Davide Toffolo è una delle figure più originali e trasversali della cultura italiana contemporanea. Fumettista, cantautore e frontman dei Tre Allegri Ragazzi Morti dal 1994, ha costruito un immaginario in cui musica, disegno e performance si intrecciano in modo naturale, dando vita a un linguaggio personale e immediatamente riconoscibile. La sua iconica maschera a teschio è diventata un simbolo generazionale, ponte tra palco, pagina e identità artistica. Formatosi a Bologna, Toffolo è stato tra i protagonisti del rinnovamento del fumetto italiano dagli anni Novanta, collaborando con riviste come Dinamite, Fandango e Mondo Naif. Tra le sue opere più note figurano le graphic novel Carnera” (2001), “Intervista a Pasolini” (2002), Il Re Bianco” (2005), le autobiografie performative Graphic Novel Is Dead” (2014) e Graphic Novel Is Back” (2019), oltre alla serie Cinque Allegri Ragazzi Morti” (1999–2001).  Il 20 marzo 2026, alla Sala Vanni di Firenze, Toffolo sarà protagonista dell’Indieretta Show, il format ideato da Francesco “Maestro” Pellegrini (Zen Circus) che unisce racconto, musica e performance in un’atmosfera da salotto intimo e partecipato. Sul palco porterà uno spettacolo in cui suono, disegno e narrazione dialogano dal vivo, restituendo al pubblico l’essenza del suo lavoro: un’arte che accade davanti agli occhi, in tempo reale, come un rito condiviso.

Partiamo dalla musica: i Tre Allegri Ragazzi Morti sono ormai una parte fondamentale della storia dell’indie italiano. Guardando al vostro percorso, cosa senti ancora vivo e necessario di quel progetto? E musicalmente, a cosa stai lavorando in questo momento?

Sento ancora necessario tutto quello che ho fatto con la musica, perché è la parte più bella della mia esperienza artistica. Quella dimensione rimane sempre viva. La musica che facciamo nasce dall’ispirazione che troviamo nelle cose che ci accadono, in ciò che ci è vicino, nei territori che attraversiamo. Ma, soprattutto, nasce dall’incontro tra noi come musicisti e come persone. È viva quando c’è qualcosa da dire: questa è sempre stata la nostra esperienza.  In questo momento arrivo da sei mesi di lavoro intenso su un libro nuovo; quindi, non ho avuto molto tempo per dedicarmi a progetti musicali inediti. Però nei prossimi mesi usciranno due cose legate alla musica e ai Ragazzi Morti. Il 4 aprile esce Un anno di scuola, un film che nella colonna sonora include una nostra canzone, parte integrante della narrazione. In generale, tutta la colonna sonora ruota attorno alle produzioni de La Tempesta, soprattutto degli anni Novanta, perché il film è ambientato proprio nel periodo della Tempesta. Abbiamo poi realizzato una cover di un brano contenuto in un disco registrato a Firenze alla fine degli anni Ottanta, di un gruppo secondo me strepitoso: i Joe Perrino and the Mellowtones. Il pezzo si chiama Rane ’n’ Roll, un rock’n’roll purissimo che apriva quel disco. Uscirà presto sulle piattaforme.

In passato hai esplorato la cumbia e le sue radici. Di recente, su queste stesse pagine, abbiamo intervistato Banadisa, che ci ha parlato della cumbia e delle percussioni extra-europee. Cosa ti attrae delle musiche transcontinentali?

Il mio rapporto con la cumbia è piuttosto articolato e dura da molti anni. È iniziato nel 2001, quando sono stato per la prima volta in Argentina, e da allora è cresciuto al punto che, a un certo momento, ho persino immaginato di riunire i musicisti italiani che oggi stanno provando a fare cumbia contemporanea.

Che cosa mi attrae? Sicuramente l’ancestralità delle sue radici e la sua popolarità, nel senso più autentico del termine: è una musica della gente, non tanto della discografia. E poi c’è anche un elemento personale. Come ti dicevo, ho passato molto tempo in Sud America e, a un certo punto, ho fatto anche un viaggio dedicato proprio a cercare i motivi profondi di questa musica. Per questo, negli ultimi dieci anni, la cumbia è entrata nella mia vita in modo molto presente.

Il vostro pubblico è cresciuto con voi. Come cambia il rapporto con chi ti ascolta quando la tua musica attraversa più generazioni?

Negli ultimi anni, ai concerti, la cosa più presente è l’amore. Lo sento proprio nei luoghi in cui suoniamo: c’è un affetto enorme. Molte persone portano altre persone, soprattutto i figli, e i concerti sono diventati quasi un momento familiare. Raccontano questo rapporto intergenerazionale che si è costruito nel tempo. Per quanto riguarda la mia scrittura, invece, continuo a lavorare senza pensare a un target, senza immaginare un pubblico preciso. Penso a me, alle mie esperienze. Credo che questa sincerità sia la parte più difficile da mantenere, ma anche quella che permette di tenere viva un po’ l’etica del nostro lavoro.

Le tue opere “Graphic Novel Is Dead” (2013) e “Graphic Novel Is Back” (2021) riflettono sul medium stesso. Oggi, qual è secondo te lo stato di salute della graphic novel italiana?

Quando ho iniziato, era un periodo in cui per pubblicare graphic novel bisognava rivolgersi anche a editori che nemmeno si occupavano di fumetti. Gli editori “di fumetto”, invece, ci investivano poco. Oggi la situazione è completamente diversa: tutte le case editrici hanno una sezione dedicata alla graphic novel. È cambiata la presenza in libreria, è cambiata la qualità della lettura, che è diventata più consapevole e più esplicita.

Quanto allo stato di salute del settore, si parla molto di una crisi, ma secondo me è una crisi che nasce da un cambiamento del linguaggio iniziato molti anni fa. Ogni trasformazione porta con sé delle difficoltà, ma anche delle cose bellissime. Mai come ora, nella storia dell’umanità, c’è stata una tale possibilità di accesso all’arte, una tale quantità di opere disponibili. Penso quindi che, nonostante i problemi economici che colpiscono il settore da anni, questo sia comunque un momento speciale.

Hai dedicato una graphic novel a Pier Paolo Pasolini (“Pasolini”, 2002). Nel cinquantennale della sua morte, cosa ti sembra ancora vivo e urgente del suo pensiero?

Molte cose di Pasolini oggi suonano persino più contemporanee di quando le disse. Penso al suo modo di raccontare la fine di una storia e l’inizio di un’altra, o al tema della mutazione antropologica rispetto a ciò che ci sta accadendo intorno dopo il capitalismo. Paradossalmente, sono questioni più difficili da comprendere oggi di quanto non lo fossero all’inizio degli anni Settanta, quando lui le formulava. Quello che trovo ancora molto interessante è il suo metodo: la capacità di mantenere uno sguardo critico sulla realtà. Una visione critica che è quella di un poeta, non solo di un analista politico o storico. Pasolini rivendicava con forza la sua dimensione di poeta, e credo che questo abbia un peso enorme: significa mantenere una libertà rispetto a ciò che ci circonda, soprattutto una distanza dal potere. La distanza dal potere è fondamentale per chi vuole raccontare il mondo in modo sincero. Penso che questi aspetti del suo pensiero siano ancora oggi estremamente vivi.

Pasolini parlava di “mutazione antropologica”. Tu che lavori con i linguaggi giovanili da decenni, vedi una mutazione anche nel modo in cui i ragazzi oggi vivono la realtà?

La mutazione, oggi, è quasi l’ordine del giorno. La mutazione tecnologica ha cambiato profondamente il rapporto dei giovani con la realtà, ma non riguarda solo loro: riguarda anche gli adulti. Il cambiamento è evidente, anche nella composizione etnica della nostra società, che è molto diversa rispetto a qualche decennio fa.

A me questo cambiamento ha sempre suscitato emozioni, soprattutto positive, non negative. Ma non tutti reagiscono allo stesso modo. In fondo, siamo noi stessi il cambiamento: il modo in cui viviamo la socialità, le relazioni, l’attrazione verso ciò che ci circonda. Ho visto tutto questo trasformarsi e so che continuerà a farlo. Negli ultimi dieci anni il cambiamento è stato enorme, quasi travolgente. Non voglio dargli una connotazione positiva o negativa: è semplicemente ciò che sta accadendo.

L’Indieretta Show crea un’atmosfera da “salotto”, intima e partecipata. Da pubblico, cosa dobbiamo aspettarci da questo format così particolare? In che modo cambia il tuo modo di raccontarti quando la distanza tra te e chi ti ascolta si accorcia così tanto?

Nel corso del tempo ci sono stati altri incontri come questo che per me sono stati rivelatori, non solo per chi partecipava. Spero che anche quello di venerdì abbia questa capacità. Spesso questi momenti mi aiutano a trovare cose nuove, e infatti ci sarà qualcosa di nuovo anche stavolta. Farò vedere alcune cose inedite, perché c’è uno strumento che aumenta il mio “potere” di disegnatore, diciamo così, e ci sarà la possibilità di vedere anche altro di quello che sto facendo. Qualche disegno dal vivo, sicuramente. E poi racconterò, attraverso i miei libri, un po’ quello che ho fatto in questi anni.

In un momento in cui i linguaggi si contaminano e le identità artistiche diventano sempre più mobili, Davide Toffolo continua a muoversi con naturalezza in vari settori culturali. Chi vorrà vedere da vicino questo dialogo tra suono, disegno e parola potrà farlo venerdì 20 marzo alla Sala Vanni di Firenze, per un nuovo appuntamento dell’Indieretta Show: un salotto scenico in cui l’artista porterà sul palco il suo immaginario vivo, mutevole e profondamente umano. Un incontro che promette di essere non solo uno spettacolo, ma un modo diverso di stare insieme all’arte.

 

biglietti: https://www.musicusconcentus.com/event/indieretta-show-davide-toffolo/

Foto di copertina: Elisa Moro