Sei al supermercato, nel reparto orto-frutta e ti avvicini a dei magnifici, sgargianti peperoni in sconto; per ragioni legate alla nuova cultura dei media, a inquadrare la merce non ci sono le solite luci bianche che disorientano la percezione temporale del compratore, ma tenui luci calde da teatro.
Nel 2008 Marxiano Melotti scriveva in Turismo archeologico che ciò che è importante per l’attività del turista è che «si configuri come unica e irripetibile anche in un contesto di fruizione collettiva e di evidente riproducibilità». Con sacchetto e guanti ti avvicini ai peperoni e ne vagli la qualità; all’improvviso, scopri che qualcuno ti sta fotografando mentre tasti la verdura. Una scena di vita vera di cui sei la comparsa nell’experience di una visitatrice.
Una mano che tocca un peperone è un gesto dimenticabile. Eppure, il fatto che sia fotografato crea un paradosso, ovvero che ciò che risulta autentico è il dimenticabile, eppure è ciò che decidiamo di mostrare all’altro: la fotografia di un peperone tastato da una tizia. È un caso di «autenticità artificiale»: riproduzione e fruizione si alleano con i media visuali creando infinite copie «percepite e fruite come un originale». Nulla di tanto strano, l’espressività non ha limiti; peccato che non sia stata chiesta nessuna autorizzazione alla comparsa.
La riproduzione tecnica dell’opera d’arte è una costante che infiamma i server che gestiscono la connessione internet nel mondo. Ciò che mi sembra curiosamente “nuovo”, parafrasando Benjamin, è la riproduzione tecnica di un atto quotidiano, che dota il soggetto fotografato di potere simbolista, dimostrando la capacità del fotografo di individuare ciò che è significativo nel casuale o nell’irrilevante. Le «incombenze artistiche» sono interamente gestite dall’occhio che osserva, punta e dà il segnale per lo scatto, un vero atto predatorio.
Come possibili prede naturali abbiamo perso l’istinto a sentirci in pericolo, perché abbiamo annientato la possibilità per i predatori di attaccarci in enormi città. Tuttavia, questo affievolirsi dell’istinto di difesa ci ha portato ad abbassare la guardia sul predatore definito da Giovanni Sartori “Homo videns”. «L’occhio è più rapido ad afferrare che non la mano a disegnare», al punto che scegliere un peperone segna il confine tra un gesto intimo e una esposizione mediatica non voluta, pensando di comunicare un concetto universale.
Non solo: se per Benjamin l’intero ambito dell’autenticità si sottraeva alla riproducibilità tecnica, a cui mancava il luogo in cui l’opera si trovava, oggi sono proprio la riproducibilità e la condivisione di massa che creano una buffa e tarocca autenticità, uno stile di vita: vita lenta, Italia segreta, dolce vita ecc. Il peperone sfiorato dalla mia mano diventa un simbolo e la fotografia lo trasforma in un oggetto di consumo visivo. Si crea un’inversione di tendenza perché la fotografia conferisce un’aura nuova, parte di una nuova tradizione. Il peperone e la mano «si portano più vicino» allo sguardo della massa, nell’illusione di aver creato una riproduzione unica. La persona vuole che la sua fotografia, che prende dalla realtà, sia un oggetto di culto, perché il limite tra la funzione di un oggetto e la sua aura sta nella volontà di chi usa l’immagine e di chi la crea. Ma cos’è davvero questa immagine che viene diffusa e mai stampata? Una lunga sequenza di numeri e lettere.
