di Matteo Cristiano
Intervista alla ricercatrice Chiara Portesine sull’esperienza dei Novissimi.
La poesia novissima potrebbe sembrare poco digeribile, o, al contrario, una facile rivoluzione delle parole: un mostro che deve essere afferrato e domato con i giusti mezzi. Ecco perché facciamo affidamento su Chiara Portesine, autrice di articoli, saggi e profezie sulla Neoavanguardia.
Se i Novissimi arrivano a dare il cencio alla poesia, qual è l’elemento di strappo più forte tra tradizione e nuova poesia?
Spesso i Novissimi vengono leggermente posposti alla seconda metà degli anni ‘60. In realtà bisogna pensare alle poetiche di fine anni ‘50. In un mondo dominato dal terrore dell’atomica e di una possibile terza guerra mondiale, i poeti continuavano a trattare la realtà come un esercizio retorico, aggiornando Carducci e D’Annunzio. Come tanti contemporanei di fronte al genocidio del popolo palestinese e alla crisi climatica: in un mondo che brucia, siamo ancora ad accapigliarci sulla dicotomia lirici vs sperimentali. La scelta dei Novissimi è stata quella di svegliare le coscienze puntando sullo straniamento. In Laborintus la frammentazione dell’esperienza entra nelle strutture della poesia: le frasi esplodono e mostrano le schegge di un trauma. Il senso non si può ricomporre con un montaggio rassicurante ma artificiale. Al contrario, il linguaggio deve mostrare le sue ferite e l’insufficienza delle suture. L’antologia dei Novissimi è un’ostensione di corpi linguistici fratturati, che non chiedono di essere ricomposti ma di essere vissuti come choc. Quando la realtà entra in fase di crisi, il modo in cui si cercano delle risposte creative definisce il poeta che le maneggia. Dimmi come affronti le macerie collettive e ti dirò che intellettuale sei. Molti neoavanguardisti rispondono alla crisi aprendosi ad altri saperi e discipline, dalla sociologia alla pittura, dal cinema all’entomologia. Per la Neoavanguardia la contaminazione con altre arti era una scelta politica, per occupare un campo culturale saturo di cattiva letteratura e di falsa coscienza politica.

Cosa è rimasto della lezione dei Novissimi nei libri di oggi?
Nella senso comune la neoavanguardia è un movimento che si è bruciato subito, una falsa rivoluzione di cravatte ed establishment. Alla percezione di un movimento esausto contribuisce anche la sua cattiva posterità: dopo il rilancio del Gruppo 93, i neo-neo-neoavanguardisti si sono accontentati di ripetere moduli ritmici con più maniera che fantasia. Sanguineti era consapevole del fatto che il destino di qualsiasi avanguardia fosse di finire in pasto ad accademie e musei. Trovare nuove forme di eversione, senza ripetere quelle vecchie, è l’unico modo per disorientare il mercato. Fuori dalle esperienze virtuose di «gammm» e di Tic Edizioni, non vedo qualcuno che abbia saputo cogliere la lezione profonda delle avanguardie. Vedo tanti Laborintus più incomprensibili dell’originale, un recupero reazionario di Porta e Pagliarani in quanto “novissimi meno novissimi”, un Balestrini portato in accademia sull’onda del fetish collettivo per gli anni Settanta. Manca un attraversamento politico, senza il quale leggere il Gruppo 63 è come visitare il museo delle cere. Rifare Sanguineti non vuol dire scrivere in latino, citare Eliot o usare l’intellettualismo contro il lettore, ma significa disfare la norma linguistica del nostro presente, trovare un modo per essere assordanti e illeggibili rispetto al linguaggio. La lezione contemporanea dei Novissimi, quindi, è ancora tutta da scrivere: e spero che lo faremo insieme.
