Il Firenze Jazz Festival è diventato, negli ultimi anni, uno degli eventi più riconoscibili della città: un laboratorio aperto, un ecosistema che mescola tradizione e ricerca, e che ha saputo riportare un’idea allargata di jazz dentro Firenze senza musealizzarla. Al centro di questa visione c’è Alessandro “Gambo” Gambarotto, consulente artistico del festival e figura chiave della scena italiana contemporanea. La sua idea di jazz come linguaggio permeabile, capace di dialogare con elettronica, club culture, nuove forme performative e territori diversi, si riflette anche negli altri progetti che cura: il torinese Jazz Is Dead, ormai riferimento nazionale per le contaminazioni più radicali, e il Piedicavallo Festival, piccolo gioiello di montagna dove la musica diventa esperienza comunitaria. Con lui ripercorriamo questa traiettoria, partendo da Firenze per arrivare alle altre sue geografie sonore.
Sei al tuo secondo anno alla guida del FJF, un festival che fa della contaminazione il suo motore. Che cosa significa, per te, programmare a Firenze? È una città che permette di proporre linguaggi originali e in sintonia con il territorio?
Prima di tutto devo ringraziare il “mega-direttore-galattico” Francesco Astore, che mi ha chiamato già dall’anno scorso ad aiutarlo nella programmazione del Main Stage. La sua richiesta era di portare qualcosa di alternativo all’interno della programmazione del Firenze Jazz Festival. L’anno scorso è andata bene (anche se il maltempo non ci ha aiutato troppo). Per me che arrivo dall’underground, dalla strada, dagli eventi alternativi, l’idea di lavorare per il Firenze Jazz Festival, di arrivare al Giglio, mi ha fatto pensare: wow. È bello sporcare un po’, è bello portare qualcosa di diverso. Allo stesso tempo, però, è una grande sfida, una grande difficoltà. Intanto, a Firenze non ci vivo. Io sono abituato a organizzare almeno un concerto alla settimana a Torino, quindi conosco il pubblico, conosco le esigenze della città. A Firenze sono venuto a mettere i dischi al Tenax quindici anni fa. Ho un po’ di amici a Firenze, ma non la frequento. E per quel poco che ci sono stato, devo dire che purtroppo non c’è una vera e propria anima definita, ma una scena monopolizzata dai turisti. Firenze è diventata un po’ come Venezia: di giorno non sai più come muoverti, di notte c’è il silenzio assoluto, perché i turisti stanno dormendo, o addirittura sono già stati spostati in un’altra città da visitare. Torino, invece, è una città dove si vive. I turisti ci sono, ma abbiamo gli universitari, abbiamo una solida base che dagli anni Ottanta a oggi ha sempre avuto una politica sociale e culturale che ha permeato l’identità della città. A Firenze, la difficoltà è quella di riuscire a trovare una scena e lavorare su quel tipo di scena. Ma a parte questo, in generale, posso dire che lavorare per il Firenze Jazz Festival è stupendo. A livello professionale è una grandissima opportunità.
Quest’anno il Main Stage si sposta nel Giardino delle Scuderie Reali di Porta Romana, con una line‑up che va da Alborosie a C’mon Tigre, da DJ Gruff a Teho Teardo & Blixa Bargeld. Una proposta ampia e trasversale: qual è l’idea che tiene insieme questi nomi?
Per risponderti devo partire da una premessa: che cosa intendo io con “jazz”. Per me è praticamente un altro mondo, non un genere. È proprio un’attitudine. È come il rock, come l’elettronica. Cioè: fare un festival rock, che cosa vuol dire? Fare un festival di musica elettronica, che cosa vuol dire? Facciamo un festival jazz: che cosa facciamo? Bebop, hard bop, swing, sperimentale, fusion? Dentro quest’ultimo termine, in particolare, potremmo includerci praticamente di tutto! E ad aprire questa strada sono stati proprio certi jazzisti, da Miles Davis ai Weather Report, ma anche John Coltrane, Herbie Hancock… Come quando Hancock si è messo a fare pop, e incredibilmente dopo Cantaloupe Island ha scritto una delle sue più grandi hit (Rockit). Miles Davis, con l’elemento elettrico, ha avuto uno spunto artistico nuovo. Organizzare un festival jazz, quindi, significa cercare dove quelle contaminazioni, quegli incontri, quei dialoghi tra generi hanno influito sulla produzione jazz, da una parte, e allo stesso tempo dove il jazz è andato a dare degli input alla popular music. Dubito che si possa parlare di pop senza pensare al jazz. ’altro canto, è un approccio già visto in altri festival importanti, come l’Umbria Jazz e il Montreux Jazz Festival. Se vogliamo far vivere lo spirito del jazz, se vogliamo continuare a utilizzare il jazz come pretesto per l’apertura, per la visione, per la sperimentazione, per l’interplay, l’unico modo è andarlo a pescare dove sta ancora vivendo. In alternativa, suoniamo standard di gente morta trent’anni fa e io continuo con l’altro mio festival torinese, che non a caso si chiama Jazz Is Dead. Per rispondere alla tua domanda, ciò che accomuna tutti gli elementi che abbiamo riunito è la fruizione. È l’idea di ritrovarci sotto un macro‑cappello, andando a cercare musicisti di un altissimo valore artistico che sicuramente hanno preso nota della lezione del jazz e l’hanno portata nella loro produzione artistica personale.
Oltre ai grandi nomi, il festival ospita anche artisti più giovani, fra cui l’interessante proposta di Sara Gioielli. Come ti muovi nella scelta delle nuove leve? Segui un gusto personale, una linea curatoriale, o un equilibrio tra le due cose?
Il Firenze Jazz Festival si compone di più realtà: Empoli Jazz, Musicus Concentus e Music Pool. La programmazione, in generale, è condivisa tra tutte queste strutture. Io non sono il direttore artistico — mi hanno dato un termine preciso: sono il consulente artistico. Dopodiché, le proposte arrivano da una parte o dall’altra, e vengono valutate insieme. Io lavoro principalmente sul Main Stage, ma grazie al lavoro condiviso con tutte le altre realtà si riesce a costruire un’identità complessiva. A chi storce il naso chiedendo “dov’è il jazz?”, rispondo che il jazz c’è ovunque. Per me avere dei nomi di richiamo più grandi serve anche a portare il rastafariano a contatto con sonorità che magari non conosceva, e allo stesso tempo permette all’ortodosso jazzista, legato all’era ’52–’56 a Chicago, di arrivare e dire: “interessante”. Si dà l’occasione a chiunque di confrontarsi anche con i propri limiti. La musica, infatti, è anche e soprattutto politica: rompere i confini è necessario. Continuare a difenderli è semplice, e lo fanno già personaggi come Putin e Trump. Io non sono uno di quelli. Quando vengo chiamato a lavorare come collaboratore, come advisor, cerco di portare il mio contributo. Sono pronto con lo scudo, pronto con il casco a prendermi tutta la merda da parte degli ortodossi, ma vado avanti.
Per chi non ti conoscesse: sei da anni alla direzione artistica di Jazz Is Dead, uno dei festival più interessanti del panorama italiano. Come sei arrivato a lavorare su questo progetto e quale identità musicale hai cercato di costruire nel tempo?
Jazz Is Dead è una mia idea: il nome e il progetto. Dieci anni fa Arci Torino mi chiese di organizzare un evento per celebrare i loro 70 anni. Per il mio pregresso — ero direttore artistico di un locale molto famoso a Torino dove proponevamo jazz — avevo visto il jazz morto. Morto perché si suonava musica di gente morta: alle jam session si suonava musica di gente defunta, e le composizioni nuove erano semplicemente nuove perché scritte adesso, ma in stile vecchio. Mi è capitato di andare a New York alle jam session: vai lì e capisci che siamo indietro, fermi a un passato che fioriva di jazz, soul, R&B. Sei dentro un film, ma poi in realtà sei a New York, magari a Chicago, comunque in America. Per noi è soltanto riprendere cose di altri che non sono neanche nostre. Parafrasando Elio e le storie tese: “non bastano i rasta per suonare i bonghi”. Io, semplicemente, vedevo una scena morta, molto morta. Nel frattempo, ero già curatore e editore di un festival dedicato a sonorità più scure: industriali, elettroniche, industrial, cose pazze. Avveniva all’interno di un ex cimitero. Lo stesso anno, la nuova giunta politica entrata a Torino decise di cancellare il Torino Jazz Festival. Quindi: esperienza personale negativa nella programmazione jazz settimanale, la morte del Torino Jazz Festival per motivi politici, una serie di eventi organizzati dentro un ex cimitero… quando mi hanno chiesto di organizzare qualcosa, ho detto: “sai che c’è? Jazz Is Dead”. Il tema c’era: cimitero, morte del jazz, tutto. Molti giornalisti mi hanno chiesto: “dov’è il jazz?”. Beh, il jazz è semplicemente un pretesto per fare altro.
Il Festival di Piedicavallo, invece, è un contesto completamente diverso: montano, raccolto, intimo. Che cosa cambia nel tuo modo di pensare la programmazione quando lavori in un luogo così particolare, dove la musica si intreccia direttamente con il territorio e la comunità?
Jazz Is Dead è prima di tutto show: ci sono due palchi, e poi tutto il mondo dell’arte, della politica, della cultura, della socialità. C’è tutto, ma è uno show. Piedicavallo, invece, è un festival che esisteva da 35 anni e proponeva musica classica. I nuovi curatori, tutti under 30, mi hanno chiamato quando hanno preso in mano il festival e hanno deciso di aprirsi a nuove sonorità. Mi hanno coinvolto come direttore artistico: sono un esterno, chiamato da un’associazione che si chiama Sotterranea, che da cinque anni gestisce il festival e mi affida la direzione artistica. È già tutto diverso: è come andare a lavorare su Firenze. Lavori su un’identità già descritta, già esistente, forte. Lavori con persone che sono già coese, già parte di un’associazione. Io non faccio parte di quell’associazione: sono un esterno chiamato a portare la mia libreria di dischi, quelli che compro, e loro mi chiedono di cercare il sound giusto da portare. Al resto pensano loro, e fanno un lavoro enorme di coesione con il paesaggio, con il territorio, con gli abitanti, con la narrazione del luogo. Il mio ruolo è più vicino a un sound design: si sviluppa il concerto e io vado a trovare quelle chicche da inserire all’interno di un macro‑contesto, anche piccolo, ma comunque un macro‑contesto che è Piedicavallo. Perché Piedicavallo è un paese, non un palco.
Una domanda sullo stato dell’arte: qual è la salute dei festival in Italia? Ci sono modelli europei che guardi con interesse, o le dinamiche sono simili ovunque?
Credo che la situazione sia evidente. Ad esempio, il Decibel Open Air di Firenze è stato annullato, e questo è un segnale che qualcosa non va bene. Non va bene perché, se non sbaglio, i ragazzi erano arrivati alla decima edizione: annullare un festival già annunciato significa che qualcosa non funziona, che il sistema è malato. È un sistema che, per assurdo, vende biglietti a 150 euro per un artista, mentre un festival da 10–15 euro fatica a fare 100 persone. Uno riempie gli stadi, e tu impazzisci per rimanere in piedi. È un sistema malato anche negli ascolti: non si ascolta più bene, non si ascoltano i dischi, la fruizione è veloce, due minuti. Non c’è più consapevolezza dell’album. Le persone sono predisposte a spendere più soldi per quei due minuti di hit che li hanno colpiti, rispetto a un progetto più complesso, che richiede attenzione. E oggi, nell’era dell’immediato, l’attenzione non esiste più. Ci sono festival che funzionano, ma sono quelli più radicati. Per me “funzionare” non significa semplicemente continuare a esistere: un festival funziona anche con 100 persone, ma consapevoli. Quello è un festival che funziona. L’alternativa sono festival finanziati a livello statale, con sponsor e macrosponsor, che vivono perché altri li pagano. I festival veri, secondo me, sono quelli che nascono dal sottosuolo, che raccontano uno spazio, un posto, una cultura. Sono pochi, sono micro‑festival, micro‑realtà che sono però true, vere. Un po’ come è nato Jazz Is Dead: è nato da una realtà che esisteva, che era TUM, la mia associazione con cui organizzavo eventi; dal Magazzino sul Po, che era il mio locale; e da Arci Torino, che è una realtà vera, fatta da persone vere, non costruita. Questi sono quelli che io considero ancora dei festival. Il resto sono grandi rassegne, grandi eventi. È facile fare numeri con i grandi nomi. Per noi, invece, il premio è riuscire ad avere il sold out con nomi sconosciuti. A Torino, quando mi fermano per Jazz Is Dead, mi dicono: “come al solito, non conosco un nome di quelli che hai proposto, ma vengo perché mi fido”. E in realtà sono questi i festival migliori. Invidio molto i francesi, perché hanno molte sovvenzioni statali: riescono a organizzare concerti portando nomi sconosciuti, ma con la certezza che la gente andrà, perché la gente va ad ascoltare, è curiosa.
Il Firenze Jazz Festival continua a essere un appuntamento che non si limita a portare musica, ma che prova a ridisegnare il modo in cui Firenze ascolta e attraversa i suoi spazi. L’edizione di quest’anno, con il nuovo Main Stage alle Scuderie Reali e una programmazione che unisce ricerca, qualità e apertura, promette di confermare questa traiettoria. Per il pubblico fiorentino è l’occasione ideale per scoprire nuovi linguaggi, sostenere una scena in crescita e vivere la città in modo diverso. Un invito a esserci.
Dal 5 al 13 settembre 2026
Apertura: 5 e 6 settembre
Cuore del festival (Main Stage): Dall’11 al 13 settembre
