Ci sono luoghi che, più di altri, raccontano una città. E poi ci sono luoghi che la città la ricuciono, la tengono insieme, la fanno respirare. A Colle di Val d’Elsa, da lunedì prossimo, i musei civici smettono di essere solo spazi da visitare e diventano sempre più spazi da abitare: non soltanto con lo sguardo dei turisti, ma con la presenza vive ogni giorno.

A partire dal 9 gennaio 2026, infatti, prende avvio un progetto sperimentale che vede ragazzi e adulti seguiti dal Centro di Salute mentale diventare guide dei musei civici comunali: accoglieranno i visitatori, accompagneranno i gruppi, racconteranno opere e percorsi, restituendo un’esperienza che intreccia cultura e comunità.

Un’iniziativa realizzata grazie all’accordo tra Comune di Colle di Val d’Elsa e Centro di Salute mentale, pensata non come gesto assistenziale, ma come un vero e proprio modello di partecipazione sociale. E non è un dettaglio: perché oggi, più che mai, la cultura si misura anche nella capacità di includere.

Non solo visite: il museo come luogo di comunità

Il progetto coinvolgerà tre poli museali che sono, a loro modo, tre “porte” aperte sulla storia identitaria della città: il Museo del Cristallo, che racconta la vocazione produttiva e artigiana di Colle di Val d’Elsa; il Museo San Pietro, spazio culturale e punto di incontro nel cuore del centro storico; e il Museo Archeologico “Ranuccio Bianchi Bandinelli”, ospitato nel Palazzo Pretorio, custode delle radici etrusche e romane del territorio.

Secondo l’assessore al welfare culturale Daniele Tozzi, il senso di questa scelta sta in un cambio di paradigma: i musei non come luoghi distanti, ma come beni comuni, spazi pubblici in cui le persone si riconoscono. “A Colle di Val d’Elsa i musei stanno tornando ad essere un bene comune – commenta l’assessore al welfare culturale Daniele Tozzi -. Con il rientro in gestione comunale è iniziato un percorso che non riguarda solo l’organizzazione dei servizi culturali, ma il modo in cui una città intera vive i propri spazi della memoria e dell’arte”.

C’è anche un altro elemento che rende il progetto particolarmente significativo: è uno dei tasselli della visione con cui la città sta costruendo il proprio percorso verso la candidatura a Capitale Italiana della Cultura, puntando su un’idea di bellezza che non sia solo esibita, ma condivisa.

Un progetto che non è “volontariato”: è presenza, relazione, quotidianità

Il cuore dell’esperimento, però, non sta nel titolo (guide) quanto nel significato: chi parteciperà seguirà un percorso formativo per svolgere il ruolo in modo graduale, rispettoso e in armonia con i singoli percorsi terapeutici. In altre parole: nessuna vetrina, nessuna scorciatoia emotiva, nessuna esposizione impropria.

Tozzi lo chiarisce con forza: “Il progetto – continua Tozzi – non è una forma di mera assistenza o volontariato a margine delle strutture, ma di una vera partecipazione alla loro quotidianità: accoglienza, relazione con i visitatori, presenza attiva negli spazi. Tutto avviene in modo graduale, condiviso e rispettoso dei percorsi terapeutici individuali, con l’obiettivo di rafforzare il senso di appartenenza, la fiducia in sé stessi e la consapevolezza di avere un ruolo nella vita culturale della città”.

Il museo, in questa prospettiva, smette di essere un luogo “sacro” dove si entra in punta di piedi e diventa un ambiente sicuro e accogliente, capace di generare relazioni. “Non esiste alcuna forzatura, né alcuna esposizione impropria: ogni partecipazione nasce da una libera adesione e da un’attenta valutazione del benessere della persona. Il museo diventa, così, uno spazio sicuro e accogliente, in cui ciascuno può sentirsi utile, presente, riconosciuto”.

Dal 2026 le classi studieranno nei musei: le sale diventano aule

Quello delle guide non è l’unico intervento in cantiere. Anzi: l’idea che emerge dal progetto è che i musei, da qui in avanti, diventeranno un’infrastruttura sociale, non solo culturale. E lo dimostra un’altra misura annunciata: dal 2026 le classi della città trascorreranno ogni anno un periodo di didattica all’interno dei musei, trasformando le sale espositive in vere e proprie aule.

Un gesto che sembra piccolo ma non lo è: perché significa crescere pensando che l’arte non sia un’eccezione, ma un diritto quotidiano. “Studiare circondati dall’arte e dalla storia significa crescere in un contesto ricco di significati, dove la conoscenza non è solo nozione, ma esperienza viva – afferma Tozzi -. In questo modo i ragazzi imparano fin da piccoli che il patrimonio culturale non è qualcosa di distante o formale, ma una parte della loro formazione e della loro identità civica”.

Autismo e laboratori creativi: quando l’inclusione si fa competenza

A completare il quadro c’è un’altra collaborazione che racconta bene la direzione scelta: quella con le associazioni che lavorano con persone affette da autismo. Insieme, Comune e realtà del territorio stanno lavorando a laboratori basati su manualità e abilità creative, in cui saranno proprio i ragazzi a guidare e insegnare.

È un ribaltamento che ha molto a che fare con il costume contemporaneo: la fragilità non come “mancanza”, ma come forma diversa di competenza. Come risorsa. Come possibilità.

Una città che sceglie la cultura come cura

In un momento storico in cui si parla spesso di benessere mentale e di comunità, Colle di Val d’Elsa sceglie di non fermarsi alle parole, ma di costruire pratiche. L’obiettivo dichiarato è che tutto questo diventi un modello stabile, replicabile, capace di mettere cultura e welfare in dialogo.

“Nostro obiettivo – conclude Tozzi – è costruire un modello stabile e replicabile, in cui cultura e welfare dialogano e si sostengono reciprocamente. In questo orizzonte il museo non è più solo un luogo di conservazione, ma uno spazio in cui la città si riconosce, riflette, cresce. È un laboratorio di cittadinanza attiva, di inclusione, di opportunità. È la prova concreta che la cultura può generare cura, relazioni e benessere. Ed è proprio questa idea — una cultura che non esclude, ma include — a rappresentare uno dei pilastri della visione di Colle di Val d’Elsa come Capitale Italiana della Cultura: una città che fa della bellezza non solo un patrimonio da mostrare, ma un diritto da condividere”.

E forse è proprio questo il punto: quando i musei smettono di essere solo contenitori e diventano spazi di vita, la cultura non resta più dentro le cornici. Esce, cammina, parla, accoglie. E, in questo caso, guarisce un po’ anche.