Michele Arena è educatore e scrittore. Ha pubblicato per Erikson Dipende dalla classe, un saggio critico sulla povertà educativa e sui problemi di classe connessi. Ha fondato il Porto delle Storie, una scuola popolare di scrittura per ragazz3 a Campi Bisenzio.
Da quali esperienze nasce il tuo saggio? Come sei arrivato a scriverlo?
«Il libro è il frutto di due percorsi diversi, uno di vita personale e l’altro lavorativo. Vengo da una famiglia povera con alcune difficoltà materiali, sono stato uno studente con molte difficoltà. Alle superiori sono andato in un professionale che definivano “la peggior scuola di Firenze”, sono quelle scuole che in Italia hanno il “compito” di rispondere al diritto allo studio di tutt3 l3 student3 più fragili. Da qui ho deciso di lavorare nel mondo dell’educazione: lavoro nella cooperativa Macramè, che si rivolge quasi esclusivamente a persone giovani segnalate dai servizi sociali. Nella mia esperienza, la scuola è un pezzo della società che contribuisce a mantenere intatte delle discriminazioni delle disuguaglianze».
Come nasce il Porto delle storie?
«Nasce nel 2014 all’interno della cooperativa Macramè per rispondere, per quello che possiamo, ad alcuni problemi strutturali dell’educazione in Italia. Vogliamo creare delle bolle protette in cui ragazz3 che provengono da contesti di povertà trovino degli spazi dove esercitarsi e lavorare sulla propria voce, sulla propria scrittura. Molte fasce svantaggiate della nostra società vengono raccontate dall’esterno, senza avere spazio di autonarrazione. A partire dalla scrittura vogliamo offrire loro un percorso di autorealizzazione, lavorando anche sul sostegno allo studio».
Utilizzate metodi particolari di scrittura?
«La scrittura è intesa nel senso più ampio del termine, lavoriamo su podcast, cortometraggi, dipende dal gruppo. L3 ragazz3 vengono da noi con delle idee e noi l3 aiutiamo a valorizzare la loro voce senza imporre una prospettiva nostra. Sono fondamentali l’assenza totale di giudizio, la costruzione di un clima di gruppo, la condivisione dell’editing. L’adulto fa soprattutto un lavoro di editing più che di insegnamento».
Come si rompe l’idea del canone letterario borghese? Come si trova la propria voce in questi contesti?
«I ragazzi sviluppano forme di narrazione molto lontane dai canoni borghesi, penso al rap o alla trap, ma anche a cose molto più strutturali come l’errore grammaticale. Abbiamo persone plurilingue, scritture ibride e anche studenti più canonici. Noi vogliamo rimuovere l’errore come ostacolo, non vogliamo che sia un impedimento nella scrittura. Il nostro è un canone della diversità, e attorno a questa diversità si crea la magia della scoperta».
Il rischio è che poi l’editoria incaselli queste esperienze come “diversità” all’interno del mercato.
«L’outsider che viene da un contesto svantaggiato diventa, all’interno del catalogo, l’autore che fa testimonianza di quella categoria lì e non un autore o un’autrice che ha un valore a prescindere. Di questo parla bene Esperance Hakuzwimana. Io ho pubblicato due libri con Mondadori ma farei molta fatica a definirmi scrittore, se volessi investire nella scrittura a tempo pieno dovrei avere un contesto che oggi non ho, per permettermi di avere del tempo per scrivere e per promuovermi. È un ambiente per privilegiati. Mi sembra comunque che ci sia una generazione di ventenni-trentenni che ha molta sensibilità sul tema della classe, ma penso anche al collettivo K1 del Machiavelli».
foto di copertina: Giulia Madia Fotografa


