Andrea Trimarchi e Simone Farresin sono attivi tra Milano e Rotterdam. Formafantasma rivendica l’urgenza di un’attitudine critica e di responsabilità sociale. Il loro impegno nella disciplina artistica si declina nell’attenzione all’ambiente e all’utilizzo delle risorse.
Andrea Trimarchi e Simone Farresin sono Formafantasma, il duo di designer che ridefinisce il ruolo e la narrazione della pratica progettuale, rendendola terreno di riflessione politico culturale. Muovendosi tra Milano e Rotterdam, Formafantasma mostra una visione del design che rivendica l’urgenza di un’attitudine critica e di responsabilità sociale. Spingendo i confini oltre l’oggetto e la sua funzione, mettono in discussione i sistemi esistenti per nuove relazioni tra essere umano, risorse e ambiente.

Hires – foto Gregorio Gonella
Formafantasma nasce in due. Qual è la forza che vi completa a vicenda?
«Lavoriamo insieme dal 2009 e il nostro dialogo nasce soprattutto da una continua discussione critica sul ruolo del design oggi. Più che dividerci i compiti in modo rigido, condividiamo un approccio basato sulla ricerca, sull’osservazione e sul confronto. Ci interessa mettere in discussione i sistemi produttivi, culturali ed ecologici che stanno dietro agli oggetti. La forza del duo sta proprio nel mantenere uno spazio di dubbio e di confronto continuo, dove il progetto non è mai il risultato di una visione unica ma di una riflessione collettiva».
La vostra collaborazione più insolita è forse quella con il vulcano Etna in De Natura Fossilium. Una connessione tra produzione e natura. Cosa viene prima della forma?
«Per noi viene prima il processo. La forma è quasi sempre una conseguenza della ricerca, della materia e delle condizioni produttive. In De Natura Fossilium siamo partiti dall’Etna, che abbiamo definito “una miniera senza minatori”, osservando il paesaggio vulcanico come sistema produttivo naturale. Con Ex Cinere nel 2019 abbiamo continuato questa indagine usando la cenere lavica per sviluppare uno smalto ceramico. Non volevamo ottenere un effetto estetico preciso, volevamo che fosse il materiale stesso a guidare il risultato finale. Ci interessa il legame tra territorio, materia e produzione, più che l’idea di forma come gesto autonomo del designer».
Tra i vostri maestri ci sono gli ARCHIZOOM, architetti e designer della scena radicale. Che insegnamento vi ha lasciato la loro visione?
«Archizoom Associati ha avuto la capacità di espandere il design oltre l’oggetto, trasformandolo in uno strumento critico per leggere la società, la politica e i sistemi di consumo. Il loro lavoro ci ha insegnato che il design può produrre domande oltre che soluzioni, e che la disciplina può assumersi una responsabilità culturale e politica. Ci interessa molto quella libertà di attraversare linguaggi diversi, dall’architettura alla ricerca, dalla mostra al testo, mantenendo uno sguardo critico sul presente».
Caravaggio-Bernini – Formafantasma – Foto: Eddo Hartmann1
Siete tra i pochi ad utilizzare un sito web sostenibile. Perché l’impatto di internet nell’ambiente è ancora sottovalutato?
«Per molto tempo il digitale è stato percepito come qualcosa di immateriale, mentre in realtà dipende da infrastrutture fisiche estremamente energivore, server, data center, dispositivi. Con il redesign del nostro sito volevamo usare il progetto come occasione per riflettere e introdurre parametri di sostenibilità, anche nell’ambiente digitale. Crediamo che l’impatto ecologico della tecnologia sia ancora sottovalutato perché non ne vediamo direttamente le conseguenze materiali».
Eccentrica è il primo allestimento permanente del Centro per l’Arte contemporanea Luigi Pecci, da voi curato. Quali responsabilità comporta per un designer intervenire su una collezione museale?
«Significa costruire una relazione rispettosa con le opere, con il pubblico e l’istituzione. Un allestimento non dovrebbe mai imporsi come elemento spettacolare, ma creare le condizioni per una lettura più aperta e accessibile della collezione. Per noi il design espositivo è una pratica di mediazione culturale, riguarda il modo in cui il pubblico incontra le opere, si orienta nello spazio e costruisce significati».
In quale luogo sfidante vorreste vedere una vostra creazione?
«Più che immaginare un luogo iconico, ci interessa lavorare in contesti dove il design possa realmente incidere sui sistemi produttivi e culturali. Ci affascinano i territori di trasformazione, industrie, istituzioni pubbliche, infrastrutture, dove il progetto può aprire discussioni concrete sulle risorse, sull’energia, sull’ecologia e forme di convivenza futura».
Se il design fosse ripensato come puro strumento per l’ecosistema, come ne riscrivereste le caratteristiche?
«Probabilmente smetterebbe di essere centrato esclusivamente sull’essere umano e sulla produzione continua di novità. Oggi crediamo sia necessario passare da una logica estrattiva a una logica di responsabilità, comprendere l’origine dei materiali, la filiera produttiva, le implicazioni energetiche e sociali degli oggetti. Il design dovrebbe lavorare più sulla manutenzione, sulla riparazione, durata e gestione delle risorse, piuttosto che sull’accelerazione del consumo. In fondo, il progetto non riguarda solo ciò che produciamo, ma anche le conseguenze che quella produzione genera».
Credit foto Formafantasma
In copertina: crediti Alessandro Celli
