Diego Franchini, in arte Banadisa, è una delle voci più originali emerse negli ultimi anni dal panorama cantautorale italiano: un autore che intreccia radici padane, immaginari obliqui e una scrittura capace di trasformare il quotidiano in visioni sonore dense, febbrili, spesso sorprendenti. Con Inumana Canicola Padana (Trovarobato), l’artista spinge ancora più in là questa ricerca, costruendo un racconto musicale che attraversa calure metafisiche, memorie di provincia e un’umanità sospesa tra ironia e inquietudine.
Il prossimo 12 febbraio Banadisa porterà il nuovo lavoro sul palco del Martinelli Club di Borgo San Lorenzo, in occasione della Sagra dello Zero Zucchero: un contesto perfetto per immergersi nella sua poetica e nella forza performativa dei nuovi brani. Nell’attesa dell’evento, abbiamo pensato di fargli qualche domanda.
Partiamo dall’inizio: Inumana Canicola Padana sembra condensare un immaginario molto preciso. Qual è stata la scintilla iniziale del disco e che tipo di mondo volevi costruire attorno a queste nuove canzoni?
Direi che Inumana Canicola Padana nasce in continuità – ma anche in reazione – al lavoro del mio primo album, Suerte (2021). Quel disco aveva una radice molto forte nelle influenze dell’elettronica sudamericana: cumbia, elettro-cumbia, tutta quella scena underground che si muove tra Lima e Buenos Aires. Era solo una delle tante influenze che avevo in mente, ma è finita per caratterizzare il progetto in modo molto marcato. Da un lato mi ha fatto piacere, perché è stato un percorso di ricerca che mi ha nutrito molto; dall’altro, però, iniziavo a sentire che quell’etichetta non corrispondeva più del tutto alla direzione che volevo dare al progetto. Un esperimento che invece mi aveva convinto davvero, sempre nel primo disco, era Popà son tanto stanco, registrato insieme al Coro delle Mondine di Porporana. È un coro locale che si occupa di tramandare il canto di tradizione orale e la musica popolare. Per quel brano avevo scritto un testo dopo una serie di ricerche su canti locali registrati da un etnografo, Sergio Liberovici, nel dopoguerra. Ho parafrasato alcuni di quei materiali e li ho proposti alle Mondine, costruendo un brano molto scarno, con bassoni e percussioni. Quell’esperimento mi ha aperto una strada: ho capito che lì c’era una direzione possibile. Da un punto di vista sonoro, Inumana Canicola Padana parte proprio da quell’intuizione. Da un punto di vista narrativo e concettuale, invece, rimane forte la volontà di radicare il progetto nel territorio: il Polesine, le sue immagini, le sue visioni – anche un po’ “svisionate”, a volte. A questo si affianca un filo rosso che attraversa tutte le canzoni: il dolore, la fatica, la resistenza alla sofferenza. Ci sono molti rimandi al corpo, alla terra, al rapporto tra corpo e ambiente. Ovviamente tutto è influenzato anche da vicende personali, come accade spesso: in quel momento avevo bisogno di esprimere quel tipo di sensazione, e la scrittura si è condensata lì. Da qui il titolo Inumana Canicola Padana: mi sembrava restituire perfettamente quel peso, quel calore inumano che vive la pianura d’estate, quel caldo opprimente che grava sul corpo.
Nel disco sperimenti spesso con più lingue, alternandole o sovrapponendole. Si passa dall’italiano al veneto, passando per l’inglese e lo spagnolo. Che ruolo ha per te questa ibridazione linguistica e come influisce sul modo in cui costruisci significato e voce narrativa del tuo lavoro?
Per me questo disco ha rappresentato soprattutto l’inizio di una ricerca identitaria, prima ancora che musicale. Da qui nasce anche la volontà di sperimentare con il dialetto, che è una lingua per me naturale: sono cresciuto in una famiglia numerosa, in campagna, con zii, nonni e parenti che vivevano tutti insieme. In quel contesto il dialetto era semplicemente la lingua del quotidiano, quella che ho sempre sentito e parlato. Fa parte della mia identità. Il tema dell’identità, in generale, mi ha sempre attratto molto. Sono affascinato dagli artisti e dai gruppi che hanno un’identità fortissima: progetti che possono piacere o non piacere, avere difetti o meno, ma che quando li ascolti capisci subito che sono “loro”, che quella cosa lì la fanno solo loro. È un tratto distintivo che mi colpisce sempre. Questa ricerca identitaria, per me, va di pari passo con l’incontro con altre identità. Più cerco di capire qualcosa di me, più sento il bisogno di confrontarmi con altri mondi. È una contaminazione che ti fa crescere e che ti aiuta a conoscere meglio anche te stesso. In fondo è quello che mi era successo già con il disco precedente: ero andato in Sud America ad ascoltare la cumbia e quel viaggio mi aveva aperto un mondo sul folklore in generale. A un certo punto mi sono chiesto: “Ma da noi non c’è qualcosa? Perché andare a cercare altrove quello che potrei trovare qui, nel mio territorio?”. Da lì è iniziata una ricerca più profonda. Questa esplorazione mi ha portato anche alla commistione linguistica del disco. Con i So Beast e con Anna Bassy, ad esempio, è venuto naturale lavorare in inglese, e in alcune parti l’ho ripreso anch’io. Lo spagnolo, invece, è sempre stato presente: è una delle mie lingue preferite, adoro il suo suono. Collaboriamo da tempo con Clara Andrés, una cantante straordinaria di Barcellona, e lo spagnolo è entrato nel progetto fin dall’inizio, anche per via delle influenze sudamericane di cui parlavo prima. Il dialetto, invece, è stata una sfida personale, un modo per misurarmi con una lingua che mi appartiene. Ed è stato anche un veicolo di collaborazione: penso a C+C=Maxigross, che sono veneti come me, anche se con cadenze diverse. Loro vengono dalla zona di Verona, quindi hanno un veneto più “duro e puro”, mentre il nostro veneto polesano è un “circa-veneto”: ha dentro l’emiliano, un po’ di mantovano, altre influenze. Anche questa diversità linguistica è diventata un terreno fertile per lavorare insieme su vari brani.
Nel tuo precedente disco hai giocato con la cumbia colombiana. Anche ora, con Inumana Canicola Padana, la componente ritmica resta uno degli elementi più sorprendenti: calabash, bendré, dundun, barà… strumenti dell’Africa occidentale che dialogano con beat elettronici. Come hai lavorato a questa fusione e cosa cercavi di ottenere da questo incontro di mondi sonori?
Questi due elementi che hai citato – la componente ritmica e quella elettronica – sono in continuità nei miei lavori. Da un punto di vista musicale, avevo proprio la voglia di esplorare nuovi mondi. Io vengo da un percorso noise, rock, punk, tanto grunge: i miei inizi sono stati i Nirvana, i Sonic Youth e tutto quel movimento lì. Dopo tanti anni e tante ore in sala prove, è arrivato il momento in cui ho sentito il bisogno di mettere giù la chitarra e sperimentare con l’elettronica. Parallelamente a questo interesse per l’elettronica, è nato anche un interesse per i ritmi. Non avevo un’idea precisa, ma sentivo la necessità di uscire dallo schema classico della batteria in quattro quarti e di sperimentare, anche attraverso strumenti elettronici. In quel periodo, per caso, ho ritrovato un vecchio conoscente: Marcello Martucci, un percussionista pugliese che vive da anni a Ferrara. È un musicista incredibile, oltre che un collezionista di percussioni tradizionali – ne ha davvero tantissime. Marcello ha studiato soprattutto percussioni africane tradizionali, anche se conosce bene anche quelle latine. Io lo sto raccontando in modo un po’ grossolano, perché lui mi correggerebbe subito: “percussioni africane” è un termine troppo generico. Quelle che usiamo noi appartengono soprattutto alla tradizione dell’Africa occidentale, la fascia equatoriale atlantica. Non a caso hanno collegamenti con il Sud America: rappresentano i due poli della tratta schiavile che, di fatto, ha unificato musicalmente le due sponde dell’Atlantico. Molti degli strumenti che utilizziamo oggi sono proprio quelli: il bendré, che sono zucche con una pelle sopra – una forma quasi primordiale delle congas; oppure il dundun, un tamburo basso che si suona con la bacchetta e che è un po’ il “padre” del bombo, anche se il dundun fa parte di una trilogia di percussioni. C’è sempre questa matrice nera, questo filo che lega Africa e Sud America. L’incontro con Marcello ha aperto tantissime possibilità: lui lavorava più sulla parte acustica, sulle percussioni tradizionali; io sulla parte elettronica. Ma molte cose le ho suonate anch’io. È stato un lavoro di studio molto intenso, che poi è stato “inscatolato” da Fed Nance, il produttore che ha seguito sia il primo che il secondo disco. Con lui lavoriamo stabilmente, e ha fatto davvero un lavoro magistrale. Rispetto al primo disco, nel secondo abbiamo fatto un passo avanti: in Suerte le percussioni erano registrate in modo abbastanza classico – la conga suonava come una conga, registrata così com’è. In Inumana Canicola Padana, invece, tutte le percussioni sono state registrate dal vivo, ma poi ricampionate, effettate, lavorate. Gli abbiamo dato una sonorità particolare, a volte quasi irriconoscibile. È stato un grande lavoro di produzione su tutto il suono delle percussioni.

foto di Piera Masala
Il Polesine, regione storica a cavallo fra Rovigo e Ferrara, è sempre stato un epicentro di cultura popolare estremamente vivace. Il mondo che si estende fra il Veneto e l’Emilia-Romagna è un crocevia di culture popolari, letterarie e cantautorali anche molto connotate in senso politico (pensiamo a giganti come Gualtiero Bertelli o Tonino Guerra). Tu stesso, sia in questo disco che nel precedente, hai lavorato con il Coro delle Mondine di Porporana: come vivi il rapporto con questi importanti lasciti culturali?
Lo vivo in punta di piedi, con molto rispetto e con la consapevolezza che si tratta di un mondo vasto, da capire, esplorare e studiare. Hai citato Gualtiero Bertelli: lo abbiamo invitato l’anno scorso a un festival che abbiamo organizzato qui a Ferrara, insieme al Coro delle Mondine di Porporana. Una delle donne del coro, che è un po’ la figura di riferimento, ha voluto celebrare il ventennale del gruppo con un evento bellissimo, Ad Alta Voce, che poi continuerà anche oltre quell’occasione. Stiamo cercando di organizzare la seconda edizione. Io cerco di avvicinarmi a queste realtà con interesse, ma anche con una distanza rispettosa: so di avere ancora molto da capire prima di potermi “buttare” davvero. Perché quando apri quella porta, ti si spalanca davanti un mondo stratificato da centinaia di anni. È come trovarsi davanti a una persona molto autorevole: ti avvicini con curiosità, certo, ma soprattutto con rispetto e con la voglia di capire qualcosa in più. Per questo cerco di stare dentro queste situazioni, di mantenere vivo il rapporto con il coro, di leggere, di studiare. Mi prendo libri nuovi, poesie dialettali, testi che non conoscevo – magari anche di autori importanti che sto scoprendo solo ora. È tutto un po’ nuovo per me, in qualche modo. Allo stesso tempo, però, ogni volta che mi ci avvicino sento qualcosa di familiare, come se certe parole e certi suoni li avessi dentro da sempre. Non ho bisogno di organizzarli o razionalizzarli: li riconosco, li sento. È questo, più o meno, il mio approccio.
La copertina di Inumana Canicola Padana sembra già raccontare un clima, un paesaggio mentale. Come hai lavorato all’immagine di copertina e in che modo dialoga con il titolo (già di per sé un piccolo mondo)?
“Inumana canicola padana” è una frase che ho tratto da un piccolo libricino, una raccolta che si chiama Racconti ritrovati del Po, curata dall’etnografo Roberto Roda. In uno dei testi si parla della leggenda di Silvan, il dio delle selve, che veniva rappresentato negli amuleti appesi fuori dalle case. L’autore fa un excursus etnografico su questi oggetti, ma ciò che mi ha colpito è che tutta la ricerca è ambientata in una zona dell’Alto Polesine, al confine con il Mantovano: un territorio molto vicino al mio. All’inizio del testo c’è una descrizione dell’ambiente, quasi mistica, biblica, che serve a collocare geograficamente la ricerca. Ed è lì che compare questa frase: inumana canicola padana. Tre parole usate per descrivere un caldo soffocante, un ambiente opprimente, l’autore che cammina in mezzo ai campi sotto questa afa. Per me è stata una frase potentissima, super evocativa. Ho parafrasato parte di quel testo, che era molto più discorsivo, ma quando ho letto inumana canicola padana ho capito subito che era una frase che suonava benissimo, che aveva un aggancio territoriale immediato – perché le estati torride, la canicola, sono tipiche della Pianura Padana – e che conteneva un elemento di sofferenza: qualcosa che grava sul corpo e sullo spirito. Mi è sembrato quasi un manifesto. E infatti lo è diventato. La prima traccia del disco porta quel titolo, e da lì il titolo è diventato il faro che ha guidato tutta la scrittura. Fin dall’inizio, quando era tutto ancora una bozza, sapevo già che il disco si sarebbe chiamato così. Tre anni prima era già Inumana Canicola Padana, ed è rimasto così fino alla fine. Ha davvero accentrato il focus tematico.
Per quanto riguarda la copertina, invece, abbiamo sperimentato tantissimo. Avevamo molte idee, ma nessuna ci convinceva davvero. Io sentivo che il disco aveva un suono molto crudo, molto bianco e nero: quando c’era buio era buio totale, quando c’era luce era luce piena. Lo immaginavo proprio così, in bianco e nero. Mi ero avvicinato alla xilografia perché, per caso, a Ferrara c’era una mostra di Escher che avevamo visto sia io che il produttore. Mi aveva acceso una lampadina. Anche il produttore mi aveva detto che aveva visitato la mostra, ma non aveva mai pensato a una copertina in stile xilografico. Quello stile ha una crudezza, un richiamo arcaico che mi sembrava perfetto. Poi, sempre per caso, qualche giorno dopo sono andato a una mostra a Bologna, in un luogo che si chiama Checkpoint Charlie. Esponeva un artista, Keita Nakasone – che poi è diventato l’autore della copertina. Le sue xilografie erano bellissime. Ci siamo salutati al volo, poi ne ho parlato con Fed Nance, il produttore, e alla fine abbiamo preso contatto con Keita. È nata una collaborazione splendida, anche dal punto di vista umano. La copertina ha richiesto tantissimo lavoro: prima le bozze, poi le prove, poi l’incisione vera e propria. La stampa è stata un momento magico. Le abbiamo stampate su carta e serigrafate tutte: ora abbiamo una tiratura limitata di una settantina di copie, tutte serigrafate da Keita. È venuta fuori un’immagine davvero iconica

foto di Piera Masala
Guardando al live, come pensi di tradurre sul palco la complessità sonora del disco? Ci saranno scarti, reinvenzioni, o preferisci restare fedele alla dimensione in studio?
Il live nasce con l’idea di portare all’estremo il connubio tra elettronica e percussioni. La formazione è in trio: io alla voce e ai controlli elettronici, e due percussionisti. Uno è Marcello Martucci, che ho citato prima, con tutte le percussioni tradizionali suonate a mano; l’altro ha un set più vicino a una batteria, con timpani, tamburi, pad e vari elementi ibridi. È un setup molto ricco, che spinge davvero al massimo questa fusione tra acustico ed elettronico. Dal vivo tutta la parte percussiva è stata completamente riarrangiata. Ci sono brani che si allungano, altri che si accorciano, finali che diventano intro. Abbiamo fatto un grande lavoro di ripensamento: per me è importante distinguere sempre il disco dal live. Nel disco può funzionare una drum machine in un punto preciso, ma dal vivo magari senti che serve altro, che la canzone deve respirare in un modo diverso. E allora la ristrutturi, la riarrangi. Il risultato è un live molto, molto percussivo. Davvero tanto.
In un nu‑folk che dialoga con ritmi extra‑europei, musiche popolari polesane e sottili contrasti elettronici, Inumana Canicola Padana è un disco vivo, stratificato e complesso, dotato al contempo di un’immediatezza mai forzata, figlia dell’immaginario fiabesco che, come abbiamo visto, sta un po’ alla base dell’intero progetto. Un disco che oscilla fra il buio e la luce, fra notti mistiche e giornate di canicola estiva, e che aspetta solo di essere ascoltato. Magari proprio a Borgo San Lorenzo e proprio dal vivo, in occasione dell’imminente live mugellano.
foto: Piera Masala

