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Le parole sono l’aglio del racconto. Leggere Shirley Jackson per Halloween

By Fabio Ciancone

September 29, 2026

Shirley Jackson può risignificare il senso della letteratura dell’orrore. Una lettura di Abbiamo sempre vissuto nel castello.

 

Shirley Jackson è stata una delle più importanti autrici del gotico americano. Nata nel 1916 e morta nel 1965, la sua eredità letteraria è grande a tal punto che Stephen King l’ha definita più volte la sua fonte di ispirazione, anche se spesso in vita è stata fraintesa o poco apprezzata. È famoso il caso delle centinaia di lettere di protesta dei lettori del New Yorker, provocate dalla pubblicazione del suo racconto La lotteria. Questo e altri racconti sono stati pubblicati in Italia da Adelphi molti anni dopo la sua morte, soltanto tra il 2007 e il 2023, e nonostante manchi ancora molto della sua opera da tradurre nella nostra lingua, Jackson sta ottenendo progressivamente il successo che merita anche da noi.

La letteratura di generi come l’horror o il fantasy, un tempo relegati a collane specifiche e considerati minori rispetto alla grande narrativa ufficiale, sta guadagnando sempre più spazio nell’attenzione del pubblico e di chi studia letteratura. Probabilmente è un fenomeno che rientra nella più generale riscrittura del canone contemporaneo: mi sembra che la letteratura di genere accolga con facilità la subalternità, la stranezza, ma anche una prospettiva visionaria e antisistemica della realtà per farne il centro di belle storie. È per questo, forse, che insieme a Shirley Jackson vengono ripubblicati Philip K. Dick, Ursula K. Le Guin, Margaret Atwood, Stanislaw Lem, ed è per questo che dalle loro opere nascono sempre più serie tv, film, riscritture.

Uno dei personaggi più affascinanti prodotti dalla penna di Shirley Jackson è Merricat Blackwood, la minore di due sorelle che vive nella vecchia casa di famiglia insieme Constance, la più grande, e al vecchio zio James. Tutti gli altri – padre, madre, un fratellino, zii – sono morti avvelenati in circostanze misteriose. Il piccolo nucleo familiare vive una vita isolata, lontano da ogni altro abitante del paese in cui si trovano, attenti a schivare ogni sguardo e ogni giudizio esterno. Il fulcro narrativo del racconto, intitolato Abbiamo sempre vissuto nel castello, è il contrasto tra la creazione di un mondo esteriore percepito come oscuro e pericoloso e un piccolo microcosmo felice. Merricat, la narratrice inaffidabile della storia, trascina chi legge dentro un groviglio di percezioni e visioni della realtà imprevedibili, forse false, certamente distorte dallo sguardo di chi cerca a tutti i costi di evadere da ciò che ha intorno. Eppure Abbiamo sempre vissuto nel castello è una storia piena di luce: Merricat e Constance sono spesso felici, ridono di continuo, piantano fiori e curano il giardino, puliscono e rassettano la casa in modo maniacale, si dicono in continuazione quanto si vogliono bene e quanto staranno bene quando potranno finalmente emigrare sulla luna.

Questo contrasto è generato da un uso della lingua semplice eppure il più possibile esatto e evocativo: Shirley Jackson aveva il potere di dare vita alle sue storie scegliendo le parole con cura, creando contrasti e spaesamenti ma anche improvvisi lampi di chiarezza. Così Jackson crea mondi che sono capaci di evocare altri mondi, di dare vita agli oggetti e potere alle sensazioni, per costruire ogni volta una realtà dentro la quale ci si può rifugiare e attraverso la quale si può evadere, anche se si ha paura di rimanerci incastrati.

 

 

Crediti fotografici: Wikimedia Commons