di Tommaso Bonaiuti

 

I Plastic Man sono un’autentica istituzione della scena underground fiorentina. È una di quelle band a cui il me stesso pre-ventenne guardava con ammirazione, quasi dal basso all’alto, forse perché li ho visti più volte sui palchi che non faccia a faccia. Insieme a Vickers, Hacienda e Go! Zilla formavano una sacra trimurti che portava in alto la bandiera della psichedelia e della contaminazione tra rock del passato e vibrazioni presenti, il tutto in un contesto molto piccolo e decentralizzato. Eppure sono tutte band che, in un modo o nell’altro (ma principalmente grazie alla longa manus del grande Luca Landi, uno dei booker/promoter più cazzuti e competenti che ci siano a giro, ancora oggi), sono riuscite a uscire dai confini, sia musicali che soprattutto geografici, e portare la loro arte e le loro visioni psichedeliche a giro per l’Europa e nel resto del mondo.

I Plastic Man sono, di quel lotto forse la band più elusiva, ma l’unica che di fatto è ancora attiva. Membri dei Vickers si sono “aggiunti” alla band, ovvero Andrea Mastropietro al basso (da qualche anno noto anche come l’Albero), e Marco Biagiotti, alla batteria, assieme a Giorgio Di Benedetto alla chitarra.

Mi consideravo ancora uno sbarbato quanto uscì l’ultimo album, quello che per molti era proprio L’Ultimo, e poi basta. Era il 2017, il disco si chiamava Sounding Aquarium. In copertina, Raffaele Lampronti, il factotum/leader/maestro di cerimonie, guardava dentro una boccia per pesci rossi, come se là dentro avesse trovato il significato dell’universo, o qualcosa di ignoto e attraente, come il misterioso contenuto della valigetta di Pulp Fiction. Ora, Raffa guarda me, davanti al Caffè Notte, con una birra media in una mano, e il cellulare per registrare nell’altra.

Ci siamo incontrati perché io e Raffa siamo amici, e io non sono più quel ragazzino che lo guardava dal basso all’alto di un palco. Ma soprattutto perché i Plastic Man sono tornati. Con le loro tempistiche, con la solita elusività certo, ma sono riusciti a dare un seguito alla loro storia, con un disco molto bello che si intitola The End and The Beginning. Raffa mi ringrazia anticipatamente per non chiedergli che cosa abbia fatto in tutti questi anni.

Il 4 di aprile è uscito l’album, e contestualmente, il 12 aprile si terrà un release party al Circolo Vie Nuove, con in apertura un altro grande amico, Giulio Maria e i suoi Growers.

Partiamo dal titolo. È la fine di un ciclo o un nuovo inizio? 

Un po’ entrambe le cose. Il gruppo è stato fermo per un po’ di tempo, e il disco è stato in gran parte realizzato durante la pandemia, un periodo in cui tutto sembrava finito, musica compresa.

Il disco è stato registrato agli Outside/Inside Studios di Matt Bordin, nella campagna veneta. Poi alcune tracce di chitarra e voce sono state fatte nel vecchio Hidden Studio, con l’aiuto di Andrea Mastropietro e Michele Pizzolli (ndr: qui sussulto, il mitico Hidden Studio era un piccolo studio/sala prove ricavato da uno spazio interstiziale tra un ferramenta marcissimo e altri fondi post-industriali nell’area di Soffiano, una sorta di piccola oasi musicale rabberciata ma comunque molto significativa). Le parti di sax sono state suonate da Luca Mariotti.

C’è un brano che s’intitola Deja Vù. Credi che la psichedelia nel 2025 sia un po’ già vista e sentita? Cosa la rende ancora attraente oggigiorno? 

Si, ho questa impressione. In questo genere è veramente difficile scrivere che cose che non sappiano di già sentito. Chi riesce a mixare diverse influenze in maniera efficace, può risultare più fresco. Nel movimento neopsichedelico basta poco: due accordi, due riverberi, e ci si accontenta di cavalcare il revival.

Però credo che chi si ispira ai Sessanta o ai Settanta, lo faccia proprio perché crede che la musica prodotta in quel periodo abbia ancora fascino, abbia ancora qualcosa da dire, e che questa sua forza non si sia esaurita col passare degli anni. Rappresenta qualcosa che può essere ancora riproposto in chiave contemporanea, che può essere modificata aggiungendoci elementi che non potevano essere aggiunti all’epoca. Nel nostro disco ci sono anche elementi anni Ottanta, in qualche suono di tastiera. Comunque vince sempre la passione per il genere, scrivo così perché mi viene facile, perché mi piace, e sono un grande appassionato della musica di quel periodo storico. Tra i Sessanta e i Settanta ci sono stati tantissimi filoni, sottogeneri e variazioni sul tema: già mescolare tutte quelle cose assieme può generare soluzioni sempre nuove e interessanti. Già solo essere osservatori nel 2025 di due decadi che stiamo sviscerando, e ancor più gruppi oscuri del periodo che abbiamo scoperto a posteriori grazie a internet, ci fornisce un’enciclopedia sconfinata dalla quale attingere.

Si, ho questa impressione. In questo genere è veramente difficile scrivere che cose che non sappiano di già sentito. Chi riesce a mixare diverse influenze in maniera efficace, può risultare più fresco. Nel movimento neopsichedelico basta poco: due accordi, due riverberi, e ci si accontenta di cavalcare il revival.
Però credo che chi si ispira ai Sessanta o ai Settanta, lo faccia proprio perché crede che la musica prodotta in quel periodo abbia ancora fascino, abbia ancora qualcosa da dire, e che questa sua forza non si sia esaurita col passare degli anni. Rappresenta qualcosa che può essere ancora riproposto in chiave contemporanea, che può essere modificata aggiungendoci elementi che non potevano essere aggiunti all’epoca. Nel nostro disco ci sono anche elementi anni Ottanta, in qualche suono di tastiera. Comunque vince sempre la passione per il genere, scrivo così perché mi viene facile, perché mi piace, e sono un grande appassionato della musica di quel periodo storico. Tra i Sessanta e i Settanta ci sono stati tantissimi filoni, sottogeneri e variazioni sul tema: già mescolare tutte quelle cose assieme può generare soluzioni sempre nuove e interessanti. Già solo essere osservatori nel 2025 di due decadi che stiamo sviscerando, e ancor più gruppi oscuri del periodo che abbiamo scoperto a posteriori grazie a internet, ci fornisce un’enciclopedia sconfinata dalla quale attingere.
Per me ha un senso perché amo molta musica del “passato” e voglio avere nelle mie canzoni i suoni della musica che più mi piace, questo non necessariamente porta ad essere “revival”, specie se sei bravo a fare convivere tra loro elementi sonori diversi (ad esempio un sound anni 60 miscelato ad un sound anni 80). Se questa operazione ti riesce puoi sembrare più attuale e moderno, se invece insisti su un solo stile forse diventi revival, ammesso e non concesso che questo rappresenti un problema per chi suona con quel tipo di approccio. In ogni caso quindi ti risponderei che sì, ha senso scrivere musica utilizzando armonie, melodie o suoni “già sentiti”. Anzi, non vedo come si possa fare diversamente: ogni musicista si ispira ad un altro musicista, poi sta a lui rimodellare con una nuova forma ciò che lo ha ispirato. Forse è sempre stato così, o almeno lo è stato molto probabilmente da un secolo a questa parte.

Un’influenza evidente dei Plastic Man è Kevin Ayers, che ora omaggiate con una cover. 

È un musicista che ammiro da sempre, pur passando inosservato a tratti, rispetto ad artisti più noti del periodo. Per me resta tra i migliori in assoluto, al livello dei Beatles. Io e Andrea Mastropietro siamo grandi ammiratori, e abbiamo scelto, tra le varie canzoni che ci sono venute in mente, The Lady Rachel (contenuta in Joy of a Toy del 1969, ndr). Tra l’altro anche Giulio Maria suonerà una cover di Kevin Ayers il 12 aprile. C’è questa affinità. La copertina del suo nuovo album è ispirata a una copertina di Kevin Ayers. È una bella connessione.

Gli Spacemen 3 dicevano: “take drugs to make music to take drugs to”. Fare uso di sostanze apre la mente?

No, credo sia un falso mito. È un’altra forma di divertimento, che va in parallelo con la musica. Anzi, penso che se uno ha bisogno di farsi di droghe per godere maggiormente della musica che ascolta o che scrive, stia sbagliando. David Crosby diceva: la droga non ti ispira a essere un musicista migliore, ti fa stare male e basta. Pur ispirandomi a gruppi che hanno scritto testi sui funghi, non ritengo sia necessario. Quei gruppi avevano già delle idee dentro di loro che avrebbero ugualmente espresso, senza il consumo di droghe. L’ispirazione ti arriva quando improvvisi, o quando provi a strimpellare qualcosa alla chitarra, che tu sia fatto o meno.

Quando vi seguivo nei primi anni, potevamo parlare davvero di scena musicale a Firenze. E ora? 

Beh si, c’era più un’appartenenza a un genere. C’erano una serie di band, anche magari slegate tra di loro, ma che spesso facevano fronte comune, o che comunque si riconoscevano in un movimento musicale globale, che avveniva anche al di fuori dei confini della città. Ci si sentiva parte, ognuno con le proprie sfaccettature, di un movimento neopsichedelico. Questa cosa è un po’ finita, a livello locale, ma anche mondiale.   Ora mi sento un po’ solo, la sensazione è questa. Non ci sono altre band simili, con le quali condividere la passione per questo genere, ma spero di poter fare rete anche fuori da Firenze, in cerca di una scena e di spiriti affini.

Detto questo, sono felice di vedere che in città sono tornati in attività i circoli Arci, come le Vie Nuove o l’ExFila. Nonostante l’assenza di una scena strutturata, noto che ci sono dei progetti molto interessanti che stanno emergendo, come Lazy Lazarus, o altri che stanno continuando a fare cose belle, come l’Albero. I segnali sono molto incoraggianti.

Multilink digitale all’album The End and The Beginning: https://orcd.co/plasticman_theendandthebeginning/

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