Il Tagofest non è mai stato soltanto un festival: è stato (e intende tornare a essere) una festa della musica indipendente italiana, un luogo dove etichette, band, organizzatori e pubblico condividono gli stessi spazi senza gerarchie. Nato nel 2005 a Marina di Massa attorno al Tago Mago e alle realtà più attive dell’underground nazionale, il Tagofest ha attraversato dieci edizioni fino al 2014, diventando una fotografia sempre diversa della scena indipendente italiana. Dopo la parentesi mantovana del 2025, la storia riparte nel 2026 da Pisa, negli spazi del Caracol, grazie al prezioso lavoro di Stefano Rossi, storico gestore del Tago Mago e “custode” di quella stagione. Con lui ripercorriamo le origini del festival, il suo presente e le prospettive future, in un momento in cui la musica indipendente deve reinventare i propri modelli organizzativi e di sostenibilità.
Vent’anni fa il Tagofest nasceva a Marina di Massa come un format senza gerarchie, in cui etichette, band e pubblico condividevano gli stessi spazi. Che cosa ricordi delle primissime edizioni del 2005‑2006, ormai divenute un cult e che si possono parzialmente rivivere con le belle foto che avete pubblicato su Instagram?
Le prime edizioni erano davvero un’avventura: tutto veniva organizzato in modo estremamente spartano, quasi come un picnic tra amici in cui ognuno portava qualcosa e si costruiva tutto insieme. La backline arrivava dai gruppi stessi: uno portava il timpano, un altro la cassa della batteria, qualcun altro i piatti; la cassa della chitarra arrivava da un gruppo, quella del basso da un altro. Era un sistema completamente autogestito, nato dentro una rete di band che giravano nella stessa scena e che vivevano il Tagofest come una festa vera e propria. Nei primi anni si dormiva tutti lì: montavamo le tende nel giardino del locale e per tre giorni si entrava in una sorta di bolla spazio‑temporale. Ci si confrontava, si ascoltavano i concerti, si girava tra i banchetti delle etichette che portavano i loro dischi, e si creava uno scambio continuo tra musicisti, organizzatori e pubblico. La curiosità cresceva di anno in anno: non era più solo un ritrovo tra addetti ai lavori, ma un appuntamento che attirava appassionati della scena indipendente, incuriositi dall’idea di vedere dieci o quindici gruppi in un giorno, tutti con set da mezz’ora. Era un contesto unico: così tanti gruppi insieme, così affiatati, era difficilissimo trovarli altrove. Anche il campeggio libero contribuiva a creare quell’atmosfera, almeno nei primi due anni, finché non è diventato ingestibile per il numero di tende. Ma l’eccitazione attorno al festival era forte proprio perché era qualcosa di diverso: non il classico evento dove arrivi, suoni e te ne vai. Qui i gruppi restavano. Se suonavano la domenica, arrivavano già il venerdì, guardavano tutti i concerti, stavano sotto il palco, partecipavano. La sera si mangiava insieme, si stava insieme. Era una dimensione profondamente comunitaria.
In vent’anni il panorama discografico e organizzativo è cambiato radicalmente: etichette, modelli di produzione, modalità di ascolto, sostenibilità economica. In che modo questi cambiamenti hanno trasformato la scena indipendente italiana e com’è tornare oggi, a Pisa, per offrire un’alternativa a certe logiche?
Secondo me la scena è cambiata molto. Oggi ci sono tantissime situazioni diverse, e questo ha portato a una forte frammentazione dell’interesse. Non è più come nei primi anni: allora c’era il Tagofest e pochi altri appuntamenti simili; oggi ci sono migliaia di festival che vanno in direzioni più o meno analoghe. Questo ha inevitabilmente disperso l’attenzione. Inoltre, negli under 30 percepisco una mancanza di voglia di partecipare. C’è curiosità, sì, ma non quella disponibilità a vivere la scena dall’interno che per noi, negli anni Zero, era la normalità. È difficile intercettarli, coinvolgerli, farli sentire parte di un’esperienza collettiva: anche quando proviamo a includerli, hanno un approccio completamente diverso rispetto a quello di allora. Dal mio punto di vista questo approccio nasce dal modo in cui oggi viene raccontata la vita del musicista. Per molti, purtroppo, c’è dietro un discorso di business: “ok, lo faccio, ma voglio un ritorno”. Questo condiziona parecchio. Se qualcuno investe su di loro, sono disposti a sacrificarsi un minimo; se non c’è un investimento di base, diventa tutto più complicato. Parlo della mia esperienza nel mondo delle etichette indipendenti: lì spesso prevale l’idea del “faccio, ma voglio un ritorno subito”. E questo si vede anche nel Tagofest: quest’anno verranno cinquantenni che accettano di suonare con un rimborso benzina, perché vogliono esserci; mentre molti trenteni o ventenni, quando gli proponi qualcosa, ti rispondono che non ci stanno, che vogliono essere pagati. È difficile far capire loro lo spirito con cui si partecipa a realtà del genere.
Il Tagofest si sostiene anche attraverso un crowdfunding, una scelta che racconta molto della natura dell’evento e delle sue esigenze. Quali sono i costi reali di un festival indipendente come questo e perché è importante coinvolgere direttamente il pubblico nella sua costruzione?
I costi reali sono legati alle spese vive e inevitabili. Quest’anno, ad esempio, c’è il problema del prezzo medio della benzina: ogni spostamento diventa un bagno di sangue. I gruppi che sono in tour e devono fare 300, 400, 500 chilometri hanno bisogno almeno di un rimborso minimo delle spese che affrontano. La nostra etica ci impone di garantirglielo. Se il crowdfunding funziona più o meno del previsto, e se biglietti e birre vendute durante il festival ci permettono una copertura maggiore rispetto alle spese, quello che avanza viene diviso tra tutti i gruppi. Chi organizza non ci guadagna nulla: il Tagofest è sempre stato una cosa da fare insieme, una festa, un modo per rimettere in moto qualcosa che aveva senso anni fa e vedere se può funzionare ancora. Il festival è sempre stato senza fini di lucro. Le etichette vendono i loro dischi, e ciò che guadagnano è loro. I banchetti sono gratuiti: non si paga nulla per esporre o vendere le proprie autoproduzioni. In cambio, i gruppi ricevono un rimborso e non un cachet fisso. Ognuno mette quello che può: noi mettiamo la manodopera, la forza lavoro, e abbiamo qualche volontario che ci aiuta. In questo modo cerchiamo di abbattere i costi, ridurre le spese all’osso e destinare tutto ciò che arriva dal crowdfunding, dal cibo e da ciò che vendiamo durante il festival ai musicisti. Tolte le spese iniziali, si fa una divisione chilometrica: i rimborsi vengono distribuiti anche in base alla distanza da cui arrivano i gruppi.
Un semplice occhiata alla line-up, dove non esistono headliner e dove tutti gli artisti sono sullo stesso piano, dà subito l’idea di quello che intendete portare con la nuova edizione. Qual è il ragionamento che avete fatto per mettere insieme progetti anche molto diversi, come Bad Apple Sons, Bad Honko, Consacrati a Marte, Dievel, Fecalove, Fuco, Hate & Merda, Kossiga, La Fossa delle Marianne, Lavorazione Carni Rosse, Tristan Da Cunha, Unadasola, We Love Surf, Zac Blue..?
Ci muoviamo su vari livelli. Innanzitutto, da qualche anno mi dà una grossa mano Paolo Monti, un ragazzo di Massa molto più inserito nella scena di quanto lo sia io oggi. Paolo suona come The Star Pillow, è attivo in Bosco Sacro e in una quantità enorme di progetti: è rimasto molto presente nella scena e ha un bacino di contatti fondamentale per far ripartire il Tagofest. Già lo scorso anno avevamo organizzato una sorta di edizione carbonara a Roncoferraro, in provincia di Mantova, in una struttura privata. Anche lì ci siamo mossi più o meno allo stesso modo. Paolo ha portato molti contatti; io, pur essendo fermo da anni, ho ancora una rete di amicizie e di persone rimaste legate al Tago Mago, al Tagofest, a tutto ciò che è stato costruito negli anni. Poi c’è il Caracol, che è una realtà molto importante a Pisa: una delle poche che continua a spingere sulla musica indipendente, sui concerti fuori dal circuito più commerciale. L’incontro tra queste realtà ha permesso di mettere insieme i rispettivi bacini di conoscenze e di contatti. Abbiamo chiesto chi fosse disponibile, spiegando il necessario — anche se, in realtà, quasi tutti sanno già come funziona il Tagofest. A parte qualche gruppo più giovane inserito quest’anno, gli altri non hanno bisogno di spiegazioni: conoscono lo spirito del festival, sanno che si lavora in questo modo e che deve essere una festa, un luogo dove si viene per stare insieme. Alla fine, il criterio è sempre lo stesso: comunità, amicizia, rapporto personale.

La grafica dell’edizione 2026 è firmata da Ratigher, scelta che, da amante del fumetto, non posso che apprezzare. Il mondo delle etichette indipendenti ha una lunga tradizione di coesistenza fra musica e fumetto underground. Qual è secondo te l’identità visiva del Tagofest?
Sul contatto con Ratigher ci ha dato una grossa mano Guido Sipiotto, che è tra gli organizzatori di Giorni di Tuono. C’è sempre stato un legame forte con quel mondo, anche grazie a figure come Tuono Pettinato, che ha suonato più volte — sia con Laghetto sia con altri progetti — e come Dottor Pira, insieme ad altri fumettisti che hanno sempre gravitato tra fumetto e musica. Già nelle ultime edizioni del Tagofest, prima dello stop del 2014, capitava spesso di avere banchetti di fumetti: era una presenza collaterale ma integrata, parte naturale dell’ambiente. Quando abbiamo iniziato a ragionare con il Caracol, e visto che tra i collaboratori c’era anche Guido Sipiotto, è stato quasi automatico muoversi in questa direzione: lui ha tutti i contatti di Giorni di Tuono; quindi, la cosa è venuta da sé. Probabilmente ci saranno banchetti di fumetti anche quest’anno. Alcuni fumettisti sono impegnati in altri festival in contemporanea, quindi la parte più “grossa” sarà altrove, ma una presenza ci sarà comunque. È un elemento che al Tagofest è sempre esistito, e che continua a far parte della sua identità.
Il Tagofest è tornato in Toscana dopo più di dieci anni e ora si prepara a una nuova stagione. Che cosa immagini per le prossime edizioni? Quali sono le condizioni necessarie perché questa festa continui a esistere e a evolversi?
Potrebbe davvero nascere una combinazione interessante tra Caracol e Tagofest: parlano lo stesso linguaggio e potrebbero alimentarsi a vicenda. Non escludo nemmeno una dimensione più itinerante, quando si sarà ricreato quell’humus che animava il festival nelle sue stagioni migliori. È tutto in divenire, ma la voglia è rimasta. Chi ha suonato l’anno scorso, in molti casi, torna anche quest’anno. Oggi però l’equilibrio fra vita privata e lavoro rende più complicato portare avanti iniziative di questo tipo. Nonostante tutto, l’intenzione è chiara: contiamo assolutamente di esserci anche nei prossimi anni.
Il Tagofest, insomma, torna a essere ciò che è sempre stato: una festa collettiva, un luogo dove la musica indipendente italiana si riconosce, si mescola, si reinventa. Dal 25 al 27 settembre 2026 il Caracol di Pisa ospiterà tre giorni di concerti, etichette, banchetti, dischi, fanzine e relazioni (qui tutti i dettagli). Partecipare significa sostenere una storia che dura da vent’anni; contribuire al crowdfunding significa renderla possibile anche per il futuro.
Chi vuole esserci, o anche semplicemente dare una mano, può farlo qui: https://www.produzionidalbasso.com/project/tagofest-al-caracol/
