Shirley Jackson può risignificare il senso della letteratura dell’orrore. Una lettura di Abbiamo sempre vissuto nel castello.
Shirley Jackson è stata una delle più importanti autrici del gotico americano. Nata nel 1916 e morta nel 1965, la sua eredità letteraria è grande a tal punto che Stephen King l’ha definita più volte la sua fonte di ispirazione, anche se spesso in vita è stata fraintesa o poco apprezzata. È famoso il caso delle centinaia di lettere di protesta dei lettori del New Yorker, provocate dalla pubblicazione del suo racconto La lotteria. Questo e altri racconti sono stati pubblicati in Italia da Adelphi molti anni dopo la sua morte, soltanto tra il 2007 e il 2023, e nonostante manchi ancora molto della sua opera da tradurre nella nostra lingua, Jackson sta ottenendo progressivamente il successo che merita anche da noi.
La letteratura di generi come l’horror o il fantasy, un tempo relegati a collane specifiche e considerati minori rispetto alla grande narrativa ufficiale, sta guadagnando sempre più spazio nell’attenzione del pubblico e di chi studia letteratura. Probabilmente è un fenomeno che rientra nella più generale riscrittura del canone contemporaneo: mi sembra che la letteratura di genere accolga con facilità la subalternità, la stranezza, ma anche una prospettiva visionaria e antisistemica della realtà per farne il centro di belle storie. È per questo, forse, che insieme a Shirley Jackson vengono ripubblicati Philip K. Dick, Ursula K. Le Guin, Margaret Atwood, Stanislaw Lem, ed è per questo che dalle loro opere nascono sempre più serie tv, film, riscritture.
Uno dei personaggi più affascinanti prodotti dalla penna di Shirley Jackson è Merricat Blackwood, la minore di due sorelle che vive nella vecchia casa di famiglia insieme Constance, la più grande, e al vecchio zio James. Tutti gli altri – padre, madre, un fratellino, zii – sono morti avvelenati in circostanze misteriose. Il piccolo nucleo familiare vive una vita isolata, lontano da ogni altro abitante del paese in cui si trovano, attenti a schivare ogni sguardo e ogni giudizio esterno. Il fulcro narrativo del racconto, intitolato Abbiamo sempre vissuto nel castello, è il contrasto tra la creazione di un mondo esteriore percepito come oscuro e pericoloso e un piccolo microcosmo felice. Merricat, la narratrice inaffidabile della storia, trascina chi legge dentro un groviglio di percezioni e visioni della realtà imprevedibili, forse false, certamente distorte dallo sguardo di chi cerca a tutti i costi di evadere da ciò che ha intorno. Eppure Abbiamo sempre vissuto nel castello è una storia piena di luce: Merricat e Constance sono spesso felici, ridono di continuo, piantano fiori e curano il giardino, puliscono e rassettano la casa in modo maniacale, si dicono in continuazione quanto si vogliono bene e quanto staranno bene quando potranno finalmente emigrare sulla luna.
Questo contrasto è generato da un uso della lingua semplice eppure il più possibile esatto e evocativo: Shirley Jackson aveva il potere di dare vita alle sue storie scegliendo le parole con cura, creando contrasti e spaesamenti ma anche improvvisi lampi di chiarezza. Così Jackson crea mondi che sono capaci di evocare altri mondi, di dare vita agli oggetti e potere alle sensazioni, per costruire ogni volta una realtà dentro la quale ci si può rifugiare e attraverso la quale si può evadere, anche se si ha paura di rimanerci incastrati.
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