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Panni stretti. Alluvioni e reclusi

By Lorenzo Hofstetter

November 03, 2026

foto di Laura de Lucia

L’alluvione ebbe un forte impatto sulla vita di tutte le persone che quel giorno, per motivi diversi, erano recluse. Un approfondimento tra Murate e San Salvi. 

 

A pochi passi da piazza Santa Croce, all’incrocio fra via San Giuseppe e via delle Casine, una targa ricorda una delle vittime più tragiche dell’alluvione del 4 novembre 1966. Vi si legge: «Muore qui tragicamente Elide, immobilizzata dalla malattia, assicurata con un lenzuolo alla inferriata della finestra».

Elide Benedetti abitava al pian terreno dell’edificio che oggi ospita l’asilo comunale Vittorio Veneto. Invalida, dipendeva dall’aiuto dei vicini e non poteva mettersi in salvo autonomamente. Quando l’acqua dell’Arno raggiunse la finestra della sua camera, il parroco di San Giuseppe, don Boretti, organizzò un disperato tentativo di soccorso. Un muratore riuscì a raggiungere a nuoto le sbarre della finestra, senza però riuscire a forzarle. Due carabinieri penetrarono nell’appartamento passando dal tetto, ma la pressione dell’acqua rendeva impossibile aprire la porta. Per guadagnare tempo, Elide venne fatta salire su un lenzuolo legato alle inferriate come un’amaca improvvisata. Resistette finché poté. Poi la stanza si riempì completamente d’acqua. Don Boretti descrisse così gli ultimi istanti della donna: «Cominciò a bere, scosse la testa, tentò di allungarsi sperando ancora che l’acqua non crescesse più, mugolò, rantolò qualche volta. All’ultimo sforzo, mugolando forte forte per slanciarsi con la testa fuori dall’acqua, perse le forze e sparì tra l’acqua melmosa e fetente».

La vicenda di Elide mostra come una catastrofe naturale colpisca soprattutto chi non può scappare. Una malattia invalidante può rendere impossibile la fuga. Ma lo stesso accade quando a impedire l’uscita sono mura, cancelli o sbarre. Non serve allontanarsi molto da casa Benedetti. In pochi minuti si raggiunge infatti il complesso delle Murate, all’epoca principale istituto carcerario di Firenze. Il suo stesso nome deriva dalle prime religiose che vi abitarono. Alla fine del Trecento, una giovane donna di nome Apollonia ottenne infatti il permesso di vivere in una piccola costruzione di legno addossata a Ponte alle Grazie, dedicandosi alla preghiera e all’elemosina. Col tempo venne raggiunta da altre seguaci, che scelsero una forma di vita estrema: farsi letteralmente murare nelle proprie celle, rinunciando quasi del tutto ai contatti con il mondo esterno. Quelle fragili abitazioni sorgevano però a pochi metri dall’Arno e convivevano con il costante rischio delle piene. Nel 1424 la comunità venne trasferita nell’area di via Ghibellina. Una decisione provvidenziale: il primo insediamento presso il ponte sarebbe stato cancellato per sempre dall’alluvione del 1547.

Anche alle Murate l’acqua arrivò con violenza nel novembre 1966. Nel tardo pomeriggio il livello aveva già raggiunto circa quattro metri e molti detenuti rimasero intrappolati, mentre uno di loro morì annegato. Il cappellano del carcere, Danilo Cubattoli, detto «Don Cuba», ordinò l’apertura delle celle e fece trasferire circa duecento detenuti sui tetti insieme agli agenti di custodia. Non tutti, però, rimasero ad aspettare i soccorsi. Fra le Murate e il carcere femminile di Santa Teresa, ottantatré detenuti e detenute approfittarono del caos per evadere. Alcuni si riconsegnarono nei giorni successivi; molti altri sparirono per sempre.

La possibilità di evadere era invece molto più remota in luoghi come l’ospedale psichiatrico di San Salvi, la grande «città nella città» fondata nel 1887 e conosciuta dai fiorentini come i Tetti Rossi. Qui, prima della Legge Basaglia, spesso si entrava per non uscire più. Non risultano vittime legate all’alluvione del 1966. Eppure, San Salvi offre uno spunto interessante per riflettere sul rapporto fra istituzioni e libertà di movimento. La dottoressa Maria Grazia Martinetti, che lavorò nel reparto minori fra il 1971 e il 1974, in un’intervista ha ricordato come il manicomio fosse attraversato da una continua tensione fra cura e controllo. Da un lato il compito di assistere persone fragili; dall’altro la necessità, percepita come inevitabile, di contenerle, sorvegliarle e impedirne la fuga.

Una riflessione che la riportava spesso nel cuore della città, davanti ai celebri tondi di Andrea della Robbia dello Spedale degli Innocenti. I putti in fasce che decorano il loggiato rappresentano infatti trovatelli affidati alle cure del più antico brefotrofio d’Europa. Le fasciature che li avvolgono possono apparire oggi singolari, ma per secoli furono considerate necessarie: il corpo del bambino doveva essere guidato, corretto, disciplinato. Le bende non servivano soltanto a proteggerlo dal freddo o dalle malattie. Rappresentavano anche l’idea che la crescita dovesse essere accompagnata da un’autorità esterna capace di intervenire sul corso spontaneo delle cose. In altre parole, che l’intervento dell’istituzione fosse considerato preferibile al libero sviluppo della natura. Martinetti racconta che un giorno chiese ad alcune infermiere di San Salvi perché quelle fasce fossero disposte proprio in quel modo. La risposta fu immediata: «Perché così non scappavano».