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Alluvione, alluvioni. Come cambia il nostro rapporto con gli eventi climatici estremi

di Ferdinando Cotugno, foto di Laura de Lucia

Settant’anni dopo i cambiamenti climatici hanno dato agli eventi estremi come alluvioni e siccità un volto nuovo: più frequenti, più ravvicinati, più sistemici. Come ci relazioniamo all’ambiente in cui viviamo?

L’alluvione di Firenze del 1966 fu una rottura dell’ordine naturale delle cose. Le alluvioni di questa prima metà di decennio in Italia sono diventate qualcosa di molto diverso: parte dell’ordine naturale delle cose, eventi di cui è difficile trattenere una memoria collettiva e nazionale, perché sono regole e non più eccezioni. La differenza tra oggi e allora è ovviamente nel contesto climatico. 

Negli anni ’60 del ‘900 c’erano in atmosfera 321 parti di CO2 per milione. L’ultima soglia considerata sostenibile dalla scienza per la nostra civiltà sarebbe stata di 350 parti per milione. Nel 2026 siamo arrivati a 426 parti per milione di CO2. Il risultato è stato certificato da un rapporto speciale delle Nazioni Unite sull’overshoot climatico uscito a settembre di quest’anno: è una certezza che il riscaldamento globale supererà il grado e mezzo di aumento delle temperature, l’obiettivo più ottimista dell’accordo di Parigi del 2015. Secondo i trend attuali arriveremo a +2,8°C, e questo è un valore che va raddoppiato per l’Europa, il continente che si riscalda di più al mondo: con le politiche energetiche messe in campo dai paesi la temperatura media europea potrebbe aumentare di oltre 5 gradi. Ogni grado di aumento di temperatura, l’atmosfera trattiene il 7 per cento in più di vapore acqueo: i conti sono facili e spaventosi. 

È in questo catino che ribolle di energia, vapore acqueo e calore che ha preso forma la nostra nuova normalità atmosferica, fatta di riflessi condizionati che i nostri nonni non conoscevano: il bagno in un mare caldissimo d’estate si traduce nel rischio di imprevedibili tempeste nelle stagioni di mezzo. La sequenza della nostra epoca non è fatta di un singolo evento quasi-generazionale, come l’alluvione del Polesine o quella di Firenze. I tempi di ritorno dei disastri sono sempre più ridotti, nel 2022 ci sono stati il disastro nelle Marche e quello di Ischia, il 2023 la sequenza terribile di tre alluvioni in fila in Emilia Romagna, e poi c’è stato il disastro in Toscana dell’autunno successivo, poi di nuovo l’Emilia Romagna nel 2024. E in mezzo c’è stata un’infinita sequenza di eventi più piccoli, che formano solo memorie locali, ma che hanno cambiato vite, spezzato territori, portato economie di città, paesi e valli sul lastrico, ma che nessuno saprebbe citare o ricordare cento chilometri più a sud o a nord, perché ogni territorio deve affrontare i suoi disastri: la crisi climatica ci ha trasformato in una società post-traumatica di massa.

Questa è una domanda chiave per il secolo climatico italiano di cui abbiamo ancora visto solo l’antipasto: cosa succede quando la capacità di ricordare e quella di ricostruire vengono sommerse dalla quantità di eventi, dall’inflazione delle catastrofi? Secondo i modelli dell’IPCC le alluvioni sono fortemente influenzate dal riscaldamento globale, che ne aumenta intensità, frequenza, quantità, con il paradosso che le inondazioni – spesso negli stessi territori – si alternano ai periodi di siccità, perché è il regime dell’acqua in Italia a essere diventato imprevedibile. La stessa annata può essere alluvionale e siccitosa: il 2022 è stato un anno paradigmatico: troppa e troppo poca acqua allo stesso tempo. La tassonomia dei disastri è più ampia del caso di un grande fiume come l’Arno che si ingrossa, rompe gli argini ed esonda: succede ai piccoli bacini, ai torrenti che diventano violentissimi in poche ore, ma anche alle città sempre più impermeabilizzate a causa del consumo di suolo, che trasforma strade, parcheggi e tombini nella nuova grammatica dell’inondazione. È una delle differenze più grandi rispetto all’alluvione di Firenze del 1966: quanto profondamente sono cambiate le città e gli spazi urbani in Italia. Questi decenni di sviluppo urbanistico le hanno riempite di ostacoli al deflusso dell’acqua.

Secondo i dati dell’ultimo rapporto ISPRA sul dissesto, le superfici cementificate in Italia sono il 7,6 per cento del territorio nazionale, più del doppio rispetto all’Italia degli anni ’60. Il risultato è una doppia vulnerabilità collettiva: il clima è diventato più instabile mentre il territorio diventava più idraulicamente pericoloso. Oggi, sempre secondo ISPRA, sono quasi sette milioni gli italiani che vivono in aree a pericolosità idraulica media. La buona notizia è che stiamo diventando più bravi nelle emergenze: una delle eredità dell’alluvione di Firenze fu aver contribuito, insieme al terremoto in Belice, a far nascere la Protezione civile italiana moderna, che non esisteva nel 1966 e che oggi è un’eccellenza italiana e globale, un sistema ad alta tecnologia, in grado di allertare e mobilitare risorse in un modo che settanta anni fa sarebbe stato semplicemente impensabile. La Protezione civile ha contribuito anche a creare una nuova cultura del rischio, essenziale per navigare un clima sempre più instabile. Il resto sta a noi: una delle verità più importanti della scienza climatica è che l’adattamento è importante, ma che non a tutto ci si può adattare. Invertire il trend del riscaldamento globale è possibile, ma richiede sforzi e senso di urgenza. E in questo anche le memorie profonde come l’alluvione di Firenze del 1966 sono importanti. 

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