Sara Ricciardi è ispirata da muse primordiali nel suo design geniale e sofisticato, sposando poesia a sguardo pop. Inserita dalla Triennale di Milano tra le Donne del design contemporaneo italiano, rende il processo creativo un rito sacro.

Sara Ricciardi – ph credits Lorenzo Gamberini

Sara, il tuo design eclettico ricorda set cinematografici. Cosa ispira il tuo lavoro?

«Sono cresciuta nutrendomi di miti e leggende popolari animate dalle streghe, le Janare, che nella mia città natale, Benevento, si riunivano per sabba estatici intorno agli alberi. La mia formazione visiva è fatta di radici e di una catena montuosa chiamata la Bella Addormentata del Sannio. Ho profondamente amato il cinema (da Fellini a Miyazaki, da P. Greenaway a M. Gondry). Gianni Rodari, con la sua Grammatica della fantasia, mi ha illuminata con la possibilità di guardare un oggetto come se fosse un personaggio. È lì che nasce il mio design, nella sottile linea tra realtà e un altrove simbolico».

Under The Willow Tree – Future Horizon – Artimino

Associ più linguaggi dando una forma tentacolare al tuo design.

«Il mio lavoro è al momento una creatura un po’ ibrida: una pianta rizomatica che cresce dove trova nutrimento: interior, scenografia, performance, installazioni, rituali, oggetti industriali e collectible. Credo nel social design e nelle pratiche relazionali, che insegno in varie scuole come la NABA di Milano. Progettare in ambito sociale significa costruire una relazione: fare co-progettazione collettiva. Va oltre la funzione ergonomica: cerca la trasformazione emotiva».

Hai vissuto ad Istanbul e New York. Cosa hai appreso da due culture così lontane?

«Istanbul mi ha insegnato il potere della decorazione come forma di comunicazione; venivo da un momento italiano improntato al less is more, sembrava che lì vigesse un more needs more. Dall’altro lato, mi ha mostrato il valore sociale e politico delle persone. New York, invece, mi ha dato il coraggio di fallire, uno stop ai convenevoli della parola e spazio a un grande fare, sbagliare, riprovare. Le porto entrambe con me: il sacro e il metropolitano, la quiete del rito e la febbre della possibilità».

Sara Ricciardi – The Vogue Closet x Vogue Italia – Photo credits FT FOTO

L’energia vulcanica della tua terra di origine influenza la tua visione?

«La Campania mi ha donato molto, soprattutto un fatalismo che riequilibra le avversità. Vengo da Benevento, città dell’entroterra che vive di frequenze basse e dense. Mi ha insegnato il silenzio, l’ombra: elementi fondamentali per coltivare una vitalità autentica. Le radici affondano nel buio terreno e solo così la mia chioma può ridere alla luce e al vento. Ai vulcani sono arrivata dopo, nella mia scoperta di Stromboli, la mia “casa” di elezione, dove ho capito quanto il fuoco eruttante sia un elemento a cui appartengo».

Sara Ricciardi -Metamorfosi – ph Cartacarbone

Enzo Mari diceva “Non c’è poesia senza metodo”.

«La poesia può essere un balzo quantico ma per mantenerla serve profonda disciplina. Il metodo è una straordinaria griglia che permette all’incanto di manifestarsi ed essere comprensibile agli altri. Poesia viene dal greco poieo, “creare”. È creazione pura: deve essere viscerale, eppure incanalata. Altrimenti è un brodo. Io parto sempre da una perdita psicogeografica, per poi costruire una struttura rigida: ricerca sui materiali, indagine tecnica, dei gesti. Solo così l’idea può diventare forma concreta (e poi raramente poesia)».

l’AI generativa ti ha mai sorpreso con qualcosa a cui non eri ancora arrivata?

«Dico sempre ai miei studenti che bisogna saper dialogare con l’AI: è uno strumento straordinario per slabbrare alcune percezioni e aggiungere pensiero laterale. Ma la metodologia di costruzione del progetto deve restare nostra. Bisogna studiare per non omologare il pensiero tramite strumenti codificati da algoritmi. L’AI può agevolare il nostro lavoro, ma se ci lasciamo guidare da lei diventa terribile. Serve un dialogo vigile».

Se dovessi rendere in forma di oggetto un’allegoria, cosa realizzeresti?

«Mi piacerebbe creare strumenti di gioco che invitino ad esplorare il piacere e l’evoluzione del sé, il mistero. Sono immersa nella ricerca, come dice Einstein: “Se sapessi dove sto andando, non si chiamerebbe ricerca”. Amerei progettare giardini pubblici. Uno dei miei luoghi preferiti è l’Hortus Conclusus a Benevento di Mimmo Paladino: qui non ci sono spiegazioni, solo vivere tra alberi, silenzio e sculture, leggere, aggregarsi senza necessità di comprare. Mi affascina l’idea di creare rifugi urbani pensati per un tempo lento e qualitativo, per lo scambio tra persone danzanti e parlanti».

Nella tua arte si incontrano immaginifico, rito e sacralità. L’oggetto di design può essere un talismano?

«Assolutamente sì. Per me questo trittico è fondamentale per generare senso. La ritualità quotidiana, quando si unisce a uno slancio sacro, permette all’oggetto di trasformarsi. Mi piace pensare a un approccio quasi animista, in cui riusciamo a conferire valore a ciò che creiamo, per restare fuori dalle logiche dell’usa e getta. Appartenere, sacralizzare: un oggetto, uno spazio, una relazione. Così, credo, possiamo vivere più profondamente».

Cosa consiglieresti ad una giovanissima Sara alla scoperta di questa disciplina?

«Di essere autentica, cercarsi continuamente e infondere in ogni progetto passione ed entusiasmo. Di non avere paura di ciò che sente. Imparare a visualizzare le proprie idee e poi sapersi sintetizzare: a volte può essere utile prendere un’idea, elogiarla su un foglio e criticarla su un altro, instaurando un dialogo con sé stessi, valutando con meno emotività. L’emozione è fondamentale, ma va dosata; la logica è necessaria, ma va saputa dribblare. Scegliersi i propri maestri, tra gli amici, in natura».