È semplice: ti dico come sta, secondo me, la cucina a Firenze. Per una volta un titolo chiaro. O no?
Come sta la cucina a Firenze? La risposta non è una sola, ma è in questa parzialità che voglio trovare una risposta, l’angolo della soggettività che dribbla le bistecche in vetrina e i lampredotti, quelli migliori e quelli peggiori. Oggi è così, domani chi lo sa. Oggi fai un tiramisù sbalorditivo, domani è il turno di un pan di ramerino, dell’ennesima vineria, del cocktail bar con cucina, di quel posticino inaspettato, del rooftop con la vista più sbalorditiva, quella coi colori più vibranti di tutti.
La cucina a Firenze non è solo come: è tanto una questione di dove. E qui c’è una risposta ineluttabile, inevitabile, atroce: la cucina a Firenze è ovunque. È come specchiarsi in una schiacciata, lavarsi i denti davanti a un vinaino, a una trattoria, a qualche signora dell’est che tira la pasta dietro a un vetro.
Ci sei stata in un labirinto di specchi: ti vedi e ti rivedi, a volte intera a volte di sbieco. Ci batti la faccia contro, ti fai male, ti cresce un bernoccolo. Ho l’impressione che la cucina a Firenze sia un po’ così: deformata, bitorzoluta, avviluppata su sé stessa nel tentativo di specchiarsi e di rispecchiarsi in qualcosa.
Ma cos’è questo qualcosa? Ci possiamo appigliare alla tradizione – abusata allo sfinimento –, alla sua evoluzione, all’innovazione, alla creatività. Abbiamo completato grossomodo il quadro dei termini generici che ruotano intorno a questo mondo: non ci sono più le parole per parlarne, sono sempre le stesse, o forse perché sono sempre le stesse cose da dire. E quindi cos’è che si deforma: sono i piatti, le persone che li preparano e li portano a tavola a distorcersi, oppure sono gli specchi a deformare ciò che riflettono?
Ogni giorno mi perdo in queste parole, rischio di perdere il filo, cadere nelle trame di un mondo che corre troppo veloce per non andare da nessuna parte. Senti lo scalpiccio sul posto, lo skip basso e lento che nemmeno ti riscalda. Ma ho imparato un trucco prodigioso per mettermi al riparo da queste paturnie. Arcimboldo me lo ha insegnato nel tempo e col tempo: andare, vedere, sperimentare, assaggiare, a volte senza pretese, a volte con la mente aperta, altre invece con la spada tra i denti, altre ancora con le mani e basta, un battito del cuore, il mio, il tuo, il suo, quello di chi c’è.
Sembra impossibile non avere una vista privilegiata su una fabbrica che non è solo alimentare, ma una fabbrica di identità: plurime e tutte simili, prevedibili e stantie. Le insegne si moltiplicano, alcune di quelle storiche chiudono per riaprire sotto mentite spoglie. Si buttano giù muri per fare delle buchette, quei pezzi di storia reinventati che la maggior parte degli italiani è pronta a difendere con spranghe e manganelli.
Nel suo piccolo c’è di tutto, a Firenze. E forse è il piccolo che ti fa sembrare tutto già visto: perché è lì, immutabile, arriva ed è già il passato. Eppure lo vedi in frammenti, moltiplicato da una lente rotta. Qualcuno – forse tu – ci ha sbattuto la testa e ora ha un bernoccolo. Questa stanza è talmente piena di gente.
Questa volta non c’è un posticino, ma se vuoi consigliarmene uno scrivimi su IG a @prottyconlaipsilon o a [email protected]
crediti foto: Niccolò Protti

