Esse Pi Enne è il moniker dietro cui si cela il torinese Stefano Murgia, autore di un lavoro che intreccia lentezza, imperfezione viva e una pratica sonora che oscilla tra bozzetto, intuizione e gesto sperimentale. Chamber Music (2025) — registrato a Torino e rifinito a Manchester da Miles Whittaker — è stato descritto come un disco capace di far emergere melodie quasi spontanee, nate dall’incontro libero degli strumenti e da un immaginario fatto di dettagli quotidiani, animali, oggetti, frammenti di memoria. La sua musica, pubblicata da All Night Flight Records, si muove tra acustica minimale, field recording e un’estetica lo‑fi che conserva la traccia del processo creativo più che la ricerca della levigatezza formale. Domenica 15 marzo 2026 suonerà al Circolo ARCI Le Vie Nuove (Firenze) per una tappa del DROVE X All Night Flight Records Italian Tour, occasione ideale per incontrare dal vivo l’intimità sonora e la poetica imperfetta che caratterizzano il suo ultimo lavoro. Gli abbiamo fatto qualche domanda.
In Chamber Music sembra che il suono nasca più da un gesto che da una composizione. Quando registri, cosa guida davvero la mano: l’idea, l’errore, l’intuizione del momento, o qualcos’altro ancora?
Quando registro, tutto nasce in modo istintivo. Ho un rapporto molto immediato con la musica: ascolto tantissimo, certo, ma quando devo comporre mi ritrovo semplicemente a suonare. Non parto da riferimenti precisi e non seguo una struttura; ho un’idea di dove voglio arrivare, ma il percorso è sempre guidato dall’istinto. Anche perché non posso definirmi un musicista in senso stretto: non conosco la teoria musicale, quindi tutto quello che faccio è spontaneo. Sono completamente autodidatta. A parte, va detto, un corso di chitarra che ho seguito da ragazzino — e infatti ho inserito il certificato di frequenza nell’edizione in vinile del disco, come elemento ironico. Proprio perché non mi considero un musicista virtuoso, e nemmeno mi interessa esserlo.
Nel disco compaiono animali, oggetti, frammenti di vita domestica. Come scegli quali elementi far entrare nel tuo mondo sonoro, e cosa ti interessa che raccontino di te o del tuo modo di ascoltare il reale?
Anche in questo caso è qualcosa che scopro dopo, tra virgolette, da cosa sono attratto. Avendo un approccio così istintivo a una pratica che per me è essenziale per stare bene, emergono spontaneamente cose che occupano la mia testa anche in modo inconsapevole. Evidentemente ci sono luoghi — come una stalla, o altri citati nel disco — che tornano perché mi attirano, ma non è nulla di costruito a tavolino. Ci sono attrazioni che nascono dagli oggetti, a volte dagli animali, o più in generale da immagini che poi si concretizzano nel momento in cui diventano una canzone, un immaginario. Per me l’immaginario è importante, anche nel lavoro grafico: è tutto qualcosa che curo personalmente e che considero parte integrante del progetto.
La musica che componi e registri trasmette istantaneamente la sensazione di un’opera di artigianato. Dov’è che lavori, preferibilmente? Hai un vero e proprio studio in casa o…?
Questo disco, come gli altri, non è registrato in casa, ma nel mio piccolo studio: una stanza abbastanza grande che ho allestito per suonare e dove tengo anche tutti i miei dischi, riviste e cassette. È un po’ come la cameretta che avevo da adolescente, solo piena del materiale accumulato negli anni. È un nido, un nascondiglio, ma allo stesso tempo è il luogo in cui lavoro. Non ho altri lavori: compongo non solo per me, ma anche per spettacoli di danza e altre occasioni; quindi, mi ritrovo a fare musica in diversi contesti. Non è un’evasione, perché non ho un’altra attività da cui liberarmi; è semplicemente ciò che ho scelto di fare, con tutte le limitazioni economiche che questa scelta comporta.
La lavorazione tra Torino e Manchester, con il contributo di Miles Whittaker, ha lasciato una traccia molto particolare nel suono. Qual è stato il dialogo tra la tua estetica dell’imperfezione e la sua sensibilità produttiva?
Il disco è stato interamente registrato e mixato da me, nella “cameretta” di cui parlavo prima. L’incontro con Miles è stato stupendo: per me è quasi una figura mitologica, e conoscerlo di persona è stato sorprendente perché, nonostante la grande esperienza, è una persona estremamente umile. Ha anche una collezione di musica library italiana da far rabbrividire. Ma al di là di questo, la cosa davvero fantastica è che il suo intervento è stato minimo. Ha fatto un mastering che ha rispettato completamente l’idea che avevo del disco, che ha capito subito, e questo mi ha colpito molto. Ero un po’ spaventato all’idea che qualcun altro mettesse le mani sulla mia musica — una persona che non conoscevo, suggerita dall’etichetta. Invece è stato un incontro meraviglioso: ha aggiunto un tocco fondamentale, senza snaturare nulla. Se dovessi descrivere il suo contributo in poche parole direi: discreto ma efficace.
Fra qualche giorno suonerai a Firenze per il DROVE X All Night Flight Records Italian Tour. Come cambia Chamber Music quando lo porti sul palco, e cosa cerchi di preservare o trasformare rispetto alla versione in studio?
Cambia tantissimo. Intanto perché suonerò molti brani nuovi: tra quando ho finito Chamber Music e quando è uscito è passato un po’ di tempo, e nel frattempo ho continuato a lavorare. Sono abbastanza un fiume in piena, quindi c’è già un altro disco in cantiere e ho voglia di portare dal vivo anche qualche pezzo inedito. Al di là di questo, collegandomi alla mia non‑professionalità come musicista, a volte faccio fatica a riprodurre i miei stessi brani — lo dico con sincerità. Ma è anche la bellezza del comporre, almeno per me: queste cose nascono in modo così spontaneo che a volte restano misteriose persino a me, e non mi sforzo troppo di recuperare il filo esatto del momento in cui le ho create. Quello che rimane, però, è l’atmosfera: una via di mezzo tra un ufficio e una cameretta. Dal vivo ci saranno forse interferenze radio, momenti parlati di cui non si capisce bene l’origine, e tutto questo si mescolerà a canzoni più classiche, scarne, con chitarra, voce, basso. Più o meno in questo senso.
Qualche anticipazione sul prossimo disco?
Sì, la grande differenza è innanzitutto che mi sono procurato un pedalino, un distorsore. Quindi, rispetto a Chamber Music, i suoni saranno un po’ più elettrici, forse anche un po’ più “tossici” come atmosfera. Sarà meno intimista, forse ancora più ironico, e in qualche modo più sperimentale, nel senso che proverò a mischiare generi che di solito non stanno insieme. Per capirci: ci sono dei brani in cui scratcho, cosa che non pensavo sarei mai arrivato a fare — e invece eccoci qua.
Tutto questo prenderà corpo il 15 marzo prossimo, quando Esse Pi Enne aprirà una finestra sul proprio mondo dal palco del circolo Le Vie Nuove, tra interferenze, intimità e nuove traiettorie sonore.
