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Il pubblico che verrà

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Il 14 dicembre di quest’anno il Cinema Odeon festeggerà i suoi primi 100 anni. Nata ancor prima dell’avvento del sonoro, la sala di Piazza Strozzi è certamente uno dei luoghi più significativi della vita culturale fiorentina. Lo scorso 13 maggio, durante una conferenza stampa, è stato annunciato il progetto della creazione di uno spazio polifunzionale con la partecipazione di Giunti Editore, comprensivo di una libreria e un ristorante che, inevitabilmente, ridurrà la capienza della sala.

Dove ora vi sono i posti di platea dovrebbe quindi essere collocata la libreria mentre la galleria rimarrebbe come attualmente. Le proiezioni verrebbero concentrate nelle ore serali, dando spazio in quelle diurne a presentazioni, reading e concerti. Il progetto ha sollevato non poche perplessità che hanno portato all’apertura di una petizione volta a chiedere garanzia affinché l’integrità e l’estetica della sala siano rispettate e che non vengano inserite strutture che ne modifichino il fascino, l’identità storica e la funzione. 

Ma quali altri fattori, oltre l’amore per un luogo magico profondamente legato alla storia della città, vanno tenuti presenti in un’operazione così complessa? 

Una grande percentuale di pubblico ha smesso di frequentare le sale cinematografiche: per questo ci troviamo a discutere della rielaborazione di questi spazi. Trovo una certa ipocrisia in quella petizione, lo dico con rammarico. Forse la petizione in questo senso potrebbe essere l’opportunità di fare un’autoanalisi sul perché non andiamo più al cinema”.

A proporre una visione alternativa, basata su un’osservazione diretta dei dati e delle tendenze della filiera distributiva cinematografica, è Alessandro Tiberio, amministratore delegato della casa di distribuzione cinematografica Valmyn, che insiste sulla crisi dell’affluenza: “A cosa serve una sala cinematografica che conta quasi 600 posti se per la maggior parte rimangono vuoti? Questo è uno scenario in evoluzione e le soluzioni che vanno incontro a una pluralità di offerte, per ciò che riguarda le arti, sono un’opportunità. Un cinema che diviene spazio polifunzionale con un’offerta culturale di alto livello è un ottimo compromesso rispetto a 600 posti vuoti. Una libreria rimane una opportunità culturale stimolante specialmente con un operatore del territorio come Giunti. Odeon potrebbe divenire un punto di riferimento diverso, ma non di valore inferiore”. 

Il pubblico deve interrogarsi su cosa vuole davvero? 

“Non so dire se questa sia una fase o una tendenza, ma è chiaro che il pubblico non consuma più volentieri la visione di un lungometraggio in sala, a meno che non si tratti di film con un appeal gigantesco. I dati odierni ci dicono chiaramente che un film Leone d’Oro o Palma d’Oro non garantisce più grandi incassi. C’è una curiosità culturale che va scemando. È un segnale che dobbiamo ignorare o interpretare? Io penso alla seconda opzione, e interpretare non significa certo arrendersi ma trovare nuove soluzioni. Mi pare quindi che quello dell’Odeon sia un tentativo. Se sarà la soluzione ideale lo vedremo solo se e quando questo cambiamento sarà compiuto. Personalmente sono un po’ preoccupato che la non separazione tra libreria e cinema comporti un possibile sacrificio della qualità audiovisiva ma, ripeto, è prematuro dirlo”. 

Come ridisegnare la geografia delle sale in città? 

“Io vedo un futuro con sale diverse ma più piccole e in questa ottica il mantenimento di 185 posti nel rinnovato Odeon rimane una prospettiva mainstream! Se il pubblico dimostrerà la sua volontà di continuare a frequentarlo sarà proprio nell’interesse del cinema aumentare l’offerta”.

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