Cinema

Richard Burton, un gatto e un paio di scarpe nuove. Storia della mia famiglia

By Caterina Liverani

November 03, 2026

Un fiume, letteralmente, di ricordi, la storia di una famiglia come tante che, in questo caso, è la mia e il cinema che cercò di sensibilizzare il mondo su quanto era accaduto decenni prima di internet.

 

Nel 1966 Franco Zeffirelli è un conosciutissimo regista teatrale fiorentino, diviso fra i palchi di Londra e quelli di Broadway, sul punto di affermarsi nel cinema internazionale grazie ad un adattamento de La bisbetica domata di Shakespeare interpretato dalla coppia di star più celebre del momento: Elisabeth Taylor e Richard Burton. Malgrado il rapporto complesso con la sua città natale Zeffirelli rimane profondamente scosso dai fatti del 4 novembre e per far sì che la tragedia fiorentina fosse conosciuta dal mondo e, al tempo stesso, raccogliere fondi, il regista realizza nel tempo record di un mese il documentario Per Firenze. 

A narrare i tragici eventi mostrati con immagini di repertorio e interviste inedite, in impeccabile italiano, Richard Burton in persona con tutta l’autorevolezza e il carisma di una grande star del cinema e del teatro. «L’acqua ha portato via tutto, o quasi tutto, quello che la gente possedeva» dice Burton a un certo punto e le sue parole sono accompagnate dalle immagini di artigiani e negozianti disperati che tentano di liberare dal fango i propri fondi constatando i danni incalcolabili. Perdere tutto, dover ricominciare, ricostruire quello che in alcuni casi si era messo faticosamente insieme a soli 20 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale. Fu proprio una persona che aveva memoria della guerra e del buio, che in un palazzo colpito in modo violentissimo dall’alluvione aiutò i suoi inquilini a illuminare quelle sere che seguirono il 4 di novembre quando, nel tardo pomeriggio, la città devastata iniziava a sprofondare nell’oscurità: «Un nostro vicino, un signore anziano che aveva fatto entrambe le guerre, costruì dei lumini a olio per tutti noi. Fu un grande conforto non trovarsi completamente al buio a rovistare nel fango della nostra casa distrutta. Il problema era che c’erano pochi fiammiferi asciutti». 

A raccontarmelo è qualcuno che davvero, come diceva Richard Burton, aveva perso tutto. Mio padre, Lorenzo. Ci sono storie che sono parte del nostro patrimonio genetico ma che forse non si comprendono mai fino in fondo. La famiglia di mio padre, che allora aveva 17 anni, con l’alluvione ha visto distrutti la casa, l’attività commerciale, l’automobile e tutti i propri oggetti: «Sono riuscito a mettermi in sicurezza con i vestiti che portavo quel giorno ma ero felice perché avevo salvato il mio gatto, che era spaventatissimo, stringendolo a me dentro al cappotto. C’era chi stava peggio e non aveva nemmeno più le scarpe, come un mio vicino a cui ne cedetti un mio paio che non era andato distrutto solo perché le avevo appena acquistate e non ancora riposte in casa». 

La storia della mia famiglia, di come solo con enormi sacrifici riuscì a risollevarsi, è solo una fra le tante di chi è rimasto coinvolto nell’alluvione di Firenze del 1966. Le vite sono continuate ma la possibilità di un futuro più sereno è rimasta perduta in quel fango. Non ho mai chiesto a mio padre se la sua spensieratezza sia effettivamente finita il 4 novembre 1966, ma penso di conoscere la risposta.