Abbiamo chiacchierato con Giacomo Laser, musicista e performer, sulla figura di Danilo Dolci, storico militante e poeta italiano.

In un grigio pomeriggio invernale siamo andati a trovare Giacomo Laser, l’artista eporediese che ormai da anni vive in Toscana, conosciuto per le sue esibizioni sospese tra autentica astrazione e un provocatorio, ma anche provocante, surrealismo d’avanguardia. Giacomo – che si confessa un “democristiano anarchico” – ci ha aperto le porte di casa per scambiare idee su una figura del Novecento che appassiona entrambi, ovvero Danilo Dolci (1924-1997).

Premio Lenin per la Pace 1958, il sociologo, poeta, attivista e pedagogo Danilo Dolci, anche chiamato il Gandhi di Sicilia, è una figura rivoluzionaria del secondo dopoguerra che è passata inosservata ai più, sicuramente alle ultime generazioni. Giacomo mi fa riflettere sulla scelta di Dolci, cresciuto in Nord Italia, di trasferirsi negli anni ’50 in un paesino della Sicilia occidentale, tra miseria estrema, un altissimo livello di analfabetismo e disoccupazione. Si inserisce nel tessuto sociale e inizia un attivismo atto a riscattare quella comunità, ma forse è più puntuale Giacomo nel dire che Dolci quella comunità la crea dal niente e le permette di elevarsi, denunciando la pesca di frodo, lottando contro i soprusi della mafia, rivelando l’abbandono da parte dello stato e la mancanza di infrastrutture, costruendo scuole. Organizza scioperi della fame che coinvolgono la popolazione del luogo, si inventa lo sciopero alla rovescia, in cui centinaia di disoccupati lavorano volontariamente per recuperare strade preda dell’incuria, progetta la costruzione di una diga sul fiume Jato per sostenere l’agricoltura locale.

Dolci è in prima linea anche in seguito al disastroso terremoto della Valle del Belìce per richiamare attenzione e fare pressioni affinché la ricostruzione dei borghi colpiti avvenga in tempi più celeri. A tal proposito il 25 marzo del 1970, alle 17.30, trasmette dalla prima emittente clandestina italiana, Radio Libera Partinico, per lanciare un appello disperato: «La popolazione della Sicilia occidentale non vuole morire». La maggior parte di queste iniziative vengono ostacolate dalle forze dell’ordine, dalla Chiesa, dalla politica e dallo Stato stesso, tanto che Dolci è paradossalmente processato più volte.

Però tra gli intellettuali che testimoniano a sua difesa e lo sostengono nelle sue battaglie troviamo Carlo Levi, Elio Vittorini, Bertrand Russell, Piero Calamandrei, suo avvocato difensore, Alberto Moravia, Giorgio La Pira, Jean-Paul Sartre, Erich Fromm, Aldous Huxley, Cesare Zavattini e tanti altri. Giacomo mi racconta come lo hanno colpito le pagine di Conversazioni contadine (1966) dedicate all’utilizzo della maieutica reciproca per combattere il delitto d’onore, promuovendo la comunicazione e il confronto tra i contadini, favorendo le voci dal basso ed eliminando i ruoli imposti. Ragionando invece sul poeta – è un buon approccio pop la trasposizione in musica di Dio Delle Zecche targata Massimo Volume –, conveniamo su come Danilo Dolci abbia fatto della sua stessa vita un esempio di poesia, su come ci abbia fatto capire che saper stare con gli altri è una vera e propria arte, una reale poesia del vero, antidoto contro la dittatura dell’inganno metavirtuale odierno. E allora com’è possibile che, come dice Giacomo, «oggi non se lo caca più nessuno!». Il fatto che Danilo Dolci sia stato quasi ignorato in questi anni di guerre e crisi, può essere un motivo valido per cui non dobbiamo mai smettere di scavare, indagare e riscoprire, per indicarci gli esempi positivi, le guide opportune.

 

in copertina: Borgo Sampietro. Archivio Danilo Dolci, Centro per lo Sviluppo Creativo Danilo Dolci