Passeggiare lungo l’Arno a inizio novembre non è come farlo in qualsiasi altro mese dell’anno. Dopo le prime piogge autunnali che ne aumentano la portata, specialmente all’altezza delle pescaie di Santa Rosa o di San Niccolò, è facile imbattersi nella sublime potenza del fiume. Il pensiero riporta a quella notte tra il 3 e il 4 novembre del 1966. La pioggia incessante, gli argini squartati, le fognature che rigurgitano liquido limaccioso e maleodorante; la mattina seguente, un’intera città letteralmente sommersa da un misto di acqua, fango, gasolio usato per alimentare i sistemi di riscaldamento nelle cantine e chissà cos’altro; al ritiro delle acque tutto è ricoperto da una melma scura e vomitevole, 35 morti, vite distrutte, attività perdute e danni inestimabili al patrimonio artistico cittadino; per le strade, tra la mota, detriti di ogni tipo e carcasse di animali.
Ci sono anche loro tra le vittime dell’alluvione e sono tanto numerosi quanto dimenticati. Per esempio, dei 260 cavalli di razza presenti nelle scuderie dell’ippodromo delle Cascine, 70 affogarono all’interno dei loro box e le loro carcasse furono poi bruciate per scongiurare epidemie. L’animale più emblematico dell’alluvione del ’66 però – come ci ricorda Maria Rosaria M. – è sicuramente Canapone, una cammella del piccolo zoo del Parco delle Cascine, attivo sino agli anni ’80: non c’è fiorentina o fiorentino classe anni ’50 che non se ne ricordi.
Fu regalata nell’aprile del 1959 al Comune di Firenze dal circo Togni, in occasione della Festa del Grillo, alla presenza anche di alcuni calciatori della Fiorentina campione d’Italia ‘55/’56. Il suo soprannome, riferito alla stoppa di canapa che viene ancora oggi usata per sigillare le filettature dei raccordi idraulici, era dovuto al colore paglierino del manto dell’animale. Soprattutto, esso era legato alla figura del Granduca di Toscana Leopoldo II di Lorena, detto analogamente “Canapone” per i suoi capelli sbiaditi e arruffati, di cui nello stesso aprile ‘59 si celebrava il centenario dalla fuga da Firenze. Dopo la terribile alluvione, il mattino del 5 novembre del ’66 il corpo di Canapone viene ritrovato senza vita all’interno dello zoo. I più piccoli per anni continuarono a portare pane secco, frutta e fiori nel luogo dove prima si trovava la cammella e ancora 10 anni fa una petizione chiedeva di erigere una statua in suo onore.
La maggior parte degli animali dello zoo perì nell’ondata di acqua e fango, eccetto una femmina di cinghiale chiamata Esmeralda e la cerva Matilda che riuscirono a rompere le recinzioni e mettersi in fuga. Però la storia a lieto fine più incredibile e che forse restituisce un po’ di speranza è quella di Giovanna P., la quale ci racconta di un fiaccheraio di nome Dante che, in un fondo al pian terreno, non lontano da Santa Maria Novella, aveva una stalla per i due cavalli con cui si guadagnava da vivere. Il babbo di Giovanna quella notte si offrì di aiutare il fiaccheraio disperato ospitando in casa, al primo piano, uno dei due cavalli, il quale passò la notte e parte del giorno seguente in un terrazzino di 14 mq nitrendo continuamente, terrorizzato. Anche l’altro cavallo rimasto nella stalla si salvò miracolosamente restando in piedi su due zampe con la testa poco fuori dall’acqua, come una statua equestre rampante quasi completamente sommersa. Sono passati 60 anni, eppure queste storie rimarranno nella memoria di un trauma mai dimenticato.