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Chi ha il diritto di abitare? Tentativo di un discorso sulla cosa che chiamiamo casa

di Arianna Camellato

 

Quello della casa è un tema all’ordine del giorno, una crisi internazionale. Troppe le variabili: contesto, possibilità, scelte fatte e subite. Proviamo a parlarne con l’aiuto di qualche dato.

Provate a passare da Piazza SS Annunziata dopo mezzanotte, o sotto i portici di Piazza della Repubblica alla stessa ora, a negozi chiusi. Gli stessi portici che di giorno sono buoni per ripararsi dalla pioggia o dal sole, di notte cambiano funzione: c’è chi ci dorme. Yona Friedman, in L’architettura di sopravvivenza, sosteneva che lo spazio pubblico per eccellenza fosse proprio quello coperto: acqua, cibo e un tetto sono i bisogni da cui tutto parte. Ma la casa non è solo un tetto. 

Comunemente ci immaginiamo delle pareti, tendenzialmente quattro, e dentro un’immagine disegnata sulla vita di ognuno. Ma se provate a chiedere in giro cos’è casa? Le risposte saranno diverse: è quella dove sono cresciuto o quella dove vivo? Io a casa non ci sto mai, forse è tutta la città? Sarà ciò che mi porto dentro? Allora potrei avere una casa mobile e portarla in giro per il mondo?

Probabilmente la risposta ha molto a che vedere con quando siete nati. Chiedetelo a chi oggi ha sessanta o settant’anni: per molti la casa era una cosa che si comprava. Verso i trent’anni, magari con un solo stipendio in famiglia, se necessario si andava in banca e si accendeva un mutuo e il mattone era il miglior investimento, su questo, tutti d’accordo. Non si tratta semplicemente di un modo di dire: era un metodo. L’Italia è tuttora un Paese fatto per l’81,6% di proprietari, all’opposto di Germania e poi Austria dove circa la metà della popolazione vive in affitto, accolta in una forma di edilizia sociale e pubblica che da noi è rimasta più marginale. Qui la casa di proprietà è un welfare che lo Stato non è mai riuscito a fornire in modo capillare, con un patrimonio di Edilizia Residenziale Pubblica che consiste nel 2,3% dello stock abitativo italiano.

Provate ora a fare la stessa domanda ai loro figli, trentenni e quarantenni di oggi. Alla stessa età in cui i genitori firmavano dal notaio, molti vivono ancora nella casa di famiglia (oltre i due terzi tra i 18 e i 24 anni, secondo l’ISTAT), perché gli studi si sono allungati e il lavoro arriva tardi e in modo precario. I demografi lo chiamano slittamento delle tappe della vita, che è un modo gentile per dire che il copione dei genitori non è più recitabile. Proviamo a fare un conto intuitivo: con uno stipendio tra i 1.650 e i 1.800€ netti (media nazionale), la regola di buona sostenibilità per cui le spese fisse (affitto, bollette) non superino un terzo dello stipendio, lascia tra i 550 e i 600 al mese. A Firenze con queste cifre, senza una base cospicua, non si compra. Si affitta una stanza, se la si trova. Se poi per qualcuno il budget è più basso, non è raro di case con salotti trasformati in una stanza in più o che diventano spazio di ospitalità temporanea per quell’amico che non sta trovando. Tra le conseguenze, in Toscana, si inizia a parlare di regionalizzazione dell’Università: gli studenti fuori sede tendono a diminuire a causa dei costi elevati ma anche della carenza stessa delle case disponibili; anche i vincitori di concorsi pubblici faticano a trovare soluzioni sostenibili. 

Nel frattempo, paradossalmente, lo spazio ci sarebbe. Secondo il report annuale ISTAT 2025, la dimensione media dei nuclei familiari italiani è di 2,2 componenti (appena sotto la media europea) mentre le famiglie monopersonali rappresentano già oltre un terzo del totale e si prospetta che entro il 2043 saranno la tipologia di nucleo prevalente. Secondo la stessa fonte, il 26,7% (percentuale più alta) delle abitazioni occupate ha una dimensione compresa tra gli 80 e i 99 mq. Un ultimo dato: nel 2025 l’indice di vecchiaia (rapporto tra over 65 e under 14) ha superato il 200%. Una generazione numerosa e longeva invecchia dentro case grandi mentre una generazione scarsa e precaria non riesce a entrarci. Poi bisogna fare i conti con la città, dove le case si mettono a reddito breve perché un affitto turistico rende ben più di un contratto a lungo termine, e ogni contratto che cambia natura sposta un po’ più in là chi in città ci lavora. Negli anni, in tanti hanno mollato: all’estero c’è welfare, ti pagano di più, è valorizzante. Chi resta si scopre a difendere gli spazi rimasti, chiedendosi chi si prenderà cura di casa nostra se ce ne andiamo tutti.

Come al solito, però, è proprio nelle situazioni di crisi che emergono nuove soluzioni, motivo in più per cui questa rivista ha scelto di occuparsene. Perché tra chi rimane, nell’impossibilità di stare ad aspettare Piani nazionali le cui soluzioni richiedono buon tempo per essere implementate, le cose si reinventano…da dentro casa. La convivenza tra coinquilini si prolunga ben oltre gli anni dell’università e smette di essere un ripiego: diventa una scelta. Nascono esperienze di cohousing, spazi condivisi, portinerie sociali. Prende piede la forma più nuova di tutte: andare a vivere con la propria “famiglia scelta” — amiche e amici con cui si decide una convivenza stabile, senza legami di sangue né contratti di coppia, ma con la stessa serietà.

Di tutto questo – coinquilini a vita, famiglia che ci si sceglie, stanze che valgono oro, case vuote e case impossibili – parleranno gli articoli di questo filone, che introduciamo su Lungarno. Qui mettiamo sul tavolo la domanda: cos’è casa, e chi può averne una?

 

Crediti fotografici: Arianna Camellato

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