Firenze non è una città vuota: è attraversata da pratiche dal basso diffuse ma frammentate. Tra pressione turistica e nuove convergenze, la sfida oggi è costruire connessioni. Ne parliamo con Lorenzo Tripodi, di Cartografia Resistente.

A Firenze non c’è mai nulla da fare”; “È una città vuota”; “Ormai è in mano ai turisti, e nessuno fa niente”. Sono frasi che sentiamo ripetere ogni giorno, in questa città. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Lo abbiamo chiesto a Lorenzo Tripodi, membro di Cartografia Resistente, il laboratorio nato nei primi anni Duemila e oggi riattivato per provare a leggere e connettere ciò che si muove in città.

Cos’è Cartografia Resistente, e perché torna oggi?

«Cartografia Resistente nasce a Firenze nel 2004, all’Elettro, come laboratorio di geografia critica e di esplorazione psico-geografica. Per alcuni anni abbiamo lavorato su derive urbane e mappature dal basso, costruendo una cartografia alternativa della città, poi il progetto si è interrotto. Oggi lo riattiviamo perché le pratiche che sperimentavamo allora sono diventate di nuovo necessarie. Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una trasformazione profonda delle città, sempre più governate da logiche neoliberiste: privatizzazione dello spazio pubblico, marginalizzazione, costruzione di confini. In questo contesto, sentiamo l’urgenza di tornare a produrre rappresentazioni autonome del territorio».

crediti Enrico Tomassini

Come avete trovato Firenze? Come sta questa città rispetto a vent’anni fa?

«Firenze è una città che non ha perso le sue esperienze di resistenza: molti spazi, collettivi e pratiche esistono ancora o sono rinati. Quello che si è perso è la connessione tra queste realtà. Oggi vediamo una città molto frammentata, polverizzata. Esiste un arcipelago di esperienze: comitati, centri sociali, lotte territoriali ma manca spesso la capacità di fare rete e di produrre impatto collettivo».

Questa frammentazione da cosa deriva? 

«Da un processo lungo e globale, che non riguarda solo questa città. Negli anni 2000 c’è stato uno spostamento progressivo verso il digitale: molte pratiche collettive si sono indebolite o trasformate, e si è pensato che potessero essere sostituite da forme di interazione online. Questo ha inciso sulla capacità di costruire relazioni solide e durature. A questo si aggiungono trasformazioni strutturali della città: turistificazione, privatizzazione dello spazio pubblico, aumento dei costi. Tutti elementi che rendono più difficile mantenere e creare spazi di aggregazione. Eppure negli ultimi anni qualcosa si è mosso, grazie a movimenti e vertenze che hanno funzionato da catalizzatori: penso alla ex Gkn, a Mondeggi, a una serie di iniziative diffuse sul territorio. In questi contesti si sono create connessioni tra vari soggetti, anche di generazioni diverse. Credo che oggi, rispetto agli anni 2000 e 2010, ci sia una maggiore consapevolezza della fase critica che stiamo vivendo, e questo ha riattivato energie».

crediti Enrico Tomassini

Cosa state facendo ora con Cartografia Resistente? 

«Se all’epoca, ben prima della nascita di Google Maps, avevamo creato una mappa digitale della città in cui grazie a un sistema wiki ognuno poteva segnare i luoghi resistenti della città, oggi stiamo facendo la stessa cosa con una mappa fisica e analogica della Piana fiorentina. Durante i laboratori che teniamo in Polveriera e in occasione dei cerchi della Venere chiediamo alle persone di raccontare le proprie traiettorie: luoghi attraversati, esperienze politiche, momenti significativi. Queste informazioni vengono tradotte in segni sulla mappa grazie all’utilizzo di spilli e fili, per far emergere una rete di percorsi che permette di visualizzare dove si concentrano le relazioni e dove invece ci sono vuoti. La mappa la costruiamo insieme, con materiali semplici. Questo alimenta la presenza e la relazione diretta tra gli individui. Non è un rifiuto del digitale, infatti stiamo costruendo anche un archivio online su nostri server, ma un tentativo di riequilibrare il rapporto tra dimensione virtuale e dimensione reale. Utilizziamo anche una timeline che va dal 1977 al 2027, per cercare di ricostruire un filo tra generazioni che sembra ormai interrotto. Un tempo era normale, per uno studente, confrontarsi con chi aveva vissuto il ’68, il ’77, la Resistenza, e il nostro lavoro cerca di ricucire questo legame, mettendo in relazione esperienze diverse nel tempo. In questo senso, Cartografia Resistente è anche una pratica di ricostruzione della memoria collettiva. Infine stiamo lavorando a una fanzine, Derivati, che raccoglie una prima restituzione del lavoro fatto: derive, analisi, materiali. In ogni numero ci sarà una mappa, con l’idea di fare una sorta di “atlante a puntate”. Nel primo numero segnaleremo i luoghi caldi della città, nel secondo vogliamo invece realizzare una mappatura di tutti i luoghi pubblici non utilizzati, dove si potrebbero attivare pratiche dal basso».