Intervista a Wilkinson Riyet Vargas Velasquez, curatore della mostra collettiva

Nel reticolo vivo e imperfetto di San Frediano, lontano dai percorsi più prevedibili dell’arte contemporanea, Apofenia prende forma come mostra collettiva capace di parlare a chi frequenta il confine tra grafica, design e immaginari underground. Dal 31 gennaio al 14 febbraio 2026, lo spazio creativo AvampostoCentro Culturale Cinque Punte si trasforma in un laboratorio visivo dove l’immagine non è mai neutra, ma sempre carica di ambiguità e tensione.

Il titolo della mostra funziona come una lente concettuale: Apofenia indica la tendenza umana a vedere strutture, relazioni e significati anche dove non sono realmente presenti. I lavori in mostra interrogano il modo in cui interpretiamo i volti, leggiamo le espressioni, attribuiamo emozioni e intenzioni a partire da segni minimi, spesso ingannevoli.

Le opere di Bisturi, Caique Sapho, Matteo Tornesello, Mahalaballana, Riccardo Sabatini, Rinascimento Punk, Samuel Barri, Silvia Brizioli e Sudaka Old School costruiscono un panorama visivo volutamente non omogeneo. Pittura espressiva, fotografia, segno grafico, contaminazioni tipografiche e approcci illustrativi convivono senza cercare una sintesi rassicurante.

All’interno del percorso, la presenza di pratiche legate al graphic design e alla sperimentazione visiva rafforza l’identità ibrida della mostra. Il segno grafico si fa espressivo, la tipografia diventa immagine, il colore assume una funzione emotiva più che decorativa. È un’estetica che dialoga con l’underground contemporaneo, con la cultura visuale digitale e con una sensibilità progettuale che rifiuta la pulizia formale in favore del disturbo e della stratificazione.

Il progetto nasce grazie alla volontà dello street artist Wilkinson Riyet Vargas Velasquez che abbiamo avuto il piacere di intervistare per Lungarno.

Apofenia non è solo un titolo suggestivo, ma un concetto preciso, da dove nasce questa scelta?

Non si tratta di una parola inventata ma una condizione mentale e reale: la tendenza a creare connessioni tra elementi che, razionalmente, non ne avrebbero, un concetto che mi appartiene molto. Da anni lavoro con fili, intrecci, ragnatele, spesso in contesti naturali, come il bosco. A un certo punto ho sentito il bisogno di portare questa mia modalità di pensiero in uno spazio condiviso, trasformandola in un progetto concreto e collettivo.

Nel tuo modo di lavorare il ruolo del curatore sembra spostarsi dall’interpretazione alla connessione. È una scelta consapevole o una conseguenza naturale del tuo percorso?

La mia è stata una visione collettiva nata dal basso, dall’auto-organizzazione e dall’incontro con altre persone. Non mi sento un curatore nel senso classico e non imposto una lettura dall’alto. Mi interessa piuttosto creare connessioni, tenere insieme voci diverse, avere il coraggio di metterle nello stesso spazio senza addomesticarle.

Il volto è il centro visivo della mostra ma non come ritratto tradizionale, ci spieghi la tua prospettiva?

I volti sono diversi così come le espressioni e questo è un dato di realtà che spesso ignoriamo. Non mi interessa insegnare come leggere le immagini, ma far emergere quello che oggi non guardiamo più: le micro-espressioni, ciò che non riusciamo a comunicare davvero. Siamo molto concentrati sull’estetica, molto meno sul tempo necessario per guardarci.

La mostra accosta linguaggi molto diversi senza cercare una sintesi formale. È stata una scelta programmatica?

Lo scarto esiste perché veniamo tutti da percorsi diversi e non ho cercato di eliminarlo quanto di trovare un filo che potesse attraversarlo. Mettere insieme medium, stili e provenienze differenti per me è un piacere, non una strategia, è il tentativo di dimostrare che ci si può unire anche restando diversi se c’è uno spazio che lo permette.

In Apofenia lo sguardo sembra non essere più sufficiente. Che tipo di esperienza volevi costruire per il pubblico, oltre la semplice fruizione delle opere?

Vorrei che le persone uscissero dall’Avamposto avendo ascoltato le voci degli artisti, e non soltanto osservato le loro opere. In mostra saranno presenti video-interviste e narrazioni dei percorsi personali, pensate per affiancare il lavoro visivo senza sostituirlo. Non credo più a un modello espositivo in cui le immagini “parlano da sole” o in cui il curatore si fa portavoce unico del progetto. L’idea è piuttosto quella di cambiare registro: costruire uno spazio di ascolto, simile a una tavola rotonda aperta, in cui anche chi entra si senta legittimato a porre domande e a mettersi in gioco.

Rinascimento punk

Quindi Apofenia è anche una presa di posizione sul modo di fare mostre oggi?

È un tentativo di ridurre quella distanza che vedo spesso tra chi espone e chi guarda e non creare un’esperienza elitaria o intimidatoria. Mi piacerebbe che chi esce da Avamposto pensasse: queste domande me le faccio anch’io!Che sia un artista, un grafico alle prime armi o semplicemente qualcuno che passa di lì per caso.

 

APOFENIA: 31.01.26/ 14.02.26
Associazione Cinque Punte – Avamposto
Via Borgo S. Frediano, 59R – 50124 Firenze FI

Telefono: 377 334 9805
H: 18/22 – Ingresso libero