Nel 1976 a Firenze nascono i Circoli Proletari Giovanili, un’esperienza sociale e politica che ha segnato la storia collettiva della città.
Il 1976 segna un anniversario importante: quell’anno prendono forma anche a Firenze i Circoli Proletari Giovanili, protagonisti di un momento storico complesso e spesso drammatico, ma anche sorprendentemente vitale. Ricordarli oggi significa riconoscere l’eredità di una stagione che ha inciso sulla città e sulle sue forme di partecipazione. Secondo i materiali del sito di Archivio Autonomia Toscana, proprio nel 1976 si consolidano i circoli del proletariato giovanile, gruppi spontanei di studenti, giovani periferici, operai.
A proposito dell’iniziativa più importante del circolo, la Festa di Primavera, Stefano Sansavini (allora tra i volontari e oggi tra gli animatori del sito Autonomia Toscana), ricorda che «durante la Festa di Primavera, dove ancora oggi si trova il Giardino pubblico di via Morandi (in foto, ndr), fu organizzato un campeggio di 3 giorni, molto partecipato. Il fine era conservare quello spazio, allora lasciato alla cementificazione, per la comunità». Da questo punto di vista, quindi, lo scopo può definirsi raggiunto.
La quotidianità come terreno di conflitto e invenzione: pratiche come lo “scrocco”, i blocchi dei contatori o le spese collettive tentarono di mettere in discussione i meccanismi del consumo e dell’autorità, aprendo varchi di autonomia concreta. Il movimento fiorentino si inseriva in una rete nazionale più ampia. A Milano, per fare l’esempio più noto, l’esperienza del collettivo Il Re è Nudo rappresentò una delle espressioni più vivaci di quella stessa ondata: linguaggi nuovi, provocazione politica, controcultura metropolitana.
Le relazioni, spesso informali ma intense, tra le realtà fiorentine, milanesi e quelle del resto d’Italia hanno dato vita a un immaginario comune: urbano, creativo, radicale. Oggi molte di quelle esperienze si sono trasformate o disperse, trovando talvolta continuità nei centri sociali, nel mondo dell’associazionismo e della cittadinanza attiva, talvolta percorrendo percorsi individuali fuori dalla militanza.
Ma l’interrogativo rimane: quali parti di quella spinta collettiva possono ancora parlare al presente? In un’epoca segnata da nuove precarietà, nuove disuguaglianze e nuove forme di controllo, che cosa può significare oggi pensare – e praticare – autonomia? E quali movimenti sapranno raccogliere quell’eredità, trasformandola di nuovo in azione?
