragionata, più elaborata, più giustamente rifinita; però poi dal vivo ti viene fuori quel “di più” dell’avere le persone davanti, dello stare cantando delle cose per gli altri. Quindi semplicemente parto dagli elementi base della canzone, e poi la cosa importante è che tutti sul palco si divertano e che venga fuori anche questa emotività…
Per chi vuole scoprire un disco che attraversa luci e ombre con sincerità rara, Cielo e Sfacelo è già disponibile all’ascolto; e per viverlo nella sua dimensione più autentica, l’appuntamento è al Glue sabato 11 aprile, per un live che promette di restituirne tutta la forza e la fragilità.
L’ALBERO live
In apertura FUJIIRO
Sabato 11 aprile 2026
Glue Alternative Concept Space
Viale Manfredo Fanti 20 – Firenze
tesseramento.gluefirenze.com
