di Michele Baldini e Fabio Ciancone

Intervista al Collettivo Vento

Lo scorso ottobre il Liceo Scientifico Castelnuovo di Firenze è stato occupato dall3 student3. La redazione di Lungarno è stata invitata a tenere una lezione sul rapporto tra informazione e genocidio in Palestina. A qualche mese di distanza, abbiamo deciso di incontrare alcuni membri del Collettivo Vento, Diana, Lorenzo, Giuliano e Olivia, per parlare con loro di come vivono la socialità, gli spazi collettivi, lo stare insieme.

Il punto di partenza della nostra riflessione in redazione è stato che le discoteche stanno chiudendo. Perciò ci siamo chiesti come vivete la socialità voi ragazz3 giovani.

L: «In questo periodo tra di noi c’è molto individualismo. Siamo portati a chiuderci nei nostri spazi e nei nostri pensieri senza condividerli con gli altri. Quello che abbiamo fatto noi come collettivo aveva anche un po’ questo intento, perché oltre alle cause politiche c’è anche la bellezza di creare qualcosa stando insieme, ritrovarsi a parlare anche con persone che non si conoscono, vivere un progetto condiviso che non ti porti sempre a stare nel tuo. Forse ci viene meno voglia di andare a ballare perché c’è molto meno bisogno di stare insieme. Con tutti gli stimoli che uno può ricevere aprendo il telefono è più difficile andare a cercarli negli altri».

G: «Ho letto diverse cose sul “late scrolling”, cioè l’abitudine di rincoglionirsi davanti a uno schermo fino a che non si crolla di sonno. Il “late scrolling” è una conseguenza della sensazione di non avere mai spazio per sé stessi all’interno della giornata, quindi ci si illude di trovarlo stando sul telefono. Interagire con gli altri è uno sforzo e aprire un telefono è molto più comodo. Riguardo alla discoteca, è importante parlare anche delle disponibilità economiche: una serata in discoteca costa minimo 30€ fra prevendita, ingresso, alcol che devi per forza consumare perché sennò sei un ciucciato, quindi le opzioni sono svuotare il portafoglio dei genitori ogni sabato sera oppure non spendere stando nel letto di casa tua. Tante volte poi sembra anche che ci siano esclusivamente queste due opzioni, questo perché siamo stati abituati al fatto che tutto è mercato, ogni cosa è vendibile, ogni cosa ha un prezzo, compreso il divertimento e le interazioni sociali. L’occupazione ha cercato di dimostrare il contrario, che non è necessario per forza andare dai gestori delle discoteche e pregare in ginocchio per avere la prevendita a 5 euro di meno ma forse puoi anche cercare un tuo spazio dove stare bene, dove condividere cose gratuitamente».

D: «Tutto ciò che è successo durante l’occupazione mi ha provocato una felicità assurda. Banalmente fare amicizia con persone che vedi tutti i giorni nei corridoi, a pensarci mi viene il sorriso. Mi dispiace per le persone che non hanno voluto partecipare perché presi dei pregiudizi o perché non avevano voglia, appunto perché fa fatica e fa paura buttarsi in un mondo di cui non conosci nulla, ci vuole sforzo ma vieni ripagato in maniera esorbitante».

 

Voi in discoteca ci andate? Se sì, l’obiettivo è fare nuove conoscenze, condividere il divertimento? Da quali fattori dipende il vostro stare bene?

L: «La discoteca per come è concepita adesso è un po’ per fare il figo, un po’ per rimorchiare, non c’è l’idea che in discoteca si va per divertirsi. Lì ognuno sta nei suoi gruppetti, non sono ambienti dove vivi veramente la socialità. Di base noi viviamo grandi forme di insicurezza: se tutto è costruito per apparire hai sempre la paura di buttarti, di divertirti, perché magari appari imbarazzante, non appari come dovresti essere e la strada più facile è stare nel proprio, stare nei telefoni, non perché la colpa sia poi effettivamente dei social».

O: «A me piace ballare e in discoteca mi sono sempre divertita. Ho il mio gruppo di amiche con cui ogni tanto andiamo. Però il problema dei soldi a volte diventa anche esagerato. Io sono stata a delle serate in discoteca perché fanno le offerte, soprattutto per le ragazze, poi entri e banalmente una bottiglietta d’acqua la paghi 5€. È un posto divertente ma non è il miglior spazio per condividere socialità, si sta da soli tutti insieme. Andare in discoteca per mettersi a sedere e parlare non è lo scopo della discoteca, no?».

G: «Io ho sempre inteso la discoteca come uno spazio di evasione dalla realtà, compreso nella routine mi sveglio, lavoro, mi sveglio, lavoro, arrivo al sabato, pippo, vado in discoteca e arrivo al lunedì. Questo è orrendo, perché per me la socialità è il modo più profondo di vivere la realtà. Il fatto che tutto sia merce, compreso il divertimento, è causa del fatto che anche il divertimento lo devi comprare, perché qualcuno te lo deve aver organizzato, perché lo devi avere servito, perché in quella settimana in cui non hai fatto altro che lavorare ti serve qualcosa già preparato, che te paghi, vai lì, evadi dalla realtà e poi lunedì dopo è lo stesso identico macigno che ti cade addosso».

Da ragazzo mi ricordo che avevo la sensazione che nella scansione quotidiana, oltre alla scuola e allo sport, il mio tempo “libero” era collegato a vivere la notte, la sera o il sabato. Voi come ve la vivete? Qual è il vostro tempo della giornata in cui vi considerate più liberi di interagire con il resto del mondo?

G: «Io penso che l’utopia dovrebbe essere cercare di trovare uno spazio per sé e per gli altri in ogni momento della giornata, poi chiaramente questo è impossibile. A scuola, per esempio, è difficile riuscire a condividere l’esperienza di ascoltare una lezione con un’altra persona. Per come è fatta la nostra scuola, siamo indirizzati a vivercela in modo completamente autonomo: non si lavora a gruppi, non si fa niente insieme, e più esci più sei penalizzato: se te il pomeriggio lo impieghi stando con altre persone invece che studiando, il giorno dopo prendi quattro. L’occupazione, come diceva Lorenzo, è uno spazio tanto fisico quanto temporale, stare in uno spazio quotidiano e vivercelo come vogliamo».

D: «Io cerco di mischiare le attività che faccio con il piacere personale di farle, per cambiare ottica sulle cose e farmele piacere, semplicemente perché se le vivessi per come me le pongono i prof, se io non facessi nulla per rendermele migliori, mi annoierei moltissimo, rischierei di non avere neanche più voglia di andarci».

G: «Ogni tanto in classe si fa di cacciare fuori il telefono per vedere che ore sono e scrivere sul banco quanto manca alla fine della lezione, cioè ci scrivi 30, ci scrivi 20 e piano piano arriva. Così facendo sai già che quella mezz’ora che sta per passare sarà una mezz’ora di merda, da buttare, una mezz’ora che non sarà mai di qualità e non aggiungerà mai niente alla tua vita. È sempre questa infelicità che viviamo».

L: «Io gioco a calcio e mi piace un sacco. Lo sport di squadra è un modo per ribaltare l’individualismo. Lo sport è importante per qualsiasi ragazzo giovane, perché devi lavorare insieme per raggiungere un obiettivo comune».

Cos’è per voi la creatività? Vi prendete degli spazi per progettare cose insieme?

L: «L’occupazione è l’esempio migliore in assoluto di come siamo riusciti a fare cose insieme. Noi prima dell’occupazione ci beccavamo quasi tutti i giorni in Savonarola, perché è una piazza abbastanza tranquilla e con molti spazi, prendevamo decisioni e allo stesso tempo riuscivamo a costruire un legame tra di noi. Non dobbiamo dimenticare che la socialità è comunque uno sforzo, e questa cosa spaventa e porta a cercare strade alternative anche più comode. La settimana dell’occupazione ho fatto sforzi incredibili, però penso che sia l’unico sforzo che poi ti appaga veramente. Studiare, prendere bei voti, non sono sforzi appaganti come giocare a calcio o occupare una scuola».

O: «Col giornalino della scuola è uguale, quando abbiamo dovuto dare una mano a organizzare un evento io e la direttrice ci abbiamo smattato per un mese. Una volta ho scritto un articolo sulla violenza di genere che mi ha fatto impazzire però è venuto molto bello e sono stata super soddisfatta. Secondo me la cosa che ferma molti studenti dal prendere più iniziative del genere è proprio la fatica. Probabilmente è anche responsabilità della scuola, quando torni a casa devi stare tutto il pomeriggio sempre a studiare poi non hai più voglia di fare altro».

A proposito di violenza, come lo percepite il pericolo dell’uscire e stare fuori?

G: «Io sono sicuro che la violenza sia una forma di espressione molto più vera rispetto a quelle digitali. A volte sentiamo l’esigenza di ritrovare noi stessi nella realtà e fare gruppo, andare a fare brutto a qualcuno, picchiarsi. Prendere o dare un cazzotto è molto più vero, ti fa sentire molto più vivo rispetto a scrollare un telefono. Penso che questo aumentare della violenza sia semplicemente un sintomo del fatto che non ci sentiamo assolutamente niente rispetto al mondo in cui viviamo. Con la rete ti puoi spingere letteralmente ovunque ed è così facile sentirsi smarriti, sentire di non avere effettivamente niente in mano. Il sentimento che ti dà fare gruppo può avere risvolti molto positivi, come quelli di cui parlava Lorenzo nella squadra di calcio, oppure può anche semplicemente essere che ci becchiamo tutti, abbiamo i coltelli e si va a rubare. Ti fa sentire interessante, finalmente parte di qualcosa quando magari non eri mai stato parte di niente. Questo poi è anche motivo della vittoria della destra identitaria, questa necessità fortissima di tribalizzazione, questo noi contro gli altri».

Vorremmo chiederlo anche alle ragazze. Avete paura quando uscite la sera?

O: «Io sì, soprattutto in alcune zone della città la sera e se non ci sono persone attorno a me».

D: «Mi ricordo una sera che dovevo tornare a casa ed ero da sola, ogni passo che facevo per avvicinarmi a casa mi saliva la paura, anche se non è che ci fosse un pericolo imminente. Se ci sono io e un altro uomo dall’altra parte della strada, il mio primo pensiero è che mi potrebbe far del male».

Secondo voi c’è qualcosa che alimenta la vostra paura? Nel digitale trovate un senso di preoccupazione diffusa?

O: «Credo che la nostra paura sia giustificata dalle storie che si sentono al telegiornale, che sicuramente la alimentano. I miei amici maschi non hanno paura di tornare a casa a piedi, io sì. Quando torniamo a casa pensiamo sempre che possa toccare a noi, anche perché la maggior parte delle violenze succede nei posti più comuni. Se non sento la solidarietà delle persone attorno a me, io come faccio a sentirmi sicura? È quella paura che non ti abbandona mai, capito? Ce l’hai sempre».

Durante l’occupazione ti sei sentita sicura?

D: «Sì, durante l’occupazione sì. Cioè, sapevo che se mi fosse successo qualcosa sicuramente qualcuno mi avrebbe dato la mano».

L: «Su questo argomento, da uomo non posso capire cosa significa essere una ragazza in certe situazioni. Una cosa che mi colpisce molto è anche quella violenza molto meno visibile e molto più sottile tra noi maschi. Forse ricollegandosi anche al discorso dell’assenza di socialità, l’altra persona spesso diventa uno strumento per arrivare a un tuo obiettivo. È una forma di violenza anche dire “quella lì me la sono scopata”, “a quella non le ho più il riscritto”, “questa l’ho trattata di merda”. Io sono convinto che molti ragazzi trattano in questo modo le ragazze per un bisogno di essere accettati dagli altri uomini, c’è veramente questa necessità di sentirsi come gli altri, di fare gruppo, di essere ganzo come gli altri ragazzi che hanno trattato male la ragazza, che le hanno risposto male, che le hanno tirato uno schiaffo o che cazzo ne so, qualsiasi cosa possa essere. Le ragazze in questo modo diventano uno strumento per raggiungere un piacere sessuale, o addirittura potersi ergere socialmente rispetto agli altri maschi».

Girano un po’ di articoli sul fatto che essere fidanzati, soprattutto per le donne, sia da sfigati. Voi come ve la vivete?

O: «Per me no, io sono fidanzata, non mi sento sfigata».

D: «Io non sono mai stata fidanzata però non la considero una cosa da sfigate, anzi è una cosa che mi piacerebbe tanto provare prima o poi, mi piace l’idea di essere collegata in maniera molto intima a una persona a cui vai bene, anche al di là dell’amicizia, capito?».

L: «La nostra generazione ha quasi il problema opposto, cioè la ricerca ossessiva dell’affettività. Essendo molto individualisti e chiusi, alla fine le persone hanno il bisogno di sfogare questa mancanza di affetto, questa solitudine, questa mancanza di rapporti sociali. Un sacco di ragazzi vivono la relazione come un legame ossessivo, come un qualcosa da cui non staccarsi mai, che se qualcuno ti fa un torto è la fine del mondo. Forse è anche per questo che finita una relazione se ne cerca subito un’altra. Io in questa cosa qui vedo il tentativo di colmare delle mancanze. Questo genera disagi enormi, e quando qualcosa ti manca tu continui a inseguirla, fino a sfociare nella violenza».

Ci sembra di leggere anche in generale uno sforzo e allo stesso tempo una difficoltà a essere sé stessi, a essere “reali”.

G: «È molto difficile trovare autenticità nei comportamenti dei miei coetanei, perché siamo impauriti a esporci agli altri per come siamo. Anche la gestione del rifiuto diventa una cosa molto complicata, di conseguenza. È difficile imparare ad annoiarsi davvero, imparare a conoscere te stesso formandoti una base solida sulla quale non cadere nel vuoto se finisce una relazione. Se riempi il vuoto con le altre persone, quando quella persona va via, te non hai più nulla di proprio».

D: «C’è stato un periodo, quando ero un pochino più piccola, che io vedevo tutte le mie amiche fidanzarsi e mi chiedevo ossessivamente quando toccasse a me, pensavo di non andare bene, poi ho capito che è importante appropriarsi del proprio tempo, della propria vita e viversela in maniera tranquilla».

G: «Finché non sarai capace di fare compagnia a te stesso non sarai mai capace di trovare la compagnia nelle altre persone. È importante costruirci il nostro tempo in autonomia e contemporaneamente insieme agli altri».