Recensione dell’ultimo libro di poesie dell’autrice (Einaudi), che a partire dal mito di Procne e Filomela costruisce una raccolta multiforme e polifonica.
È molto difficile aggiungere qualcosa alla lettura di Procne Machine, l’ultimo libro di poesie di Carmen Gallo pubblicato da Einaudi. Si tratta di un libro glaciale nella sua precisione letteraria, formale ed estetica. Mi ha immobilizzato. Definisco “preciso” un libro quando è in grado di generare un’esplosione emotiva che è, allo stesso tempo, una detonazione muta.
Gallo tematizza e risignifica il mito di Procne e Filomela, due sorelle della mitologia greca. Procne sposa Tereo, re di Tracia, ma Tereo si innamora di Filomela, la violenta e per impedirle di raccontare l’accaduto le taglia la lingua. Filomela però riesce a comunicare la verità alla sorella tessendo un arazzo che racconta la sua storia. Procne, per vendicarsi, uccide il figlio avuto da Tereo, Iti, e glielo serve come pasto. Quando Tereo scopre l’orrore, insegue le due sorelle, ma gli dèi trasformano tutti in uccelli: Procne in rondine, Filomela in usignolo e Tereo in upupa.
A partire da qui, attraverso una rete di associazioni, metamorfosi e accostamenti, Gallo attraversa per tappe essenziali le diverse evoluzioni del mito nella cultura occidentale per farlo dialogare con le nostre urgenze emotive: la paura, la violenza, la compassione, la brutalità, forse anche il vuoto che si prova nell’immaginare la fine. «Ho immaginato Procne, la rondine del mito, che sta per scomparire. L’ho immaginata cantare lì tra le pietre di tufo e le polveri sottili. Prima usignola e poi rondine. Ho immaginato di vederla posarsi più a lungo, con sua sorella, quella muta con la lingua tagliata. Ho immaginato di sentirle cantare, entrambe».
La raccolta prende le mosse dall’ornitofobia dichiarata in apertura dall’autrice («Ho sempre avuto paura di voi»). È dall’osservazione degli uccelli, come volesse nominare e sfidare il proprio terrore, che inizia, in un rapporto quasi dialettico con la paura, l’esplorazione poetica di Gallo.
Il testo è diviso in quattro sezioni in cui l’autrice sperimenta diverse soluzioni formali e stilistiche: poesie con un impianto più tradizionale, microsaggi in prosa, un lungo poemetto, libere traduzioni, un’ecfrasi. Attraverso questa sperimentazione Gallo riesce, allo stesso tempo, a raccontare una storia e a fare critica tematica, in un libro dalla grande forza evocativa.
Il testo deve molto non solo alla letteratura, ma anche alla musica (Gallo cita Homeland e Heart of a Dog di Laurie Anderson, in cui si ascolta una versione di Turning Time Around di Lou Reed) e al teatro. La lingua di Gallo è musicale, non soltanto nel suono in sé, piuttosto perché la forza evocativa della scrittura del libro sta nel bilanciamento tra silenzi e suoni che il testo sa evocare. Al canto degli uccelli che echeggia in tutto Procne Machine fa da contraltare la voce recisa di Filomela, insieme alle tante voci silenziate e oscurate dei soggetti storicamente subalterni, quelli femminili come quelli indigeni (è il caso ad esempio di Friday in Foe di Coetzee) a causa del dominio maschile e bianco, altro tema fondamentale del libro.
Procne Machine è un esercizio di rinegoziazione dello sguardo e della prospettiva, un costante tentativo di cambiare il punto di vista sul mondo, un libro alato.
Illustrazioni di Giainiura

